sabato 21 gennaio 2017

Silence (Scorsese 2016)

Un'anziana donna giapponese esce dall'ombra avanzando verso uno dei protagonisti; tre gesuiti camminano su una lunga scalinata in una vertiginosa ripresa dall'alto; uno splendido e velocissimo dolly dal dettaglio di un uomo disperato si alza per mostrarci gli effetti della persecuzione anticristiana in Giappone, tra roghi e crocifissioni... basterebbe vedere questi brevi frammenti di Silence per accorgersi che dietro la mdp c'è Martin Scorsese!
Il regista newyochese ha sempre dichiarato che crescere da bambino a Little Italy, a cavallo tra gli anni quaranta e cinquanta, significava immaginarsi un criminale o un sacerdote da adulti, e che lui stesso per molto tempo pensò di diventare un prete, più per ammirazione nei confronti del parroco del suo quartiere che per reale vocazione, così alla fine puntò a diventare un regista.
Ciò nonostante e, pur se gran parte dei suoi capolavori sono incentrati su gangster e mafia, gli aspetti religiosi hanno sempre avuto un ruolo rilevante nei suoi film, come dimostrano la mistica di Mean Streets (1973), la pena e la redenzione di Taxi Driver (1976), Toro scatenato (1980), o pellicole a tema più specifico come Kundun (1997), forse tra le sue meno riuscite, o il bellissimo Al di là della vita (1999).
Un discorso a parte, naturalmente, merita L'ultima tentazione di Cristo (1988), capolavoro scorsesiano tratto dall'omonimo romanzo di Nikos Kazantzakis (1960), che andava ad indagare il lato più umano di Gesù, i suoi dubbi, le sue debolezze, fino all'idea di rinunciare al proprio sacrificio in cambio di una vita comune, e che scatenò una serie infinita di polemiche.
Proprio nel 1988 un religioso illuminato, appassionato di quel film, consigliò a Martin Scorsese di leggere un romanzo del 1966 di Shūsaku Endō (1923-96). Quell'uomo era Paul Moore, l'arcivescovo di New York della cattedrale di Saint John; quel libro, che andava ancora più a fondo su alcuni degli stessi punti affrontati nel film, era Silence, storia a cui Scorsese avrebbe pensato per quasi trent'anni fino a riuscire, dopo lunghe traversie produttive, a trasformarlo nella pellicola uscita ora nelle sale e secondo adattamento cinematografico del romanzo, dopo quello di Masahiro Shinoda (1971), che non piacque allo scrittore.

Giappone. 1633. I Gesuiti, a circa un secolo dall'arrivo di Francesco Saverio sull'isola (1549), hanno ottenuto numerosi consensi nell'evangelizzazione della popolazione nipponica, soprattutto negli strati sociali più bassi, ma a partire dal 1587 lo shogun Toyotomi Hideyoshi ha dato inizio ad una feroce persecuzione che alla fine causerà oltre mille martiri. In questo contesto di enorme scontro culturale, uno dei più importanti missionari cristiani, padre Cristóvão Ferreira (Liam Neeson), dopo numerose torture, sembra aver abiurato il cattolicesimo ed essersi completamente integrato nella società giapponese. Due giovani gesuiti portoghesi, Sebastiao Rodrigues (Andrew Garfield) e Francisco Garupe (Adam Driver) chiedono a padre Valignano (Ciarán Hinds) di partire per cercare padre Ferreira e capire cosa sia veramente successo...

