mercoledì 15 aprile 2015

Amour (Haneke 2012)

Raramente l'amore è stato così totalizzante al cinema... ma con Michael Haneke, com'è nelle sue corde, un sentimento così forte non contiene solo elementi positivi che danno entusiasmo, ma anche e soprattutto quelli negativi e disperati.
L'Oscar 2013 come miglior film straniero (vedi) è indiscutibilmente meritato, per il rigore con cui, come suo solito, il regista austriaco racconta la storia attraverso la mdp, una bellissima sceneggiatura, scritta da lui stesso, e grazie all'interpretazione di due attori straordinari come Jean Louis Trintignant e Emmanuelle Riva.

Leggi la trama:
Georges e Anne sono una coppia di anziani musicisti, che si amano ancora con tenerezza, rispetto e, perché no, con qualche litigio che scaturisce da nette differenze caratteriali. Cosicché, ad esempio, il loro ritorno a casa dopo il concerto di Schubert tenuto da uno dei primi allievi di Anne, è l'occasione per quest'ultima di sottolineare la paura dei ladri, che Georges ritiene eccessiva.
Al mattino dopo, però, la colazione che sembra svolgersi con la consueta serenità e con le inevitabili scaramucce, è turbata da un improvviso blocco di Anne: Georges corre a vestirsi per andare a cercare aiuto, ma quando torna la moglie non solo si è ripresa, ma lo riprende perché ha lasciato il rubinetto aperto. Purtroppo, anche se lei non se ne è resa conto, quello è l'inizio della malattia che un'operazione sfortunata alla carotide peggiorerà costringendola alla sedia a rotelle e ad una paralisi degenerativa. Al ritorno dall'ospedale, Anne chiederà a Georges di non riportarcela mai più, qualunque cosa accadrà, e suo marito la accontenterà, accudendola per il resto dei suoi giorni fino ad un finale tragico, durissimo, ma capace al tempo stesso di essere poetico e liberatorio, nonché incredibilmente associabile, almeno nella forma estetica, all'analoga sequenza di Otello e Desdemona nell'Otello di Orson Welles (1952).

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La pellicola è costituita da una sequela di momenti narrativi eccezionali, ma la sequenza della colazione, durante la quale iniziano le tribolazioni della coppia, è un piccolo saggio del cinema di Haneke, che qui dilata l'angoscia attraverso lo spazio, rappresentato dal lungo corridoio che Georges, con il suo passo incerto, percorre lentamente, e attraverso il suono, quello dell'acqua che scorre rumorosamente dal rubinetto lasciato aperto fino a che Anne non lo chiude, un dettaglio che naturalmente il regista non ci fa vedere, ma ci fa udire, esattamente come accade a Georges, di cui così condividiamo anche la sorpresa.
Oltre le indubbie capacità registiche, basti notare gli splendidi campi lunghi dell'ingresso dell'appartamento (ricostruzione di quello dei genitori del regista) con le due porte delle camere alternativamente aperte e chiuse, restano saldi il lirismo di Haneke (Anne chiede di sfogliare i vecchi album fotografici di famiglia; Georges immagina Anne al pianoforte anche quando ormai è immobilizzata a letto) e il ricorso a metafore visive, come accadeva anche ne Il nastro bianco (2009): se l'uccellino in gabbia del bellissimo film precedente era l'immagine della rigorosa educazione tedesca di inizio Novecento, stavolta il piccione che entra dalla finestra liberty simboleggia la malattia, l'intrusa indesiderata nell'esistenza fino ad allora serena dei due protagonisti. Come nella pellicola del 2009 e in tutta la sua filmografia, il cineasta austriaco dimostra di conoscere e di dare una grande valenza alla pittura e ad un tratto ci mostra, come se fosse una soggettiva dello sguardo di Anne, i dipinti appesi nella sua camera: una serie di paesaggi dal '600 all'800 che di fatto sono gli unici "esterni" di questo film.
La vita scorre nella sua quotidianità anche nella malattia e Anne dimostra una gran forza di carattere mettendo subito in guardia Georges, troppo premuroso, precisandogli di non voler essere trattata come una disabile e, quando lui le chiede se ha mai immaginato in passato la situazione inversa, la sua risposta è di un'incredibile quanto lucida sincerità: "sì, ma l'immaginazione e la realtà hanno molto poco in comune".
L'amore tra i due è clamorosamente evidente in ogni sequenza, grazie ai loro gesti e ai loro sguardi, e lo è ancora di più quando, con Anne ormai impossibilitata a parlare e a muoversi, Georges continua ad occuparsi della moglie provando a farla cantare, convincendola a nutrirsi anche minacciandola di portarla in ospedale, ecc. L'intensità del loro legame, però, è testimoniata senza imbarazzo anche dal racconto di Eva (Isabelle Huppert), la loro unica figlia che ora vive lontano e che ricorda al padre quanto le dava sicurezza da bambina sentirli far l'amore nell'altra stanza ("mi dava la certezza che voi vi amavate e che saremmo stati sempre insieme").
Un altro grande momento di silenzioso affetto è la visita del giovane allievo di Anne, Alexandre (interpretato dal reale esecutore delle musiche della bella colonna sonora, Alexandre Tharaud), che non sapendo nulla della nuova condizione della sua insegnante, resta scosso e lo dimostra inviandole un suo cd accompagnato da un biglietto che recita "è stato bello e triste".
La malattia resta, però, l'unico argomento possibile tra i familiari di Anne, cosicché Eva, sconvolta dall'ennesimo peggioramento della madre, non riesce a sostenere il "parliamo d'altro" del padre, dopo il quale sbotta in un disperato "e di cosa?". Agli scambi tra padre e figlia la sceneggiatura, il cui ruolo è fondamentale in un film inevitabilmente claustrofobico, riserva altri momenti importanti, in cui Georges, ormai stanco, perde la pazienza e il controllo ("non ho più il tempo di occuparmi della vostra preoccupazione") e, dopo aver descritto la sua impotenza nel migliorare le giornate di Anne, si giustifica per aver chiuso a chiave la porta della camera della moglie con un significativo "nulla di tutto questo merita di essere messo in mostra".
Jean Louis Trintignant, che cambia migliaia di espressioni e di stati d'umore senza andare mai oltre le righe, e Emmanuelle Riva, letteralmente trasfigurata dalla malattia, sono sensazionali: sono la perfetta dimostrazione di come, rispettivamente a 82 e ad 85 anni, si possa recitare ad altissimo livello e con una naturalezza fuori dal comune, che a tratti fa sembrare il film un documentario incentrato sulla potenza sconvolgente della malattia. 
Oltre a quanto detto finora, però, va precisato che Haneke non è mai sentimentalista, né fa ricorso al patetico (nel senso classico del termine), un merito incontestabile in un film così dominato dal dolore, come gli hanno riconosciuto gli stessi Trintignant e Huppert nelle interviste successive all'uscita del film. Per questo, probabilmente, l'unico momento di sentimentalismo lo ha dimostrato prima di girare, quando ha scelto Emmanuelle Riva come protagonista, poiché l'aveva amata, ancora diciassettenne, in capolavori di oltre cinquant'anni prima, come Hiroshima mon amour (Resnais 1959) e Kapò (Pontecorvo 1959): il sentimentalismo, però, in questo caso è stato ampiamente ripagato!

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