Sorpreso dal cinismo del suo interlocutore, risponde così uno dei personaggi in lotta con la propria coscienza e con la propria etica in un film in cui potere, denaro, politica e speculazione edilizia raccontano un groviglio perverso in cui l’arrivismo è la via più certa verso l’infelicità assoluta.
Le mani sulla città di Francesco Rosi, capolavoro di impegno civile del cinema italiano, vinse il Leone d’Oro a Venezia nel 1963, eppure è ancora straordinariamente attuale, poiché nonostante i passi fatti alcune dinamiche restano le stesse. Non a caso nel 2005 è valso al suo regista la laurea honoris causa in pianificazione territoriale, urbanistica ed ambientale al'Università di Reggio Calabria.
Riguardarlo oggi permette allo spettatore di andare all’origine di tanti fenomeni mai interrotti e che, anzi, hanno avuto delle forti riprese tra anni ’80 e ’90, con il connubio Berlusconi-Craxi per Milano 2 e non solo, e con le altre speculazioni edilizie successive (guarda il film e il trailer).
Qualcuno aveva messo in guardia da tutto questo, su tutti Antonio Cederna, che a partire dal 1953 aveva denunciato in un suo celebre articolo (I gangsters dell'Appia, «Il Mondo», 8/9/1953) quello che stava succedendo al IV miglio della Regina Viarum, dove si iniziavano a costruire ville private sui resti romani, che spesso andavano a decorare le facciate e i giardini dei ricchi di turno, spesso proprio star del cinema della Dolce Vita del tempo (si pensi alla villa di Gina Lollobrigida).
E, come precisato da Giuseppe e Guido Cederna, figli di Antonio, in una bella serata romana con proiezione del film all’ex cartiera dell’Appia Antica (29/7/2026), se luoghi come quello non sono stati privatizzati lo si deve soprattutto a lui. L’esistenza di quello che oggi conosciamo come Parco dell’Appia Antica, che mette in connessione il centro di Roma con il verde appena fuori da porta San Sebastiano in direzione sud, in un unico percorso, è una delle vittorie di un diverso sistema di pensiero, un modo di fare resistenza alla legalità della deturpazione.
Ed è questo uno dei temi centrali del film di Francesco Rosi, la prerogativa di una certa politica di rendere lecito quello che è moralmente illecito. Se carte e documenti sono regolari, grazie a corruzione, allo scarico di responsabilità e alla continua corsa al mattone, a scapito della popolazione più povera, questo non vuol dire che sia giusto. La regolarità in questi casi può essere solo frutto di un’irregolarità a monte.
Un superlativo Rod Steiger, nei panni di Edoardo Nottola, doppiato da Aldo Giuffré, è lo speculatore napoletano a capo della ditta di costruzioni Bellavista che ha in mano appalti per nuovi palazzi, per far posto ai quali è necessario abbattere quelli vecchi senza troppa attenzione alla sicurezza. È così che in vicolo Sant’Andrea viene giù una parte di un palazzo abitato, adiacente a quello abbattuto (in realtà si tratta di via Nuova Marina 30/36), causando la morte e il ferimento di diverse persone.
L’evento scatena il dibattito nella successiva seduta del consiglio comunale - allestito nella trecentesca Sala dei Baroni del Maschio Angioino - in cui la sinistra, capeggiata da De Vita (Carlo Fermariello, sindacalista nella vita, che sarà poi senatore del PCI) e parte del centro, con in testa Balsamo (Angelo d’Alessandro), chiedono al sindaco una commissione d’inchiesta per far luce sui colpevoli del disastro. La destra, però, unita al resto del centro e ai principali potenti della città, fa di tutto per rendere quell’episodio un mero incidente, “una disgrazia, in modo da non interrompere un progetto troppo redditizio e con troppi interessi coinvolti.
La stessa indagine, resa inoffensiva dalla maggioranza, scagiona tutti, perché tutti risultano aver fatto le cose correttamente anche nell’ufficio tecnico del Comune. Il muro di gomma è incredibilmente inattaccabile e se una matita con la punta di 1 mm non permette di capire la differenza tra un muro o due, dato che le singole pareti dovrebbero essere di 0,5 mm sulla pianta del catasto, dall’altra parte l’ufficio aveva solo il compito di stilare le regole da rispettare ma non di appurarne il rispetto, poiché quello è argomento di pertinenza della magistratura, solo qualora poi accada qualche disastro.