La Veronica di El Greco
Poco importa se Alessandro Valignano, in realtà, era morto nel 1606, dopo aver organizzato la missione in Giappone e aver affidato a Matteo Ricci quella in Cina, ciò che conta per il romanzo e ancora più per il film è il confronto tra le due culture, il rapporto tra "verità" opposte, i dubbi e le incertezze di Rodrígues, che Scorsese modella sul gesuita Giuseppe Chiara realmente esistito, contrapposte alle rigide convinzioni di Garupe. Tutte queste caratteristiche lo rendono a tutti gli effetti un alter Christus e non è certo un caso che specchiandosi veda nel suo volto quello di Gesù coronato di spine (l'immagine sembra essere, seppur rilavorata, quella raffigurata sul sudario nella Veronica di El Greco, Toledo, Museo Santa Cruz, 1580 ca.). Lo è ancora meno, ovviamente, che la crisi di fede vissuta da Rodrígues gli faccia ripetere "mio Dio perché mi hai abbandonato", come Gesù sulla croce, o "sono sperduto, alla mia preghiera risponde il silenzio", e ancora "forse sto pregando al niente, perché tu non ci sei", rendendolo un perfetto erede del protagonista de L'ultima tentazione di Cristo... I due gesuiti in Giappone sono costretti a vivere nascosti, ma le piccole comunità cristianizzate (i kirishitan come li chiamano gli autoctoni) trovano in loro delle guide: possono officiare messa, anche se nottetempo come alle origini del cristianesimo ("come facevano nelle catacombe"), e soprattutto possono assolverli dai loro peccati.
A fare loro da guida, almeno inizialmente, sarà Kichijiro (Yōsuke Kubozuka), un contadino che ha abbracciato la nuova fede ma che, di fronte al rischio di essere torturato ed ucciso, continua a negare e a calpestare l'immagine di Cristo. Quest'ultima è la pratica simbolica più ripetuta nel corso del film: i persecutori dei cristiani chiedono ai sospetti di poggiare il proprio piede su un piccolo rilievo in legno, pena la morte. Le fumi-e, questo il nome delle piccole tavolette confezionate dagli stessi persecutori (letteralmente "camminare sopra un'immagine"), potevano avere diversi soggetti (nel corso del film vediamo una Pietà, una Madonna col Bambino, una Crocifissione, ecc.), ma la presenza di Cristo o della Vergine erano ovviamente necessarie; chi, come Kichijiro, compie l'apostasia, viene risparmiato. Questo non toglie, però, che l'obiettivo principale degli inquisitori nipponici sia quello di ottenere l'abiura dei missionari venuti dall'Europa, e solo quella in alcuni casi può salvare i kirishitan.
La messa di Rodrigues e una fumi-e
In questa logica c'è tanto della pressione piscologica e morale cui sono sottoposti i missionari, tacciati di egoismo e di curarsi poco della vita delle persone, a differenza di quanto predicano. Anche di fronte a tutto questo gli atteggiamenti di Sebastiao e Garupe appaiono profondamente differenti: Rodrigues consiglia agli abitanti del villaggio "va bene calpestare", mentre Garupe inorridisce a vederlo scendere ad un compromesso del genere.
I paralleli tra Cristo e Rodrigues sono continui e quest'ultimo, di fronte al tradimento di Kichijiro, gli ricorda che Giuda aveva accettato trenta denari. Ed è proprio questa presunzione dei cristiani nell'identificarsi con il loro dio, su cui punterà il dito anche Ferreira, che i giapponesi sottolineano più volte e stigmatizzano come totalmente autoreferenziale: "il prezzo della vostra gloria è la loro sofferenza".
Eppure gli stessi kirishitan, perlopiù poveri contadini che vivono sulle coste, accettano la morte con maggiore serenità delle loro guide: una di loro, ribattezzata Monica ("come la madre di Agostino", nota Sebastiao), aspetta il trapasso convinta che una volta morta in Paradiso non ci saranno malattie, tasse, sofferenze. Il successo del cristianesimo, come alle sue origini, continua ad essere dettato dalla speranza fornita a chi più soffre in questa vita.
Sono molto densi di significato i dialoghi tra Rodrigues e il suo carceriere, che sintetizza l'atteggiamento dei predicatori cristiani con un eloquente "voi vi aggrappate alle illusioni e la chiamate fede", seguito più avanti dal "vostro egoismo di volere un Giappone cristiano", in cui c'è tutta l'accusa di colonialismo religioso ignorato da Sebastiao che continua a considerare il cristianesimo depositario dell'unica verità possibile.
Lo stesso accade nel confronto con il mellifluo inquisitore Inoue Masahige (interpretato dall'attore comico Issei Ogata, perfetto con le sue continue espressioni facciali che qui suonano di cinico sarcasmo), a cui Rodrigues ribadisce che i cristiani non hanno fatto altro che portare la verità e che quella vale ovunque, sentendosi rispondere con una metafora naturalistica tipicamente orientale - "tutti sanno che una pianta che cresce in una terra può seccarsi in un'altra" - che è ancora una lezione di relativismo culturale. Inoue, però, non si limita a questo e offre al gesuita un altro magnifico esempio raccontandogli la storia di un daimyō costretto ad allontanare le sue quattro mogli, bellissime ma litigiose, al fine di ritrovare l'armonia in casa. Alla parabola, che ovviamente allude alla condizione del Giappone nei confronti di Spagna, Portogallo, Olanda e Inghilterra, Rodrigues risponde ancora senza comprendere il contesto più ampio, in cui la religione è solo parte di una politica di invasione europea, e ribadendo che il Cristianesimo è per la monogamia e quindi non per le nazioni ma per la Chiesa di Roma.

