domenica 17 aprile 2016

Il clan dei Barker (Corman 1970)

Meglio noto col suo titolo originale, Bloody Mama, decisamente più fedele alla vera protagonista della storia, è indubbiamente uno dei massimi capolavori di Roger Corman, padre di quel new american cinema insieme ad altri grandi registi come Arthur Penn e Sam Peckinpah, da cui discende tanto cinema statunitense successivo (vedi il film).
E proprio con questi i due autori, il film di Corman condivide una serie di scelte stilistiche che rimandano rispettivamente a Gangster story (1967), e a Il mucchio selvaggio (1969).
Come in queste ultime pellicole, infatti, la mdp  è usata in maniera ficcante, con "intrusioni" che rappresentano colpi ben assestati e finalizzati alla resa realistica. Penso soprattutto agli improvvisi e anticalligrafici carrelli all'indietro, con cui si passa da dettagli a campi lunghi che ampliano la visuale, generando uno straniamento dello spettatore, abituato a regie che di solito fanno l'opposto, indicando piuttosto cosa guardare (es. i celeberrimi movimenti dal grande al piccolo di Alfred Hitchcok, dalla chiave di Notorious - 1946, al tic degli occhi del batterista in Giovane e innocente - 1937); ma anche agli splendidi fermo-immagine dell'indimenticabile finale che immortalano tutti i volti dei "ragazzi", ognuno alternato a quello ripetuto, anche se con inquadrature diverse, della madre (vedi da 1.25'). Risulta immediato il confronto di questa sequenza con l'ancora più celebre finale di Gangster story con Bonnie e Clyde fotografati in maniera del tutto simile anche se al ralenti (vedi) e naturalmente con i tanti momenti in cui Peckinpah fa entrare la mdp in ogni dettaglio del suo Il mucchio selvaggio.
Per la materia trattata e per l'ambientazione simile, però, la vicinanza tra i film di Corman e di Penn è più evidente, in essi si respira la stessa atmosfera, quella della campagna americana lontanissima dalle grandi città, in cui la legge e la convivenza civile sono ancora qualcosa a metà tra il vecchio far west e la società moderna.
Dopo pellicole come queste, il cinema statunitense, colpito alle radici del "sogno americano", non è stato più lo stesso! E basti pensare a quello che racconteranno qualche anno dopo film come Mean streets (Scorsese 1973) o La rabbia giovane (Malick 1973), che riprenderanno il tema della stortura del sogno americano impersonato da "spostati" ed "esclusi", ormai ben lontani da quelli di houstoniana memoria (Gli spostati - Houston 1961).

Ne Il clan dei Barker, tratto da un racconto di Robert Thom, questo sbandamento sociale è ancora conseguenza della guerra civile del 1865, ma pienamente riattualizzato dalla crisi economica del 1929, e i suoi protagonisti sono antieroi da manuale, fantasmi del fallimento, nei quali è impossibile identificarsi.
Il film vede giganteggiare una meravigliosa Shelley Winters, che interpreta Kate Barker, madre di quattro figli, Herman (Don Stroud), Arthur (Clint Kimbrough), Fred (Robert Walden), Lloyd (Robert De Niro), con cui decide di tentare la fortuna nel mondo della malavita.
L'approfondimento psicologico è eccezionale e sin dalla premessa, in cui vediamo Kate da bambina, vittima di un contesto familiare profondamente patriarcale e maschilista, la sceneggiatura dello stesso Thom è chiarissima, facendo pronunciare alla protagonista le seguenti parole: "avrò solo figli maschi che uccideranno per me e io ucciderò per loro".
Ed è sempre Kate che in alcuni momenti della storia si lascia andare a commenti quantomeno reazionari sul "degrado dei tempi", che a seconda dei casi riguarda donne troppo emancipate che fumano o girano seminude; oppure la celebrazione dell'assassinio di Lincoln; la profonda stima per quelle "brave persone" (del Klu Klux Clan) che hanno manifestato contro l'abolizione della legge sul linciaggio, ecc. Di fatto, i Barker, sono dei sudisti ampiamente post litteram, a oltre sessant'anni dalla fine della guerra civile. La donna, in ogni frangente, difende la famiglia come concetto e soprattutto la sua, il clan del titolo italiano, da cui ha estromesso George, il padre dei figli - "un perdente nato" -, colpevole di non avere la sua ambizione, anche se "non esiste il divorzio nella casa dei Barker" e quindi, nonostante il suo duro giudizio, dice ai figli di amarlo, senza rendersi conto che l'esempio è più forte di tante parole.
E così, se qualcuno si lamenta delle violenze subite dai suoi ragazzi, per questa Cornelia votata al male si tratta solo di bugiardi - se non peggio -, poiché "i miei figli sono molto al di sopra di tutta le gente di qui". Ed è inevitabile che, supportata da questa bigotta mentalità, Ma', come la chiamano gli stessi figli, è pronta a negare anche l'evidenza, se questa condanna i suoi "gioielli" e, non a caso, quando due di loro finiranno in prigione, dirà una delle battute più belle del film: "Gesù Cristo stesso è stato messo in catene [...] Sai quale fu il guaio di Gesù Cristo? Il vero guaio di nostro Signore Gesù Cristo fu che non ebbe un avvocato veramente in gamba".
Il suo orgoglio è smisurato e le sue certezze non crollano praticamente mai, cosicché un'altra fondamentale linea di sceneggiatura è rappresentata dal suo ammonimento nei confronti di Sam, il ricco industriale rapito dai Barker, che è al tempo stesso una più generale accusa al perbenismo dominante - "vorreste vivere tutti come noi, ma avete paura dei vostri vicini" -, parole che improvvisamente la rendono un personaggio positivo. E lo spettatore, in questo continuo disorientamento causato dall'ampia gamma di sentimenti suscitati da Kate, arriverà persino a provare pena per lei, quando la sentirà piangere e urlare "voi avete avuto sempre tutto, noi non abbiamo avuto niente".
 