Nell’indifferenza di quasi tutti, la tragedia viene metabolizzata dal sistema, e a poco servono le parole di De Vita, “quando qualcosa sta cambiando c’è sempre qualcuno che cerca di arraffare il più possibile”, perché anche la mdp si allontana simbolicamente e significativamente in un campo largo in cui tutto sfuma…
Tutto appare chiarissimo sin dalla prima sequenza in cui, dopo i titoli di coda che scorrono sulle riprese in elicottero di Napoli dalla periferia al centro e ritorno, vediamo Nottola parlare con alcuni politici davanti all’enorme area agricola pronta ad essere trasformata in edificabile con la loro connivenza. L’imprenditore non ha dubbi: se il piano regolatore sviluppa la città dalla parte opposta è proprio da quest’altro lato che bisogna espanderla, per ottenere il 5000% di profitto, molto più facile arricchirsi così che gestendo un’azienda in cui sindacati e diritti degli operai rendono tutto più complesso.
Neanche a dirlo, il direttore dei lavori è suo figlio ingegnere, che sarà l’unico sacrificato dal sistema di potere, scaricato proprio dal padre, pur di mantenere alte le proprie possibilità di successo politico e imprenditoriale.
Il potere di Nottola è simbolicamente rappresentato dal suo ufficio, collocato in cima a un grattacielo napoletano (quello dell'Ambassador's Palace Hotel di via Medina, già della Società Cattolica di Assicurazioni). Nella stanza, caratterizzata da una grande vetrata che affaccia sullla città, c'è una moderna scrivania in vetro cui fa da sfondo un’intera parete decorata dalla pianta di Napoli, vero e proprio territorio di conquista di Nottola, una sorta di Risiko della speculazione edilizia, su cui si apre la porta dell’ambiente.
Rosi mette in scena personaggi disturbanti, come il sindaco reazionario
e facilone, dalla battuta sempre pronta, che offre le ipertrofiche mille lire
di allora alle persone povere che lo vanno a trovare, girandosi verso i
colleghi e dicendo “avete visto come si fa la democrazia?”, ma anche irretendo la
minoranza e lo stesso De Vita, che vorrebbe protestare, al quale dice “non avete voglia di
prendere un caffè?”. E il pensiero va subito ai versi di Pino Daniele nella sua
futura Na tazzulella ‘e cafè del 1974,
dedicata proprio all’indifferenza della politica ai problemi della gente (“nui
ce puzzamm’ ‘e famm’, ‘o ssann’ tutt’ quant’, e invece ‘e c’iauta’ c’abbufan’ ‘e
cafè”).
Il sistema reale che il regista partenopeo prende di mira è quello allora dominante a Napoli, guidato dal Partito Democratico Italiano di Unità Monarchica di Achille Lauro, a cui rimandano tanti elementi del film, divisi tra almeno due personaggi.
Maglione (Guido Alberti), il banchiere capogruppo del centro a cui appartiene lo stesso Nottola, ha una villa - si tratta di Villa Bruno a San Giorgio a Cremano - in cui spiccano le vetrine con trofei sportivi (Lauro fu presidente del Napoli) e un grande salone arredato con dipinti raffiguranti barche, nonché un grande veliero come soprammobile (Lauro fu principalmente un armatore). Maglione tiene le redini del partito, placa la delusione di Nottola, perché rischierebbe di destabilizzare tutto, lo tranquillizza e gli assicura che le acque si calmeranno con qualche accorgimento, dopo quello che per lui è solo un intoppo temporaneo. A tutto questo il regista partenopeo, rendendo il personaggio ancora più insopportabile, aggiunge un tocco di misoginia nel rapporto con una compagna molto più giovane, straniera, che tratta con sufficienza e volgarità, offendendo lei e il piccolo cane che porta sempre con sé.
