giovedì 20 novembre 2014

L'Armata Brancaleone e i suoi luoghi

L'acquedotto di Nepi
Con questo post prende avvio una nuova idea de Il Cinema secondo Begood: andare a scovare i luoghi dei set cinematografici, con un mero gusto cineturistico che per gli appassionati di cinema altro non è che un ulteriore pretesto per viaggiare.
La pellicola che apre questa rubrica è una delle più belle commedie di sempre del cinema italiano: L'armata Brancaleone di Mario Monicelli (1966), ambientato perlopiù nel Lazio settentrionale, sfruttando alcuni dei tanti paesi caratteristici della zona e non solo...
Il film prende avvio mostrando uno dei suoi tanti anacronismi: la prima sequenza, infatti, si svolge a ridosso dell'acquedotto di Nepi che, pur se ispirato alle strutture romane, è costituito da fornici realizzati tra 1702 e 1727, ben oltre l'epoca medievale della storia monicelliana.
La Torre di Chia
È qui che alcuni uomini, dopo una battaglia, strappano dalle mani di un cavaliere morente la "cartapecora" che promette un feudo ad Aurocastro nelle Puglie al cavaliere che ne sia in possesso.

L'immagine successiva mostra l'accampamento in cui i futuri componenti della scalcagnata armata vanno a chiedere a Brancaleone da Norcia (Vittorio Gassman) di essere "lo nostro duce" per andare alla conquista di Aurocastro.
Sullo sfondo della scena si vede in bella mostra la Torre di Chia, nei pressi di Soriano del Cimino, struttura medievale che è rimasta nella storia del cinema per essere stata immortalata anche ne Il vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini (1964), che nel 1970 l'acquisterà trasformandola in residenza e studio, dove scriverà il suo romanzo incompiuto Petrolio. La torre, peraltro, nel film di Monicelli ricompare più avanti, nella sequenza della morte di Abacuc ebreo, lo splendido personaggio interpretato da Carlo Pisacane, l'indimenticato "Capannelle" de I soliti ignoti (Monicelli 1958).

L'ingresso a Vitorchiano

Il paese più "fotografato" dal film, però, è sicuramente Vitorchiano, il bel centro dei monti Cimini arroccato su grandi massi di peperino a strapiombo sulla valle in cui scorre il Rio Acqua Fredda. Proprio salendo dalla valle i nostri eroi giungono in questa "cittade" all'inizio del loro viaggio, trovandola completamente disabitata. Brancaleone non sembra conoscere esattamente il posto, pur se ostenta il contrario con un eloquente "È certamente San Cimone o Bagnarolo... o anco Panzanatico... o altro loco che io non saprei".
Tutti, eccetto il guardingo Teofilatto dei Leonzi, entrano nella città passando per  un grande arco: tutta questa zona è rimasta identica a come si presentava nel 1966 e per gli amanti del film (sfido chiunque a non esserlo!) è possibile compiere lo stesso percorso e sedersi sul parapetto su cui si siede Gian Maria Volonté nel film...
Un arco a Vitorchiano
Passato l'arco, però, nella realtà ci si affaccia sulla piazza centrale del paese, uno scenario troppo identificabile e quindi, nella finzione, Aquilante e l'armata sbucano in un altro vicolo di Vitorchiano, più a ridosso della cinta muraria e con due scale d'accesso a delle case ancora perfettamente identiche a cinquant'anni fa! È qui che gli uomini iniziano a saccheggiare su preciso ordine "che l'armata Brancaleone lasci il suo terribile segno... dura lex sed lex", ma in realtà accumulano solo "e presciutti, e mortadelle, e culatelli...", come urla festante Pecoro (Folco Lulli).
Da queste faccende Brancaleone verrà distolto dal soave canto, il celeberrimo "cuccurucù" intonato da una discinta e voluttuosa Maria Grazia Buccella ("prenidmi dammiti, dammiti prendimi"). Questa scena, però, è girata a Viterbo e il portone della residenza della dama è quello di Palazzo Chigi.
Solo dopo aver scoperto che l'assenza di abitanti è dovuta a "lo morbo che tutti ci piglia", Brancaleone ritorna sui suoi passi e nella piccola via di Vitorchiano di cui si distinguono le mura.
L'intera armata lascia la cittadina sulle orme di Aquilante - "egli conosce la via della fuga" - compiendo aritroso il percorso già visto, prima sotto l'arco con le scale e poi sotto quello della piazza principale del paese, per riscendere a valle.
La scena davanti alle mura di Vitorchiano
Ci sono due curiosi particolari da segnalare a chi volesse recarsi in "pellegrinaggio" lungo le vie di Brancaleone: sia sul frammento di mura sia sotto l'arco che conduce alla valle, infatti, sono presenti nelle inquadrature di dettagli anacronistici. Nel primo caso si vede una piccola robbiana quattrocentesca raffigurante una Madonna col Bambino e, nel secondo, in maniera ancora più evidente, un'iscrizione del 1743, naturalmente ambientato nel Medioevo.
L'iscrizione in questione, ironia della sorte, ricorda proprio un episodio di peste - 1743/ A(nno) D(omini) 15 luglio/ il contagio fu in Messina e qvi le gvardie/ -: solo un caso o forse l'idea della scena nacque proprio da qui?
L'iscrizione del 1743 sotto l'arco d'accesso a Vitorchiano
Passato l'arcone d'ingresso alla città, infine, l'armata ritorna da dove era venuta, ma stavolta l'approdo finale è ambientato alla cava di terra rossa di Valentano, altro centro del viterbese. Qui, tutti si abbattono contro Teofilatto, reo di non essere entrato nella città della peste e di non aver detto nulla agli altri, ma poi si uniscono al monaco Zenone e al suo seguito, facendo voto di andare in Terra Santa per essere "mondi".

