lunedì 11 agosto 2014

Il conquistatore del mondo (Corman 1956)

Visto oggi è difficile credere che questo film, dalla trama semplice e lineare, con effetti speciali artigianali e una sceneggiatura profondamente didascalica, abbia fatto epoca e sia stato un punto di riferimento per tanto cinema di fantascienza degli anni seguenti, eppure Il conquistatore del mondo (noto anche come Conquistò il mondo) è un caposaldo del genere, opera di uno dei padri del New American Cinema, l'indipendente Roger Corman.

Leggi la trama:
Tom Anderson (Lee Van Cleef) è uno scienziato della NASA con strane teorie sulla vita sugli altri pianeti, a cui nessuno sembra dare credito, nemmeno sua moglie Claire (Beverly Garland) che lo considera un visionario, né il suo migliore amico e collega Paul Henson (Peter Graves), sposato con Joan (Sally Fraser).
Tom con una particolare strumentazione radio, nascosta dietro una tenda del suo appartamento, comunica con un alieno che da Venere giunge sulla Terra, e ne diventa il principale alleato e sostenitore. L’extraterrestre ha il potere di arrestare il funzionamento di ogni energia (corrente elettrica, acqua corrente, automobili, ecc.), tranne di chi è dalla sua parte, e di ridurre al proprio volere gli uomini più influenti del piccolo centro di Beachwood, grazie a degli strani “dispositivi di controllo” simili a pipistrelli. Solo dopo molto tempo Tom si renderà conto che la conquista del mondo da parte dell’alieno non sarà un cambiamento positivo per l’umanità, ma sarà troppo tardi…
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Il tema principale della storia contrappone la razionalità più estrema dell’extraterrestre alle emozioni umane. Come spiegherà Paul anche nella morale finale - massimo segno dell’aspetto didascalico della pellicola, degno di una favola di Esopo, quando la morale iniziava con o mythos deloi oti - “l’uomo è una creatura che prova emozioni e per questo è la più grande dell’universo”, ammonendo l’uomo a non cercare la perfezione all’esterno ma di credere in se stesso e nelle proprie capacità.
Tanti i difetti e, pur se in un film come questo l’apporto della logica è decisamente da porre in secondo piano, non si possono non notare alcune macroscopiche contraddizioni in una trama in cui Lee Van Cleef e l’alieno comunicano usando rispettivamente la lingua “terrestre” e degli strani suoni incomprensibili; Paul uccide uno dei pochi “dispositivi di controllo” dell’alieno, che evidentemente lavora in economia proprio come la produzione del film, infilzandolo con un forchettone del camino; gli pneumatici delle automobili stridono sulla terra come fossero sull’asfalto, ecc.
Eppure qua e là, nonostante la semplicità dell’insieme, si nota la capacità del giovane Corman che in alcune inquadrature mostra già il suo talento: una su tutte la perfetta disposizione dei personaggi durante l’ultimo dialogo tra Paul e Tom, con i due amici in primo piano seduti uno di fronte all’altro e tra di loro, ma sullo sfondo, Claire che li ascolta ed è già pronta ad agire.
Indimenticabile l’apparizione dell’alieno: una sorta di grosso vegetale dotato di corna e di chele e dall’espressione arcigna, che dalla base del suo corpo, frastagliata come i piccoli fantasmi di Pac-man, fa uscire quella specie di pipistrelli che mordono gli uomini inserendo sul loro collo degli elettrodi e poi muoiono, come se fossero delle api.
Alcune battute rendono la pellicola un perfetto film da fantafestival, evidentemente diretto ad un pubblico da “cinema mordi e fuggi” dell’epoca, in cui il ritmo andava anteposto a sceneggiatura e recitazione. Così, rimasti a piedi dopo che la loro auto si è spenta, Joan chiede al marito “ma non avevi detto che Tom e Clara abitavano qui vicino?”, e Paul risponde “E’ così quando si è in auto”; in un momento di pieno panico una signora si avvicina ad un poliziotto esponendogli il proprio problema, “mio marito è in un polmone d’acciaio”, senza ricevere alcuna risposta, in una scena che starebbe bene in un film da comicità demenziale Zucker-Abrahams-Zucker; uno degli operatori del laboratorio della NASA, dopo la totale interruzione delle apparecchiature, non trova altra spiegazione scientifica se non il più tipico luogo comune da Guerra fredda, affermando con certezza di essere sotto il “pieno complotto comunista”; Tom, convinto della stupidità dell’uomo, alla domanda di Paul “salvare l’umanità da che cosa?”, risponde sicuro “da se stessa” e, poco dopo, Claire, prima provoca il marito (cosa che fa per tutto il film, aumentando il senso di rivalsa dell’uomo), offendendo il suo nuovo amico, con un esplicito “almeno ha le dita?”, e poi per convincerlo a tornare  in sé espone una strana metafora:  “Tom, non puoi eliminare l’ossido dal cuore dell’uomo senza portar via un po’ dell’argento”.
La stessa Claire arriva nella Grotta dell’elefante (in realtà si tratta delle Bronson Caves nel Griffith Park di Los Angeles), in cui il mostro si è nascosto poiché lì l’atmosfera è simile a quella del pianeta Venere (sic!), e alla sua vista esclama: “Allora è così che sei? Brutto! Orribile!”, prima di essere abbracciata dalle sue chele.
Eppure, nonostante tutto questo, per chi ancora non fosse convinto che il film sia stato un cult ai tempi, ascolti il suono di uno dei “dispositivi di controllo”, così simile a quello divenuto celeberrimo poco più di venti d’anni dopo in Incontri ravvicinati del terzo tipo (Spielberg 1977).

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