giovedì 13 agosto 2015

The Village (Shyamalan 2004)

Dopo il grande successo de Il sesto senso (1998) e i seguenti Il predestinato - Unbreakable (2000) e Signs (2002), il cineasta indiano Manoj Nelliyattu Shyamalan, meglio noto come M. Night Shyamalan, ha realizzato quello che a tutt'oggi resta, secondo chi scrive, di gran lunga il suo capolavoro.
The Village è una pellicola difficile da inscatolare in un genere, poiché è allo stesso tempo un film in costume, drammatico, romantico e un thriller ai limiti della fantascienza, in grado di generare un effetto sullo spettatore pari a quello che lo splendido racconto breve di Fredric Brown La sentinella (1954) genera sul lettore...


La storia si svolge quasi completamente all'interno del villaggio di Convington, in Pennsylvania, e approfondisce i rapporti di convivenza tra gli abitanti di una comunità sconvolta dall'esistenza di mostri, a cui si riferiscono letteralmente col nome di "creature innominabili", che ne minacciano l'incolumità. Se dagli anziani la vita che scorre all'interno di precisi confini è supinamente accettata, ben più difficile è farlo capire alla nuova generazione, nata in questo stato di cattività e che, per istinto di conoscenza e per una necessità insita nell'età, vuole istintivamente superare le barriere imposte dal consiglio degli anziani.
Il cast è davvero eccezionale ed è impossibile non riconoscere un grande merito al ruolo degli attori per l'elevato livello raggiunto dalla pellicola.
William Hurt è uno straordinario Edward Walker, l'uomo attorno al quale sembra ruotare tutta la comunità, il vero capovillaggio di cui tutti si fidano e da cui tutti si aspettano le decisioni più importanti.
La figlia non vedente, Ivy Walker (Bryce Dallas Howard), è la protagonista delle vicende principali: innamorata di Lucius Hunt, un silenzioso ma intensissimo Joaquin Phoenix, figlio di Alice (Sigourney Weaver), è a sua volta amata da Noah Percy (Adrien Brody), un ragazzo con problemi psichici e per il quale nutre un sincero affetto.
I due si dichiareranno i loro sentimenti tra mille difficoltà, non ultimo il rifiuto da parte di Lucius di Kitty (Judy Greer), la sorella maggiore di Ivy, ma la gelosia di Noah scatenerà una serie di conseguenze che metteranno alla prova Ivy e costringeranno la comunità a fare i conti con le proprie certezze e le proprie ipocrisie...

La vicenda è ben narrata e ancor meglio girata, con una mdp che si muove continuamente - si pensi ai tanti carrelli all'indietro, compreso quello che ci permette di vedere i confini del villaggio segnati dalle fiaccole - senza limitarsi a farci vedere ciò che inquadra in maniera asettica, divenendo essa stessa un personaggio partecipe degli avvenimenti. Lo dimostra il folgorante inizio in cui viene illustrato il funerale di un bambino e il successivo pranzo ad un'enorme tavolata a cui partecipano tutti gli abitanti di Convington, ma anche il bel ralenty con il quale Shyamalan si sofferma sul primo contatto fisico tra Ivy e Lucius, con questo che prende per mano la fanciulla per proteggerla dal pericolo. Tante altre sequenze catturano l'occhio - così come gli archi della colonna sonora di James Newton Howard fanno sull'orecchio - e tra queste c'è sicuramente la panoramica di centottanta gradi terminante sul volto di Ivy quando il padre apre la porta della "casa dove non bisogna entrare", altra espressione misteriosa al pari delle "creature innominabili" e della "camera del silenzio".
La sceneggiatura è un altro dei punti di forza della pellicola e contribuisce al senso di disagio e a quel qualcosa di sfuggente che aleggia per tutta la durata del film.
Così Ivy sintetizza l'ostentata misura e la formalità dei rapporti dicendo che "pur desiderandolo, ci sono gesti che non facciamo perché gli altri non capiscano quello che vogliamo"; mentre Lucius, che la madre definisce "un puledro maldestro", dimostra tutta la sua ribellione al sistema impostogli rispondendo ai dubbi di Ivy sul varcare i confini con una frase che illustra perfettamente la sua personalità: "non mi preoccupo di cosa può capitare, ma di cosa bisogna fare".

Una società perfetta all'interno di un recinto: è da questa illusione che prende le mosse il soggetto di The Village, un tema caro a Shyamalan che è soprattutto metafora della presunzione e dell'ignoranza di certi modelli socio-politici finalizzati all'esclusione dell'"altro" da intendersi come diverso, come ignoto, come innovazione, laddove tutti questi concetti non vengano percepiti come possibilità di crescita.
La critica nei confronti di questo modello - figlio dell'ossessione statunitense in generale, acuita se possibile dopo le Twin Towers - è indiscutibile, e non a caso i due protagonisti, Lucius e Ivy, sono i primi a metterlo in discussione, ma è ancor più significativa l'idea che dal villaggio sia bandito il colore rosso - sì, proprio quello! - ed è splendida la sequenza in cui vediamo strappare da terra dei fiori di questo colore, perché attirerebbero le creature innominabili. Con queste ultime, inoltre, gli anziani avrebbero una sorta di accordo, secondo il quale gli abitanti del villaggio non debbano entrare nel bosco e loro in cambio non gli creeranno problemi, in una sorta di Guerra Fredda rurale e fantascientifica.
Tornando al colore che per decenni è stato il male e il simbolo di tutto ciò che fosse nemico degli Stati Uniti, va notato che in qualche modo è alla base anche della trasformazione della citazione favolistica presente nel film, cosicché Ivy che si avventura nel bosco come una novella Cappuccetto Rosso, indossa ovviamente un cappuccio giallo!
Che per la poetica del regista d'origine indiana il tema dell'impossibilità di una società perfetta in sé conclusa sia centrale, lo dimostra anche il soggetto della serie tv Wayward Pines, da lui ideata, e di cui si è appena conclusa la prima stagione: basta guardare le prime puntate per rendersi conto delle analogie con The Village, pur se a differenza di qust'ultimo non possiamo ancora sapere se porteranno a conclusioni simili... nell'attesa, rivedere il film del 2004 non fa che aumentare la voglia!

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