giovedì 17 novembre 2016

Knight of cups (Malick 2015)

Terrence Malick da un paio di decenni sta andando in una direzione ben precisa, creando un cinema in cui la narrazione è sempre più scarnificata, i dialoghi pressoché inesistenti, e al loro posto restano solo splendide immagini, magnetiche ed evocative, e pensieri dei personaggi, quasi sempre esplicitati da una voce off (in originale quella di Ben Kingsley).
Il percorso di Malick lungo la sua filmografia è sempre più chiaro: dopo La rabbia giovane (1973) e I giorni del cielo (1978), i suoi due capolavori iniziali e narrativamente tradizionali, il suo ritorno al cinema a distanza di venti anni ha segnato l'inizio di questa nuova maniera, già percepibile ne La sottile linea rossa (1998), e poi via via più evidente in The New World - Il nuovo mondo (2005) e in The Tree of Life (2011), fino a diventare l'aspetto totalizzante nelle sue due ultime opere, To the Wonder (2012) e, appunto, Knight of Cups (2015).

Questi i fatti, ora al pubblico resta decidere se questo modo di fare cinema piace o meno, perché la tendenza del regista dell'Illinois è questa e difficilmente tornerà indietro.
Come in To the Wonder, il tema è l'amore, che lo spettatore vive attraverso gli occhi e i sentimenti di Rick, un uomo in crisi, che sta chiudendo la storia con la moglie e vaga tra avventure e conquiste che nonostante le ottime premesse finiscono nell'inedia resistendo per poco, fino alla successiva conoscenza femminile. Il sempre irrequieto Christian Bale appare l'interprete perfetto per questo ruolo, mentre il fatto che il suo personaggio sia uno sceneggiatore la dice lunga sulle potenziali valenze autobiografiche della pellicola per il suo autore, che però può identificarsi soprattutto con il padre di Rick, Joseph (Brian Dennehy), a cui spetta pronunciare quella che è probabilmente la battuta più importante del film e che suona come un'enorme sconfitta della cosiddetta età della saggezza: "Pensi che quando raggiungerai una certa età le cose inizieranno ad avere un senso. Poi scopri che sei perduto, come lo eri prima. Suppongo che questa sia la dannazione. I pezzi della tua vita non si riuniscono mai. Vengono solo sbattuti in giro".

Le numerose compagne del protagonista sono interpretate da Cate Blanchett (Nancy, la moglie di Rick), Natalie Portman (Elizabeth), Freida Pinto (Helen), Imogen Poots (Della), Isabel Lucas (Isabel). Tutte, decisamente frastornate, hanno qualcosa da chiedere per fare chiarezza o qualcosa da rimproverargli: "è un'amicizia la nostra?", "sognare è bello ma non si può vivere in un sogno", "tu non vuoi l'amore, tu vuoi un'esperienza d'amore", "l'amore è così raro che quando lo trovi non puoi dubitarne" o, citando sant'Agostino, "ama e fa' ciò che ti piace" (così traduce la versione italiana invece del celeberrimo e codificato "ama e fa' ciò che vuoi", tanto da far supporre che chi se ne è occupato non abbia riconosciuto la citazione). Per Rick, invece, tutto appare più che dubitabile, forse anche oltre, quando ascolta le parole del sacerdote che tenta di spiegare l'infelicità come un dono divino, cosicché il suo comportamento sembra trovare una certa consonanza solo con "fa' attenzione al momento presente" .
Se il rapporto con il padre è burrascoso, con il fratello minore Barry (Wes Bentley), complici anche le consuete gelosie, mentre la madre si augura che Rick abbia dei figli, a suo avviso l'unico modo per non pensare solo a se stessi e trovare un equilibrio.
 
La mdp fa spesso ricorso al fish eye e alla GoPro, riprende dall'alto, corre diagonalmente e non è mai ferma, così come non lo sono nemmeno i personaggi, che si muovono di continuo, compreso Rick che, quando passeggia sui tetti, non può non far pensare ai vari Batman girati da Christopher Nolan. Lo stesso accade alle splendide attrici che ruotano attorno al protagonista: tutte incedono con leggiadria e movimenti danzanti - preferibilmente sulla battigia o nell'oceano -, che sembrano essere frutto di una vera e propria ossessione di Malick per una forma angelicata femminile, paragonabile a quella di Aby Warburg per le vesti svolazzanti delle ninfe classiche e rinascimentali...
E, per l'appunto, questo moto generalizzato diventa una sorta di corteo bacchico durante la lunga sequenza della festa hollywoodiana (il padrone di casa è Antonio Banderas), in cui gli invitati si agitano tra bordo piscina e stanze arredate in maniera sfarzosa e priva di gusto, con l'insensato obbligo di divertirsi in ogni modo.
La fotografia del tre volte premio Oscar Emmanuel Lubezky è impeccabile, e immortala Los Angeles e Las Vegas  con risultati così elevati da farci dimenticare quanto un film necessiti di una trama. Malick, forse anche per questo, prova a dare un filo conduttore alle immagini che si susseguono dividendo il film in sezioni che prendono il nome dalle carte dei tarocchi, come lo stesso titolo della pellicola, cosicché si passa dalla Luna a L'appeso, da L'eremita a Il giudizio, da La torre a La papessa, da La morte La libertà, l'unico che non fa riferimento ad una carta.
La costante voce off esplicita la crisi di Rick, che si sente ridotto in "frammenti, pezzi di un uomo", e ripete spesso "sono uno straniero su questa terra".
Knight of cups regala momenti splendidi, ma la sua disorganicità è facilmente palpabile. Non si può parlare di un'opera riuscita, ma nemmeno distruggerlo come se fosse un cinepanettone:  tra noioso e presuntuoso e geniale e meraviglioso ci sono infinte sfumature. Il film non funziona, eppure è magnetico e affascinante. La critica più frequente rivolta a Malick è la sua lontananza ad un modo tradizionale di concepire il cinema: in tal senso aver girato senza far sapere agli attori di cosa trattasse la storia non fa che aumentare l'accusa di tendenza artistoide. Personalmente non credo sia il caso di parlare di disonestà e mancanza di ispirazione, in fondo non sappiamo se Rick abbia trovato un equilibrio alla fine del film, Terrence Malick ancora no, vedremo dove ci porterà la prossima volta...

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