Anche i quattro figli hanno personalità e caratteri ben delineati, nonostante la totale promiscuità nel rapporto con la madre, che alla loro età li lava ancora nella tinozza o invade i loro spazi privati e intimi senza causare alcuna lamentela da parte loro. Herman è quello che sembra soffrire di più dell'allontanamento del padre e che per questo non perdonerà mai Kate. Dal canto suo, la madre lo ama in maniera morbosa poiché è il primogenito, e forse per lo stesso motivo è gelosa e non tollera la sua donna, l'ex prostituta Monica. Sarà, così, proprio Herman a disobbedire alla madre portando Sam nel bosco senza ucciderlo (come il cacciatore di Biancaneve), e sarà l'unico di casa Barker a rivendicare un ruolo di comando perché, ovviamente, la primogenitura lo rende l'unico uomo di casa.
Fred ha comportamenti ambigui, così come più che ambiguo è il suo orientamento sessuale, come dimostra la sua amicizia con Kevin (Bruce Dern), che la stessa Kate insidia per sfogare i suoi istinti sessuali.
Arthur, probabilmente, è il fratello di cui sappiamo meno, mentre il più debole e malinconico è sicuramente Lloyd, che nasconde i propri disagi nell'eroina e che paradossalmente sembra il più lucido sulla situazione familiare. Ed è proprio  lui, infatti, che avvicinando la giovane Rembrandt, un'ignara ragazza del circondario, le rivela che "nessuno dei Barker è normale", segnandone involontariamente la condanna a morte. Cinica e ai limiti dell'horror la sequenza dell'omicidio della ragazza, che sembra totalmente mutuata da Les diaboliques (Clouzot 1955), con un'indimenticabile espressione sul volto di Shelley Winters.
In Bloody Mama c'è tanto cinema del passato e del futuro: si pensi a Scarface (Hawks 1932), a La furia umana (Walsh 1949) o al più recente Animal Kingdom (Michôd 2010), nonché soprattutto al magnifico personaggio di Floyd Gerhardt (Jean Smart), a capo del clan costituito dai suoi figli, nella serie tv Fargo 2. Con il senno di poi, anche la semplice apparizione di Scatman Crothers, che interpreta un afroamericano del sud, che gestisce una fattoria per un padrone bianco, fa pensare al suo più celebre personaggio, il  Dick Hallorann cuoco con la luccicanza in Shining (Kubrick 1980), sebbene anche contro di lui si scatenerà la rabbia non certo politically correct della feroce Ma', che in preda alla disperazione "pregherà" Dio urlando "prendi quel maledetto negro, lo ammazzo io!"
Come è stato giustamente sottolineato «Ma' Barker è la vita sporca, la lussuria, il cinema, il sangue, il nostro cinema», ma anche «un mostro d'amore"» (G. Turroni, Roger Corman, 1997). Di fatto, laddove Penn era stato troppo estetizzante e romantico, Corman ha invece affondato con durezza e realismo nella spaventevole provincia americana... forse in effetti Bloody Mama è solo un modo più cinico e contemporaneo di raccontare l'horror dopo quello letterario di Edgar Allan Poe... 

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