Dopo le sequenze con i pellegrini e lo splendido momento della separazione dal gruppo, con Brancaleone che invita tutti - "ite anco voi sanza meta, ma de un'altra parte" -, l'armata prende con sé la bella Matelda (Catherine Spaak), rapita e, come indica loro il suo tutore in punto di morte, destinata in sposa a Guccione di Rampazzo, dove decidono di portarla per codice cavalleresco, contro la stessa volontà della ragazza che si mostra più disposta ad altro...
La scena dell'incontro con Matelda è girata nella bellissima faggeta della selva cimina. Siamo sempre nei dintorni di Soriano nel Cimino e del bosco di faggi si riconoscono non solo gli alberi, ma anche le rocce trachitiche, i suggestivi massi di origine vulcanica che caratterizzano il luogo e che si presentano tondeggianti e ricoperti di muschio. Il giallo di Aquilante - dipinto tutte le mattine durante le riprese - crea un bell'effetto cromatico a contrasto con tutto quel verde e il marrone delle foglie a terra.
La faggeta della selva cimina
Il sito successivo è quello del lago di Vico, dove fa il bagno Matelda, mentre Brancaleone fa di tutto per non guardarla e non farla osservare nuda dagli altri - "perché nun se po' guatà?" lamenta il più giovane dell'armata.
Dopo la breve parentesi nel palazzo di Guccione da Rampazzo, dove si celebra la festa per l'arrivo di Matelda, si evidenzia un altro anacronismo. Brancaleone, infatti, venuto a sapere che la bella fanciulla si è ritirata in convento,  dopo aver varcato il ponte che conduce nella realtà al Castello dell'Abbadia a Canino, giunge nel chiostro di San Francesco di questo paese, il cui chiostro presenta delle lunette affrescate del XV secolo.
Diverso il discorso per un altro ambiente chiesastico usato per il film, poco oltre, quando l'armata giunge nel palazzo dei Leonzi a richiedere invano il riscatto per il figlio Teofilatto. Qui Brancaleone si lascia sedurre dalla zia del personaggio interpretato da Gian Maria Volonté, Teodora (Barbara Steele), che lo conduce in un luogo appartato dove gli insegnerà che "piacere e dolore sono tutt'uno". L'ambiente in cui è allestita la camera da letto della "tortuosa bizantina", come l'apostrofa Brancaleone mentre inizia a frustarla anche lui, è la cripta di San Pietro a Tuscania.
Del sacello di XII secolo, si riconoscono oltre alle 28 colonne romane di spoglio che la caratterizzano, anche l'anacripta e gli affreschi che compaiono proprio dietro il volto trasfigurato di Vittorio Gassman che brandisce il gatto a nove code. Va, inoltre, segnalato, che la cripta di Tuscania è stata location per altri celebri film: Otello (Welles 1952), Uccellacci e uccellini (Pasolini 1966), Romeo e Giulietta (Zeffirelli 1968), Nostalghia (Tarkovskij 1983), Francesco (Cavani 1989) e Lady Hawke (Donner 1985).
Dopo questi eventi, seguiti dalla già citata morte di Abacuc, sepolto all'ombra della Torre di Chia, l'armata Brancaleone giunge nell'ultimo teatro di posa a cielo aperto del film, raggiungendo la tanto agognata Aurocastro nelle Puglie, che in realtà è in Calabria. Si tratta, infatti, de Le Castella, la fortezza aragonese in provincia di Crotone, che sorge nel luogo che proprio in età medievale si credeva fosse la leggendaria isola di Calipso narrata nell'Odissea di Omero.
Se al capolavoro di Monicelli, oltre al latino maccheronico di ispirazione folenghiana degli sceneggiatori Age e Scarpelli, serviva un contatto con la letteratura "alta", eccolo trovato, rimontando alle origini della letteratura occidentale...

1 commento: