lunedì 13 agosto 2018

A beautiful day (Ramsay 2017)

Lynne Ramsay sceglie Joaquin Phoenix per un personaggio perfetto per lui, tagliato su misura, un misto tra il Norman Bates di Psycho (Hitchcock 1960), e soprattutto il Travis di Taxi Driver (Scorsese 1976): l'attore vince il premio per la migliore interpretazione maschile a Cannes e la regista, al suo quarto lungometraggio, realizza il suo miglior film (trailer).
Joe vive a New York, come il personaggio di De Niro nella pellicola di Scorsese, e come lui è un isolato, privo di rapporti sociali con i suoi concittadini, che perlopiù ignora quando non arriva a disprezzarli; spesso i suoi notturni spostamenti in auto vengono ripresi dalla regista richiamando evidentemente le inquadrature scorsesiane con Travis al volante, mentre attraversa una città anonima che scorre dietro di lui nel lunotto posteriore, fatta di luci sfocate e indistinguibili.

Abita con la madre, una signora molto anziana e mal in arnese, che alla sua prima apparizione è seduta davanti al televisore a guardare proprio Psycho... in una stanza in cui campeggia una grande stampa che raffigura un uccello, del tutto simile a quelle appese alle pareti di casa Bates nell'illustre precedente. Come se tutto ciò non bastasse, e con accento ironico, Joe, appena sentito il titolo del film, stringe il pugno e fingendo di brandire un pugnale, lo agita più volte dall'alto verso il basso a ricordare la sequenza più famosa della pellicola.
Rispetto a Norman Bates, però, di cui solo alla fine la sceneggiatura faceva accenno al suo quadro clinico-psichiatrico, nel film della Ramsay vengono dati continui e minimi flashback che ci mostrano Joe da bambino che, in preda al panico per i continui litigi dei genitori, si chiude la testa in una busta di plastica, un gesto di tortura autoinflitta ma allo stesso tempo rassicurante come qualsiasi gioco d'infanzia, che continua ancora oggi.
Proprio in uno di questi ricordi, peraltro, il piccolo Joe vede in soggettiva i piedi del padre che ha appena colpito la madre durante un litigio e che compiono dei passi per poi arrestarsi, in un momento che almeno ai cinefili italiani non può non ricordare il flashback con il piccolo Carlo (Jacopo Mariani), protagonista di Profondo rosso (Argento 1975), con i piedi inquadrati nello stesso modo nella scena dell'uccisione della madre... neanche a dirlo, compiuta hitchcockianamente anche in quel caso con lo stesso movimento verticale descritto in precedenza.
Travis e Joe nelle loro auto
Joe è un sicario: viaggia silenziosamente e altrettanto silenziosamente elimina le sue vittime su commissione; non ha vita privata, anche se sua madre fa riferimento a Janis, in realtà una vecchia fidanzata di venti anni prima. Il suo prossimo lavoro, però, è liberare Nina (Ekaterina Samsonov), la figlia del senatore Votto (Alex Manette), coinvolta in un caso di prostituzione minorile d'alto bordo dietro il quale c'è un altro senatore, Williams (Alessandro Nivola). Tutto questo, anche in questo caso, rende impossibile non pensare a Taxi Driver, dove la situazione pur se differente aveva molte consonanze con il film della Ramsay: Travis-De Niro aveva a che fare con un senatore (Williams, peraltro, è in fase elettorale come lo era Palantine nel precedente), e la sua missione principale era quella di salvare dalla prostituzione la giovanissima Iris-Jodie Foster. Al film di Scorsese, inoltre, strizza l'occhio anche una scena di colluttazione che vediamo dallo specchio di un soffitto, con Joe che lotta sdraiato e con il nemico sopra di lui, proprio come nella famosa scena
finale del capolavoro del 1976.
Inevitabili, infine, i rimandi per la guida e per il rapporto amicale che sembra instaurarsi tra Joe e Nina sia con Drive (Refn 2011) che con Leon (Besson 1994).
Illustrazione di Antoine Maillard apparsa sul New Yorker
La regia di Lynne Ramsay è davvero buona: introduce la storia con dettagli molto stretti, un martello, il sangue, la catenina di una ragazza, una busta in cui viene inserito tutto, una camera d'albergo, non una parola, tutto viene raccontato dalla mdp e dagli oggetti che parlano in maniera eloquente e inequivocabile. Rivedere Joe acquistare un martello anche più avanti renderà tutto molto chiaro allo spettatore già edotto, senza bisogno di parole o di didascalie di sorta (nuovo materiale per un'appendice al bel libro di Antonio Costa La mela di Cézanne e l'accendino di Hitchcock, 2014, incentrato proprio sul valore significante degli oggetti nella storia del cinema). E sono sempre i dettagli, corpi immoti, bocche aperte, occhi a mandorla, a risvegliare in Joe anche alcuni ricordi che rimandano ai tanti morti visti nel suo passato di sicario e di soldato: già, anche lui è un reduce come il Travis Bickle scorsesiano, quello del Viet Nam, questo verosimilmente ex marine in Iraq o in Afghanistan.
Allo stesso modo la cineasta scozzese fa parlare le immagini quando fa entrare Joe in acqua con il corpo wrapped in plastic - come direbbe David Lynch - della madre defunta, in una sequenza che passa da un rituale battista ad una immersione che deve molto al recente La forma dell'acqua (Del Toro 2017).
La forza delle immagini è indubbia, eppure non è certo trascurata la sceneggiatura, vincitrice a Cannes e scritta dalla stessa regista partendo dal romanzo di Jonathan Ames Non sei mai stato qui (anche il titolo originale del film infatti è You were never really here).  Joe parla poco, è vero, ma alcune battute lasciano il segno e rimandano ad un immaginario di cupa ironia: si è detto del "giocoso" gesto del pugnale del protagonista nei confronti della madre, ma ancora più chiaro è quello che dice un personaggio minore a lui commentando l'uso dei fiori dopo la morte delle persone: "io non ne ho mai capito il senso: gli stronzi muoiono comunque e i fiori appestano tutta la casa".
Anche la musica ha una valenza enorme, e quella di Jonny Greenwood, chitarrista dei Radiohead, si adatta al film in maniera identitaria come quella di Bernard Herrmann lo faceva con Taxi Driver. La colonna sonora (ascolto) aiuta ad entrare in empatia con il disagio del protagonista e a restituire allo spettatore la giusta atmosfera, attraverso un insieme di melodie stranianti, in cui sintetizzatori e percussioni elettroniche si alternano allo sperimentalismo del violoncellista Ollie Coates (Under the Skin). Tra i brani che accompagnano le scene, inoltre, vanno segnalate Angel Baby dei Rosie And The Originals, utilizzata per entrambe le sequenze in cui Joe, giustiziere e moderno supereroe, interviene per salvare Nina. 
J.B. Santerre, A woman pulling a curtain, coll. privata
Nella villa del senatore Williams, infine, un lungo corridoio disseminato di dipinti porta Joe alla sua meta, introdotta da un'evocativa tela seicentesca sulla parete di fondo... nulla è lasciato al caso, l'opera in questione, recentemente venduta sul mercato antiquario ed oggi in collezione privata (vedi), è stata realizzata dall'accademico francese Jean-Baptiste Santerre (1651-1717) e mostra una fanciulla che scosta una tenda (Woman pulling a curtain): quale migliore immagine nelle intenzioni del senatore per introdurre nella sua stanza proibita? 






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