venerdì 15 novembre 2013

Venere in pelliccia (Polanski 2013)

Entriamo in un teatro, vediamo il regista che si sta preparando ad uscire dopo le audizioni, arriva un'aspirante protagonista che lo convince  nonostante il ritardo a farle un provino e, dopo questo, il teatro si chiude.
Unità di tempo, luogo e azione garantite e, com'è evidente da questa stringata sintesi, tutta la pellicola è incentrata nella fase del provino, che peraltro si svolge sfruttando la scenografia ormai dismessa di quella che il regista ci dice essere stata un'improbabile versione musical di Ombre rosse
Secondo film consecutivo per Polanski tratto da una pièce teatrale e, a memoria di chi scrive, terzo della sua carriera.

Se La morte e la fanciulla era un capolavoro assoluto, Carnage è stato un gran film, questo Venere in pelliccia è probabilmente un gradino più in basso.
Eppure il film è totalmente polanskiano nel senso più pieno del termine: l'ambiguità, infatti, domina l'intera trama. Ambiguo è il regista, ambigua è l'attrice interpretata magistralmente da Emmanuelle Seigner, e proprio "ambiguo" è l'aggettivo che quest'ultima in diversi momenti della storia non riesce a pronunciare, confondendolo con "ambivalente". 
Come spesso accade nella filmografia del grandissimo regista d'origine polacca, quindi, anche dopo la fine, lo spettatore non può avere certezza che ciò che ha visto vada interpretato in un senso o nell'altro, poiché entrambe le soluzioni sono possibili.
C'è tanto della precedente filmografia di Polanski. Prima di tutto il protagonista maschile, interpretato da Mathieu Amalric, che non solo è un regista, ma è praticamente il gemello di Roman ringiovanito. Come se tutto ciò non bastasse nella parte finale del film i suoi travestimenti lo rendono identico al personaggio principale de L'inquilino del terzo piano.
Allo stesso modo la bellissima e conturbante Seigner, che alterna nel suo personaggio l'incarnazione dell'attrice "bella e superficiale" e quella "intensa e impegnata", non può non rimandare, in virtù della sua mise sadomaso, al ruolo interpretato da lei stessa in Luna di fiele, e d'altronde va ricordato, la pièce che il regista sta mettendo in scena è quella del titolo, Venere in pelliccia di Leopold Von Sacher-Masoch. E proprio del romanzo erotico del 1870 (o "del 1800 e qualcosa", come dice la protagonista), Polanski non può ignorare l'immagine più colta, la tela di Tiziano Venere allo specchio (Washington, National Art Gallery), che ha sì la pelliccia del titolo, ma in cui lo specchio assurge a simbolo massimo di ambiguità e doppiezza, divenendo esso stesso un incredibile elemento di poetica polanskiana di quasi 500 anni fa...

2 commenti:

  1. Quando esci da un film di Polanski, ti rendi conto di quanto ti sia mancato il suo cinema!
    Magistrali gli effetti sonori che rimandano a gesti della piece e non della realtà (che poi...qual è?) e superba la musica che, nella scena iniziale che ci porta dentro il teatro, è in 9/4, "in un ritmo greco per una musica di ispirazione greca". (Cito la fonte, come mi hanno insegnato: http://www.wuz.it/articolo-libri/8061/colonna-sonora-originale-del-film-venere-inpelliccia.html)

    Sara
    Ah, non credi che lui ricordi anche Polanski in "Per favore non mordermi sul collo?", ha quella stessa faccia spaurita e gli occhi increduli.

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  2. Caro Gianni, su una cosa non sono d'accordo...

    Non sono sicuro che "La morte e la fanciulla" rappresenti un capolavoro nell'opera polanskiana, anche se racchiude molte sue 'fisse' poetiche. Andando a sottilizzare, la storia non è sicuramente avvincente: il film è emozionante, ma verboso nel senso pesante del termine.
    "Carnage" è un passo avanti nel suo 'teatrismo cinematografico'. Sicuramente più appassionante, non foss'altro per il tocco più ironico che veicola meglio la narrazione e bendispone lo spettatore. Tuttavia, una volta svelato il meccanismo, ossia che i personaggi di volta in volta cambiano alleati e avversari, la storia si indebolisce.
    "Venere in pelliccia" invece riduce al minimo gli attori, condensa - mixandole - tutte le sue manie (circolarità, claustrofobia, erotismo, violenza psicologica, travestitismo, rapporto vittima/carnefice) e sviscera un testo potente che unisce teatro, letteratura, cinema e pittura tra richiami aulici e autocitazioni per focalizzare sempre più precisamente il tema del film: la regia. La sensazione è che "Venere in pelliccia" sia un trattato su chi-dirige-chi. Su Dio, nel senso di un essere superiore che decide tutto; sulla presunzione che l'uomo ha di credere di sapere tutto. L'ambiguità (o ambivalenza!) del finale sulla reale essenza della Dea vs. attrice femminista gioca proprio su questo.

    Perciò ritengo che tra i tre, questo sia il film/testo più riuscito, perchè più concentrato, ironico, intelligente, esplosivo, surreale.

    Francesco

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