venerdì 15 maggio 2015

Sarà il mio tipo? (Belvaux 2014)

Il film del belga Lucas Belvaux è una commedia dolce-amara che racconta una storia d'amore impossibile, come precisa il titolo originale (Pas son genre), che in italiano viene trasformato in qualcosa di molto più sfumato pronto a raccogliere più speranze.. e quindi più spettatori!
Non è un caso, peraltro, che il romanzo omonimo scritto da Philippe Vilain, da cui è stato desunto il soggetto, anche nella versione italiana è intitolato più fedelmente con Non il suo tipo.


Clement de Guern (Löic Corbery) è un professore di filosofia di Parigi, autore di alcuni libri che parlano di rapporti di coppia, profondamente legato alla sua città ("io sono parigino ... fuori mi liquefo"). La sorte gli riserva una cattedra in un liceo in provincia, ad Arras, per lui una vera iattura, ma, grazie ad un orario favorevole, dovrà starci solo dal lunedì al mercoledì di ogni settimana, per poi fuggire col primo treno alla volta di Parigi e ritornare la domenica sera.
A dargli il benvenuto è una collega con qualche anno più di lui, Hélène (Anne Coesens), con cui sembra condividere molto e che è persino una sua ammirata lettrice: tutto sembra perfetto per una nuova relazione, peccato che Hélène sia sposata e abbia dei figli...
La sceneggiatura, adattamento dello stesso Belvaux dal romanzo di Vilain, è impietosa con quella che potrebbe essere una relazione pronta a sbocciare, dato che le frasi che li avvicinano di più ("non si vive ad Arras, ci si muore", "cosa c'è di peggio di un nuovo ricco? I loro figli"), sono in realtà citazioni che Hélène prende in prestito dal marito.
Il giovane professore, compresa la difficoltà e dopo aver incontrato per caso una sua ex Marie, che ancora lo accusa della loro separazione, decide di catalizzare le sue attenzioni su un'altra donna. L'occasione si materializza quando decide di andare a tagliarsi i capelli in un salone di Arras e la sua testa viene affidata a Jennifer (Emilie Dequenne)...

Clement sarebbe un perfetto personaggio di un film di Eric Rohmer: cinico come il protagonista de La fornaia di Monceau (1962) e, come lui, torna a cercare Jennifer sul posto di lavoro, quasi sviluppando la storia che allora la bella boulangère e il ragazzotto parigino interpretato da Barbet Schroeder non avevano avuto il tempo di vivere (anche perché protagonisti di un cortometraggio!). Allo stesso tempo si lascia travolgere dal caso, adattando la sua vita privata a quella lavorativa, nello stesso modo in cui lo faceva il Gaspard di Un ragazzo, tre ragazze (1996). E si pensa al bel Racconto d'estate di Rohmer anche nelle sequenze che ritraggono Clement e Jennifer sulle spiagge del nord della Francia..
I due protagonisti vivono una relazione che li sorprende, senza avere praticamente nulla in comune. Clement è rigido, si mantiene distante e razionale, eppure con Jennifer si ritrova ad andare al cinema a vedere film di cassetta con attori che nemmeno conosce e la segue in una delle serate in cui lei canta in un locale insieme a due colleghe, ma dalla quale il giorno dopo prende subito le distanze ("ieri sera non ero nel mio stato normale"). Di contro Jennifer è molto più aperta nei confronti di Clement e lo dimostra mettendosi alla prova e leggendo diversi libri di grandi autori (Dostojevskij, Zola, Kant, Steinbeck, Proust) di cui lui le parla, per poi crollare, però, quando si rende conto che Clement li scrive anche dei libri e non gliene ha mai fatto leggere uno.
E così le loro distanze si avvicinano grazie all'attrazione fisica e forse proprio alla curiosità per quelle differenze (Clement cambia il titolo del suo nuovo libro da Il nuovo eros ad un più cronenberghiano La nuova carne): le loro chiacchierate tra letteratura e filosofia culminano in un divertente parallelo di Clement tra la redazione di un libro e un'acconciatura di capelli e soprattutto quando, di fronte a dei giudizi estetici netti di Jennifer, la definisce una donna perfettamente kantiana, generando stupore e curiosità nella ragazza. Alla semplicità di Jennifer, invece, spetta una delle battute migliori della pellicola, quando, di fronte all'intellettualismo di Clement, che pretende di spiegare una pagina di Zola in base alla poetica dell'autore, la ragazza gli controbatte "tu sai meglio di lui cosa voleva dire?"

Bravissimi i due attori: se Löic Corbery è perfetto nel conferire al suo personaggio quell'aria parigina e professorale che crolla solo in alcuni momenti - su tutti quello in cui si lascia andare e balla cantando a squarciagola sulle note di Life is life degli Opus -, Emilie Dequenne, ormai non più la diciottenne esordiente che vinse a Cannes con Rosetta dei fratelli Dardenne (1999), è fantastica nel comunicare i suoi sentimenti col semplice ausilio del volto. Sensazionale in questo senso vederla sorridere, ma con gli occhi tristi, durante la festa di Arras, dopo essere stata ferita da un comportamento di Clement, e, ancora sull'onda di questa delusione, cantare l'indimenticabile I will survive di Gloria Gaynor, tra felicità e qualche lacrima, che la buona regia di Belvaux non manca di sottolineare.
A migliorare il giudizio su quello che è comunque un buon film, è il bel finale... ma su quello meglio non dare anticipazioni a chi non lo avesse ancora visto!

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