domenica 5 giugno 2016

Marguerite & Julien (Donzelli 2015)

Chissà  François Truffaut cosa ne penserebbe, ma chi ama il suo cinema non può perdere il nuovo film di Valérie Donzelli, che riprende un vecchio progetto del maestro francese..
La dedica a Jean Gruault, che nel 1971 aveva lavorato all'adattamento abbandonato due anni dopo, è d'obbligo, anche perché lo sceneggiatore che collaborò con i grandi della Nouvelle Vague (Rohmer, Chabrol e Godard, oltre che Truffaut), è scomparso lo scorso giugno all'età di 90 anni, mentre il sottotitolo italiano - La leggenda degli amanti impossibili - non solo è inutilmente didascalico, ma sbagliato, dato che, come precisa la frase che fa da esergo al film, la storia, per quanto adattata e romanzata, è veramente accaduta nel 1603.

La relazione incestuosa tra due fratelli, però, è indubbiamente una storia di amanti impossibili, che nella filmografia truffautiana sarebbe stata in ottima compagnia di Adele H, Jules et Jim, La signora della porta accanto, La mia droga si chiama Julie, e anche per certi versi con le meno ossessive, ma non esattamente felici, storie del ciclo Doinel, de L'uomo che amava le donne, de La calda amante, de Le due inglesi.

Marguerite (Anaïs Demoustier) e Julien (Jérémie Elkaïm, ex marito e amico della Donzelli, che qui aiuta anche in veste di co-sceneggiatore) sono due dei tre figli di una nobile coppia di Tourlaville, Jean (Frédéric Pierrot) e Madeleine de Ravalet (Aurélia Petit), e insieme al fratello maggiore, Philippe (Bastien Bouillon), vivono nel castello di famiglia, mentre su di loro 'veglia' lo zio abate (Sami Frey).
Un veloce montaggio riassume l'infanzia dei due protagonisti, da sempre molto uniti, fino alla partenza di Julien e Philippe, che vengono mandati in giro per l'Europa per studiare l'arte, l'economia, e tutto ciò che serve per essere dei perfetti gentiluomini. Al ritorno dei fratelli, Marguerite, dopo aver rifiutato diversi pretendenti, accetterà di fidanzarsi, ma solo come mezzo per ingelosire Julien. È solo l'inizio dell'ossessione che li porterà a conseguenze da romanzo d'appendice, con cui si sposano perfettamente battute della sceneggiatura quali "noi siamo la natura" o "abbiamo consumato tutto, tranne la libertà e la gioia"...

Tra le trovate del film si noti la struttura narrativa, caratterizzata da una cornice in cui una ragazza di un orfanotrofio racconta nottetempo la storia di Marguerite e Julien alle compagne più piccole, completamente rapite da quelle vicende amorose. L'escamotage permette di dare un senso diegetico alla voce off che qua è là fa capolino e che fornisce l'occasione per uno dei virtuosismi della Donzelli: degli originali stop motion che attendono le frasi del "narratore" prima di ripartire, ma che in realtà sono dati dall'immobilità degli attori in scena e non da una pausa nel montaggio.
Il talento della regista francese è evidente e basti pensare alla mdp che "spia" dalle porte accostate che costituiscono dei perfetti surcadrage, o alla bella inquadratura della confessione di Julien davanti allo zio religioso - che non trova di meglio che sentenziare come "il modo migliore per evitare di peccare è quello di fuggire le occasioni" e che più avanti dirà che i due ragazzi sono "malati" - con i due profili posti su piani diversi ma con il solo volto del ragazzo messo a fuoco, in una maniera che ricorda da vicino i capolavori bergmaniani e soprattutto il bellissimo Persona (1966).
Sicuramente l'idea che ha fatto più discutere è stata la scelta di Donzelli di inserire molti elementi anacronistici: nel film si parla di corte, di re, di pena di morte, ci si muove a cavallo, ma si vedono anche automobili, elicotteri, il calcio balilla, abiti di epoche diverse, macchine fotografiche (una Rolleyflex, vintage ma non certo ancient regime), nonché un laboratorio di sviluppo, con Julien che stampa personalmente le foto scattate a Marguerite. La cifra stilistica alla Baz Luhrmann o alla Marie Antoinette (Coppola 2006) ottiene l'effetto simbolico di rendere senza tempo la storia di un amore che è allegoria del diritto all'incondizionata libertà di amare chiunque, al di là della morale dominante, ma che al tempo stesso crea uno straniamento nello spettatore. Forse anche questi elementi sono valsi al film i fischi di Cannes e diverse critiche negative, soffermatesi sull'eccessiva letterarietà del soggetto (dichiarati nei titoli di coda i brani presi da Flaubert e da Whitman), l'astrazione ed il poco realismo della storia... ma d'altronde sono gli stessi appunti che venivano fatti a Truffaut, segno che la Donzelli ha colto nel segno.


Gli "inseparabili" della Donzelli
e quelli di Hitchcock
Diverse le citazioni cinematografiche. Oltre al già citato Bergman, che sembra tornare quando vediamo una serie di sagome nere - i mantelli delle guardie - sulle creste di una collina, si pensi anche all'immancabile corsa sul cavallo imbizzarrito della piccola Marguerite, che tra i tanti fa pensare a Via col Vento (Fleming 1939) e a Barry Lyndon (Kubrick 1976). La Donzelli, però, riprende il capolavoro kubrickiano in maniera ancora più puntuale con la sequenza della cena di fidanzamento di Marguerite, che Julien abbandona in corsa in preda alla gelosia: non getta il contenuto di un bicchiere sul volto del rivale, come faceva Redmond Barry con il futuro sposo della cugina, ma il rimando è evidente. Allo stesso modo, Marguerite nella sua camera a casa Lefebvre - a proposito, la suocera della fanciulla è un'algida Geraldine Chaplin -, tiene una gabbia con due inseparabili, quantomai adatti a simboleggiare il suo amore per il fratello, ma gli stessi che Tippi Hedren porta con sé a Bodega Bay ne Gli uccelli (Hitchcock 1963).
Inevitabili, infine, anche gli omaggi formali a Truffaut, evidenti nella stessa presenza della voce narrante di cui abbiamo già detto, ma anche ai numerosi iris che fanno e, infine, quello più evocativo, il dettaglio dell'utilizzo della posta pneumatica che caratterizzava la Parigi di Baci rubati (1968).
"François Truffaut est mort, vive François Truffaut", e grazie alla Donzelli!

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