Il terzo squalo della trama, infine, è Luigi De Angelis (Salvo
Randone), l'uomo di maggior potere della maggioranza, in grado di mediare con tutti pur di mantenere il controllo della situazione politica. Con più classe e cultura rispetto a Maglione, De Angelis diventerà
sindaco (Lauro lo fu dal 1952 al 1957), e nella sua lussuosa residenza vanta un'importante collezione di quadri e di mobili antichi, tra i quali vediamo ritratti
rinascimentali, opere di Luca Giordano e Francesco Solimena (Lauro fu anche collezionista d’arte).
Proprio la sua collezione gli permette un affondo sulle opere che, con atteggiamento passatista, gli fa esclamare “eh, una volta la gente amava le belle cose e se le metteva in casa, per fortuna, così ce le siamo ritrovate noi”, una frase che permette di riprendere la netta differenza di giudizio sul film da parte di due giganti della cultura italiana del tempo.
Cesare Brandi, grande storico dell’arte e fondatore dell’Istituto Centrale per il Restauro, pur apprezzando la denuncia di Rosi, vide nella pellicola un eccessivo appiattimento su temi morali e una mancata occasione di affrontare anche il tema del patrimonio storico-artistico, con un atteggiamento che oggi risulta quantomeno elitario e soprattutto cieco di fronte alla tragedia speculatoria e ambientale che invece aveva perfettamente chiara Antonio Cederna, che gli rispose sulle stesse colonne del Corriere della Sera su cui era uscito l’intervento di Brandi.
Le parole di Cederna, rispetto a ciò che il film racconta ed evidenzia, suonano ancora oggi perfette: «Hanno contrabbandato per impegno sociale il regalo di una casa cioè di una scatola accozzata a mille altre, inumani agglomerati senza i servizi essenziali, senza scuola né asilo, senza parchi e giardini, congestionati dal traffico, tenendo accuratamente nascoste le conquiste dei paesi civili; sono riusciti a far credere che urbanistica sia la creazione di opere pubbliche vistose e inutili, che gli urbanisti sono gente astratta e utopista, che la realtà è l’appropriazione indebita da parte dei privati del plusvalore creato dalla comunità, che la città cresce spontaneamente, sottratta a ogni controllo democratico; hanno insomma distrutto nella gente l’idea stessa del diritto alla città, a una città funzionante e degna dell’uomo».
Tornando invece al personaggio di De Angelis, è proprio con lui che dialoga Balsamo, che è anche medico e direttore di un ospedale, incapace di tollerare la presenza di uno come Nottola nel loro stesso partito. In quel confronto, forse il più importante dell’intera sceneggiatura scritta dal regista insieme allo scrittore politico Enzo Forcella, al romanziere Raffaele La Capria e al produttore, regista e sceneggiatore Enzo Provenzale, il nuovo sindaco, oltre alla frase sul potere con cui ho iniziato questa analisi del film, sputa altre sentenze verso il suo interlocutore che tratta con paternalismo e taccia di ingenuità. “L’opinione pubblica la facciamo noi”, che sembra fare il paio col celebre “se il titolo è grande la notizia diventa subito importante” di Charles Forster Kane in Quarto Potere (Welles 1941), ma soprattutto “in politica l’indignazione morale non serve a niente, l’unico grave peccato sa qual è? Quello di essere sconfitti”, perché sì, per certe persone il potere è davvero tutto.
Tutto quello che succede attorno è una cervantina lotta contro i mulini a vento, concentrata soprattutto nella “giusta” furia dell’ingegnere e consigliere comunale De Vita, che si batte come può, denunciando sui giornali e tra la gente quello che sta accadendo. Viene, anche per questo, criticato ai colleghi, perché “i panni sporchi si lavano in famiglia”, come il mondo reazionario ha sempre professato e come persino Andreotti, in ambito cinematografico, disse scagliandosi contro il Neorealismo che a suo avviso metteva in mostra le difficoltà socio-economiche del dopoguerra italiano.
De Vita, paradossalmente, viene criticato anche dalla popolazione, che lo reputa colpevole di non fare abbastanza per fermare i potenti di turno ("non siete stato capace di fare niente nemmeno voi").