Giuliano Nakaura e la "tortura della fossa"
L'incontro con Ferreira, in quella che risulta essere la tappa finale di un ideale percorso di graduale conoscenza e di crescita intellettuale per Sebastiao, è basilare: i due parlano di credenze, sincretismo, ingenuità religiosa, senso pratico, volontà di sopravvivenza e tanto altro, partendo dall'assunto iniziale di Ferreira di quanto sia "appagante finalmente essere utile a questo paese". Dopo aver subito diverse torture e, soprattutto, quella terribile "della fossa", che costringeva ad essere appesi a testa in giù con un piccolo taglio dietro l'orecchio per morire lentamente impedendo al sangue di affluire alla testa, l'ex gesuita (vissuto realmente e morto nel 1650) è diventato un intellettuale giapponese, con un nuovo nome, Sawano Chūan, un lavoro e una famiglia.
La convinzione di Rodrigues che la precedente generazione di gesuiti abbia ottenuto grandissimi risultati nell'evangelizzazione del Giappone è smentita con poche battute dal più anziano collega che, oltre a precisare "la nostra religione non può mettere radici in questo paese", gli spiega come in realtà i giapponesi abbiano assimilato la religione cristiana adattandola all'interno di un orizzonte di credenze preesistenti, come del resto fatto sempre dal cristianesimo, a partire dall'originario passaggio dal Medioriente a Roma e poi, in America e in Africa.
Ferreira, che ricorda come inizialmente lo stesso Francesco Saverio ricorse alla parola buddista Dainichi per tradurre l'idea del Dio cristiano, ribadisce: «vuoi che ti mostri il loro Dainichi?» - e indica il sole - «Il sole creato da Dio. Ma Dio ha solamente generato il sole. Nelle scritture Gesù risorge nel terzo giorno. In Giappone, il sole sorge ogni giorno. I giapponesi non sanno pensare a un’esistenza oltre il regno della natura. Per loro nulla trascende l’umano».
Dopo queste righe, appare evidente che la sceneggiatura di Jay Cocks, già collaboratore di Scorsese per L'età dell'innocenza (1993) e Gangs of New York (2002), funzioni e molto bene, anche se per capire quanto ci sia di originale bisognerebbe leggere il romanzo di Shūsaku Endō. I costumi di Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo sono perfetti come sempre e, oltre al lavoro fatto sul Giappone del periodo Tokugawa, va segnalato anche quello sui gesuiti in Europa e sugli olandesi che giungono nelle terre orientali con abiti che ricordano i ritratti fiamminghi dell'epoca.
La regia non è un continuo sfoggio di tecnica, ma qui e là se ne ammirano i picchi cosicché, oltre ai numerosi bei movimenti della mdp, alcuni già segnalati, aggiungo una suggestione storico-artistica dettata dalla sequenza dell'arrivo dei due gesuiti a Goto, durante il quale gli abitanti del villaggio che tendono le mani permettono al regista un'inquadratura con un groviglio di mani degno dei disegni di studio rinascimentali  o del celebre Cristo e i dottori di Dürer (Madrid, Museo Thyssen-Bornemisza, 1506 ca.).
Scorsese, infine, da grande storico della settima arte, non manca di citare il cinema giapponese classico, pertanto il frequente ricorso alle prospettive centrali a camera fissa non può che rimandare a quelle di Yasuhiro Ozu; la sequenza con la barca nella nebbia e le esecuzioni capitali pubbliche fanno pensare a Kenji Mizoguchi (I racconti della luna pallida d’agosto - 1953, e Gli amanti crocifissi - 1954); e così le inquadrature della cella di Rodrigues e i suoi sguardi dalle feritoie che si aprono tra una trave lignea e l'altra, che permettono intriganti giochi di luce, hanno forti analogie con il Kurosawa de La sfida del samurai (1961), il film saccheggiato da Sergio Leone in Per un pugno di dollari (1964).
E poi c'è fisicamente Shinya Tsukamoto, il regista cult di Tetsuo I e II (1989, 1992), Tokyo Fist (1995) e A Snake of June (2002), che qui interpreta Mokichi (Shinya Tsukamoto), uno dei kirishtan che rifiutano di abiurare, protagonista di una sequenza indimenticabile. 
Difficile capire già da ora se Silence vada annoverato tra i migliori film di Scorsese (e chissà se avessero partecipato, come da progetto iniziale, Daniel Day-Lewis e Benicio del Toro), ma sicuramente è tra i suoi più riflessivi, intimisti e cerebrali, privo come sempre di un bene e un male ben delineati, proprio come la realtà. Analizzarlo e vederlo con attenzione aiuterà a comprendere meglio uno dei più grandi cineasti di sempre, con un'unica certezza: una singola visione non basterà!

2 commenti:

  1. Esiste il quadro di cui si vede l'immagine riflessa nell'acqua?

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    1. Nella recensione propongo il confronto con la Veronica di El Greco (1580, Toledo), che può vedere nella quarta foto pubblicata.

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