mercoledì 9 marzo 2016

Lo chiamavano Jeeg Robot (Mainetti 2015)

Non c'è che dire, Gabriele Mainetti ha avuto una bellissima idea, fondere in un unico soggetto una storia di malavita romana alla Romanzo criminale ma contemporaneo, con coinvolgimenti di quella napoletana alla Gomorra, due delle migliori e più seguite serie italiane degli ultimi anni, desunte da film e da romanzi di successo, e a questo aggiungere una storia d'amore, non banale peraltro, e soprattutto un lato sovrannaturale, alla Marvel, ma legato ai ricordi d'infanzia di una larga fetta di pubblico con il nome del mitico robot inventato da Gō Nagai nel 1975.
E il gioco, per quanto furbo, è decisamente riuscito e, unito ad una buona sceneggiatura e ad una trama che pur rischiando di cadere in alcuni cliché riesce ad evitarli, ne risulta un film davvero piacevole e divertente.

Enzo Ceccotti (Claudio Santamaria), ladruncolo di Tor Bella Monaca, cinico e misantropo, è costretto a tuffarsi nel Tevere e, venuto a contatto con delle scorie radioattive, riemerge e si rende pian piano conto di avere acquistato una forza fuori dal comune.
Durante un colpo per una partita di droga in cui resta ucciso Sergio (Stefano Ambrogi), l'uomo che lo aveva coinvolto nel piano, un salto nel vuoto dal nono piano di un palazzo in costruzione, senza conseguenze, gli darà la conferma delle sue nuove possibilità fisiche.
Quell'evento, però, lascia sola Alessia (Ilenia Pastorelli), la figlia di Sergio, già orfana della madre, con problemi mentali e con una passione smodata per Jeeg Robot, a cui collega tutto ciò che succede intorno a lei, ossessionata dalla regina Himica, dal ministro Amaso e dal temibile giorno delle tenebre.
Nel frattempo Fabio, detto lo Zingaro (Luca Marinelli), e la sua banda tentano di organizzare il colpo della svolta, lavorando per un gruppo di camorristi napoletani, ma non tutto va come vorrebbero...
Santamaria con i suoi venti chili in più, raggiunti per questo ruolo, non è certo il Robert De Niro di Toro Scatenato (Scorsese 1980), ma convince con il suo volto spaesato e sorpreso, soprattutto quando piega termosifoni o porta a casa un intero bancomat - immagine che diventa un soggetto per i murales in giro per la città - e viene preso in giro persino da Alessia per l'ingenuità della scelta. In fondo è un simpatico Hiroshi Shiba, come si ostina a chiamarlo la giovane ragazza, che non si separa mai dal dvd con le puntate del popolare cartone animato e si affeziona al suo eroe, che grazie a lei si ammorbidirà un po'.
È però Luca Marinelli, che già in Non essere cattivo (Caligari 2015) aveva dimostrato la sua bravura, l'assoluto mattatore. Un personaggio schizoide, sempre sopra le righe, un Joker batmaniano fuso con il Tony Montana creato da Oliver Stone per il più recente degli Scarface (De Palma 1983), ma con una georeferenziazione tutta italiana: la sua voglia di emergere nella malavita affonda le radici in un'apparizione a Buona Domenica che non ha avuto seguito.
È per questo che ancora oggi talvolta si esibisce travestendosi sul palco (Un'emozione da poco - Anna Oxa) o canta a squarciagola in macchina con gli altri della banda (Non sono una signora - Loredana Bertè). Quando è 'in scena', peraltro, il suo personaggio sembra costruito con tante influenze: dall'icona romana del primo Renato Zero, al singolo occhio truccato come l'Alex di Arancia meccanica (Kubrick 1971), ma più avanti nel film, il fuoco e l'acqua lo renderanno anche un pò come il Freddie Kruger di Nightmare o lo spelacchiato De Niro nel Frankenstein di Mary Shelley (Branagh 1994), finché il suo perverso occhieggiare alla videocamera - oggi un semplice cellulare - lo farà somigliare persino al serial killer de Il silenzio degli innocenti (Demme 1991).
E tra i tanti riferimenti a icone pop, televisione trash, fumetti, anime giapponesi e altri film, la sceneggiatura riserva allo Zingaro oltremodo ambizioso la battuta "sta puzza de mmerda me fa schifo" con uno dei suoi amici che gli risponde "invece a me sta puzza me piace", evidente citazione del significativo scambio tra i protagonisti di C'era una volta in America (Leone 1984), in cui l'altrettanto ambizioso e psicotico Max-James Woods diceva a Noodles-De Niro "te la porterai dietro tutta la vita tu la puzza della strada" sentendosi rispondere "a me piace moltissimo la puzza della strada...".

Il film, inoltre, non solo attraversa diversi generi, sconfinando anche nello splatter, ma riesce a stemperare le sequenze romantiche nell'ironia: si pensi soprattutto alla bella scena della ruota panoramica azionata 'a mano' da Enzo-Hiroshi, o a quella del centro commerciale in cui Alessia inventa con fantasia le vite dei passanti ("Midori la commessa di Tezenis").
E poi tanta Roma, oltre a Tor Bella Monaca e al Tevere, i primi luoghi da cui origina la storia, si passa alla Piramide Cestia, allo Stadio Olimpico, ma anche al Colosseo, in una sequenza capace di trasformare un'immagine da Uomo Ragno (oggi Spiderman anche dalle nostre parti) ad un novello Nando Mericoni (Un americano a Roma - Steno 1954).
Un ulteriore complimento a Gabriele Mainetti per aver girato il primo "spaghetti superhero" del cinema italiano (a Il ragazzo invisibile - Salvatores 2014, mancava la componente ironica), e, infine, per aver trovato persino il modo di citare la celebre frase di Moravia su Pasolini, parafrasandola con "gli eroi so' come i poeti, ne nasce uno ogni cent'anni"...

2 commenti:

  1. "da grandi poteri derivano grandi responsabilità" è diventato "aoh ma te sei gigrobbò, mica poi annà a rubà"

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