La sua risposta è valida ancora oggi, stigmatizza la demagogia ed è carica di tutta la frustrazione di chi prova ad aprire gli occhi a chi crede ingenuamente alle facili promesse facendosi usare da chi specula sulla fiducia della gente: “gliel'avete dato il voto a quelli? E queste sono le conseguenze: ma lo volete capire che siete voi che gli date la forza di fare quello che vogliono? Ma che hanno fatto per voi? Ma che ci andate voi ad abitare in quelle case? Ma non lo vedete che da un buco vi buttano in un altro peggiore e vi tolgono anche la possibilità di lavorare?”.
E, a proposito di Neorealismo, Rosi ne recupera pienamente la lezione proprio nella sequenza di protesta della popolazione di via di Sant’Andrea, che vive in case vecchie, prive di ogni comfort moderno e la cui sgangherata rabbia non ha speranze di successo. Vediamo le donne inveire con un eloquente e ritmato “jatevenne”, gridato a gran voce contro la polizia che vuole sgomberare il quartiere su mandato dello stesso sindaco, e qualcuno, più razionale degli altri, che cerca di far ragionare chi rischia di accettare un contentino economico.
Di fronte a questo panorama desolante, Edoardo Nottola non appare più come il mostro iniziale, perché anche lui è un ingranaggio di un sistema pronto a spolparlo e a gettarlo via, all’occorrenza. La politica lo usa e il suo sogno di diventare assessore, arrestato bruscamente dalla tragedia occorsa, lo rende un personaggio scomodo da cui prendere le distanze. In tal senso, la bella colonna sonora di Piero Piccioni, inquietante e ricca di spunti jazz, gli tributa un brano specifico – Notte di Rod – in una sequenza che lo mostra pensieroso e solitario nel suo enorme ufficio, con la propria disperazione, durante la quale lo spettatore inizia persino a empatizzare col personaggio, perché improvvisamente finito anche lui dall’altra parte della barricata.
Nottola, in preda allo sconforto, va anche in chiesa per pregare e sceglie la barocca Santa Maria della Verità, location già utilizzata da Vittorio De Sica per L'oro di Napoli (1954) e che i due film immortalano come era un tempo, poiché purtroppo prima il terremoto dell'Irpinia del 1980 e poi i furti che ne seguirono quando fu abbandonata l'hanno completamente trasformata.
L'elemento religioso torna e diventa simbolicamente iconografico quando, dopo l'elezione di De Angelis, il neosindaco difende l'opportunità di candidare Nottola nonostante i dubbi di Maglione e dei suoi, mentre sullo sfondo vediamo degli affreschi con scene della Passione di Cristo, e in particolar modo quella in cui Gesù appare bendato, mentre viene colpito e deriso dagli sgherri: chi ha un'etica non può che soccombere.
Persino il confronto tra Nottola e De Vita, complice anche la grandezza attoriale
di Rod Steiger, rende Nottola quasi credibile quando mostra all’avversario
politico gli appartamenti dei suoi palazzi, moderni, puliti,
nuovi, in netto contrasto con le strutture fatiscenti del popolo… La sua convincente
demagogia, però, viene abbattuta in poche battute da De Vita, che gli sbatte in
faccia l’altra verità, “non vi fermate davanti a niente”, sottolineando il
mancato rispetto del piano regolatore, i danni alle persone, e soprattutto che
quelle case non saranno mai appannaggio della povera gente.
E, in effetti, il grande progetto che avevamo visto all’inizio del film lo chiude anche, in una perfetta circolarità, con l’inaugurazione di un cantiere su terreni in origine adibiti a edilizia pubblica (nei piani regolatori del 1939 e del 1958), ma la cui destinazione è poi stata “regolarmente” modificata in sede comunale.
È l’inaugurazione dei potenti, in cui mettono il loro cappello la politica, con presidenti e onorevoli, sindaco e consiglieri della maggioranza; la religione, con il vescovo seduto in prima fila, e lo stesso Nottola, che prende la cazzuola da un operaio e la fa usare al presidente per il gesto simbolico. Anche il protagonista è un subalterno in fondo, un arlecchino servitore del padrone di turno, pronto a chinare il capo e ad essere usato per ottenere sempre qualcosa di più, col volto mesto e triste di chi ha abdicato a tutto pur di arrivare chissà dove…
Il sistema reale che il regista partenopeo prende di mira è quello allora dominante a Napoli, guidato dal Partito Democratico Italiano di Unità Monarchica di Achille Lauro, a cui rimandano tanti elementi del film, divisi tra almeno due personaggi.
Maglione (Guido Alberti), il banchiere capogruppo del centro a cui appartiene lo stesso Nottola, ha una villa - si tratta di Villa Bruno a San Giorgio a Cremano - in cui spiccano le vetrine con trofei sportivi (Lauro fu presidente del Napoli) e un grande salone arredato con dipinti raffiguranti barche, nonché un grande veliero come soprammobile (Lauro fu principalmente un armatore). Maglione tiene le redini del partito, placa la delusione di Nottola, perché rischierebbe di destabilizzare tutto, lo tranquillizza e gli assicura che le acque si calmeranno con qualche accorgimento, dopo quello che per lui è solo un intoppo temporaneo. A tutto questo il regista partenopeo, rendendo il personaggio ancora più insopportabile, aggiunge un tocco di misoginia nel rapporto con una compagna molto più giovane, straniera, che tratta con sufficienza e volgarità, offendendo lei e il piccolo cane che porta sempre con sé.
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| De Angelis esalta la propria collezione d'arte |
Proprio la sua collezione gli permette un affondo sulle opere che, con atteggiamento passatista, gli fa esclamare “eh, una volta la gente amava le belle cose e se le metteva in casa, per fortuna, così ce le siamo ritrovate noi”, una frase che permette di riprendere la netta differenza di giudizio sul film da parte di due giganti della cultura italiana del tempo.
Cesare Brandi, grande storico dell’arte e fondatore dell’Istituto Centrale per il Restauro, pur apprezzando la denuncia di Rosi, vide nella pellicola un eccessivo appiattimento su temi morali e una mancata occasione di affrontare anche il tema del patrimonio storico-artistico, con un atteggiamento che oggi risulta quantomeno elitario e soprattutto cieco di fronte alla tragedia speculatoria e ambientale che invece aveva perfettamente chiara Antonio Cederna, che gli rispose sulle stesse colonne del Corriere della Sera su cui era uscito l’intervento di Brandi.
Le parole di Cederna, rispetto a ciò che il film racconta ed evidenzia, suonano ancora oggi perfette: «Hanno contrabbandato per impegno sociale il regalo di una casa cioè di una scatola accozzata a mille altre, inumani agglomerati senza i servizi essenziali, senza scuola né asilo, senza parchi e giardini, congestionati dal traffico, tenendo accuratamente nascoste le conquiste dei paesi civili; sono riusciti a far credere che urbanistica sia la creazione di opere pubbliche vistose e inutili, che gli urbanisti sono gente astratta e utopista, che la realtà è l’appropriazione indebita da parte dei privati del plusvalore creato dalla comunità, che la città cresce spontaneamente, sottratta a ogni controllo democratico; hanno insomma distrutto nella gente l’idea stessa del diritto alla città, a una città funzionante e degna dell’uomo».
Tornando invece al personaggio di De Angelis, è proprio con lui che dialoga Balsamo, che è anche medico e direttore di un ospedale, incapace di tollerare la presenza di uno come Nottola nel loro stesso partito. In quel confronto, forse il più importante dell’intera sceneggiatura scritta dal regista insieme allo scrittore politico Enzo Forcella, al romanziere Raffaele La Capria e al produttore, regista e sceneggiatore Enzo Provenzale, il nuovo sindaco, oltre alla frase sul potere con cui ho iniziato questa analisi del film, sputa altre sentenze verso il suo interlocutore che tratta con paternalismo e taccia di ingenuità. “L’opinione pubblica la facciamo noi”, che sembra fare il paio col celebre “se il titolo è grande la notizia diventa subito importante” di Charles Forster Kane in Quarto Potere (Welles 1941), ma soprattutto “in politica l’indignazione morale non serve a niente, l’unico grave peccato sa qual è? Quello di essere sconfitti”, perché sì, per certe persone il potere è davvero tutto.
Tutto quello che succede attorno è una cervantina lotta contro i mulini a vento, concentrata soprattutto nella “giusta” furia dell’ingegnere e consigliere comunale De Vita, che si batte come può, denunciando sui giornali e tra la gente quello che sta accadendo. Viene, anche per questo, criticato ai colleghi, perché “i panni sporchi si lavano in famiglia”, come il mondo reazionario ha sempre professato e come persino Andreotti, in ambito cinematografico, disse scagliandosi contro il Neorealismo che a suo avviso metteva in mostra le difficoltà socio-economiche del dopoguerra italiano.
De Vita, paradossalmente, viene criticato anche dalla popolazione, che lo reputa colpevole di non fare abbastanza per fermare i potenti di turno ("non siete stato capace di fare niente nemmeno voi").
La sua risposta è valida ancora oggi, stigmatizza la demagogia ed è carica di tutta la frustrazione di chi prova ad aprire gli occhi a chi crede ingenuamente alle facili promesse facendosi usare da chi specula sulla fiducia della gente: “gliel'avete dato il voto a quelli? E queste sono le conseguenze: ma lo volete capire che siete voi che gli date la forza di fare quello che vogliono? Ma che hanno fatto per voi? Ma che ci andate voi ad abitare in quelle case? Ma non lo vedete che da un buco vi buttano in un altro peggiore e vi tolgono anche la possibilità di lavorare?”.
E, a proposito di Neorealismo, Rosi ne recupera pienamente la lezione proprio nella sequenza di protesta della popolazione di via di Sant’Andrea, che vive in case vecchie, prive di ogni comfort moderno e la cui sgangherata rabbia non ha speranze di successo. Vediamo le donne inveire con un eloquente e ritmato “jatevenne”, gridato a gran voce contro la polizia che vuole sgomberare il quartiere su mandato dello stesso sindaco, e qualcuno, più razionale degli altri, che cerca di far ragionare chi rischia di accettare un contentino economico.
Di fronte a questo panorama desolante, Edoardo Nottola non appare più come il mostro iniziale, perché anche lui è un ingranaggio di un sistema pronto a spolparlo e a gettarlo via, all’occorrenza. La politica lo usa e il suo sogno di diventare assessore, arrestato bruscamente dalla tragedia occorsa, lo rende un personaggio scomodo da cui prendere le distanze. In tal senso, la bella colonna sonora di Piero Piccioni, inquietante e ricca di spunti jazz, gli tributa un brano specifico – Notte di Rod – in una sequenza che lo mostra pensieroso e solitario nel suo enorme ufficio, con la propria disperazione, durante la quale lo spettatore inizia persino a empatizzare col personaggio, perché improvvisamente finito anche lui dall’altra parte della barricata.
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| Nottola/Steiger in S. Maria della Verità |
L'elemento religioso torna e diventa simbolicamente iconografico quando, dopo l'elezione di De Angelis, il neosindaco difende l'opportunità di candidare Nottola nonostante i dubbi di Maglione e dei suoi, mentre sullo sfondo vediamo degli affreschi con scene della Passione di Cristo, e in particolar modo quella in cui Gesù appare bendato, mentre viene colpito e deriso dagli sgherri: chi ha un'etica non può che soccombere.
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| La derisione di Cristo dietro Maglione e De Angelis |
E, in effetti, il grande progetto che avevamo visto all’inizio del film lo chiude anche, in una perfetta circolarità, con l’inaugurazione di un cantiere su terreni in origine adibiti a edilizia pubblica (nei piani regolatori del 1939 e del 1958), ma la cui destinazione è poi stata “regolarmente” modificata in sede comunale.
È l’inaugurazione dei potenti, in cui mettono il loro cappello la politica, con presidenti e onorevoli, sindaco e consiglieri della maggioranza; la religione, con il vescovo seduto in prima fila, e lo stesso Nottola, che prende la cazzuola da un operaio e la fa usare al presidente per il gesto simbolico. Anche il protagonista è un subalterno in fondo, un arlecchino servitore del padrone di turno, pronto a chinare il capo e ad essere usato per ottenere sempre qualcosa di più, col volto mesto e triste di chi ha abdicato a tutto pur di arrivare chissà dove…

















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