lunedì 13 luglio 2026

After life - Qual è il tuo ricordo più bello? (Kore-eda 1998)

E se la vita dopo la morte fosse un eterno film?
Sembra questo l'ideale aldilà immaginato da Hirokazu Kore-eda in questa pellicola dal titolo maltrattato in occidente. Wandafuru raifu, infatti, che in giapponese traslittera "wonderful life", a parte il rischio di sovrapporsi al capolavoro di Frank Capra (La vita è una cosa meravigliosa, 1946), poteva essere agilmente riportato in inglese mantenendo così il senso dato dall'autore. E, invece, l'edizione internazionale lo ha trasformato in After life, puntando l'accento sul tema più specifico del film, mentre quella italiana ha scelto addirittura la domanda che viene posta alle persone che dopo la loro vita, appunto, si presentano davanti a una sorta di commissione esaminatrice, dei Minosse che sembrano piuttosto dei monsieur Travet di turno (trailer).
Tre giorni per scegliere un solo ricordo della propria vita, per poi inascenarlo con tanto di attori e telecamere e vederlo in sala l'ultimo giorno prima di andare nell'aldilà e riviverlo per l'eternità, prima di lasciare posto al lunedì successivo al prossimo gruppo di persone/anime/cineasti.
Dare un senso alla propria esistenza attraverso un ricordo non è così facile e spesso, per fortuna, non è legato a grandi traguardi ma a momenti semplici di chi ha saputo viverli con pienezza. E chi non riesce a sceglierlo? Rimarrà lì, in quel limbo che sembra una scuola, un ufficio pubblico, in cui tra pulizie, routine settimanali e nuovi arrivati, il post vitam scorre ripetutamente e ciclicamente simile a se stesso.
Il film si svolge nell'unità di tempo di una settimana (da lunedì a lunedì) e nell'unità di luogo di un limbo burocratico, in cui i defunti arrivano, fanno dei colloqui e dormono in stanzette simili a celle monastiche dotate di scrivania e di bagno.
Kore-eda gira come se fosse tutto così naturale e quotidiano, quasi documentaristico, da lasciarci il dubbio sulla condizione di quelle persone, vive, morte, attori che interpretano una parte? Perché in effetti non hanno nulla che li differenzia dagli individui che vivono ogni giorno ovunque, né gli abiti, né gli atteggiamenti, tanto da far risultare grottesche frasi in cui si precisa la data di morte delle persone, uno o due giorni prima, e quella di nascita fino a settantotto anni fa.
L'elemento più ultraterreno è la splendida inquadratura della porta d'ingresso, dove il buio dell'interno contrasta con il surcadrage dell'apertura piena di luce soffusa, nebbiosa, che non permette di vedere l'esterno e da cui vediamo affiorare prima ed entrare poi i defunti.
Nelle interviste che ascoltiamo emergono le diverse abitudini, le tipologie di vita, a cosa ognuno di loro ha dato importanza. E così, in questo rapido campionario - in cui molti racconti sono ispirati a storie reali collazionate da Kore-eda -, uno dei più anziani non dubita che i migliori ricordi degli uomini riguardino il sesso; una donna non ha mai concepito l'idea di avere un solo uomo per tutta la vita; altri, impettiti o persino - non a caso - in giacca e cravatta, tra rimpianti e vite vuote dicono di avere solo ricordi negativi e di non sapere proprio cosa scegliere.
Tra i racconti esplicitati, invece, ci sono i giochi dell'infanzia (es. un'altalena tra gli alberi realizzata con una semplice corda), gli ultimi giorni di scuola prima delle vacanze, una gita a Disneyland, il parto, gli odori del proprio padre, ma anche ricordi di guerra o tentati suicidi.
Tra le donne più anziane, oltre alla dolcissima Hisako Hara, qui Kyio, che sorride pensando alla gioventù e alla fioritura dei ciliegi e porta con sé ghiande, foglie autunnali, ricordandoci diversi personaggi di questo tipo dei cartoni animati degli anni '80, c'è un pezzo di storia del cinema, Kyōko Kagawa. L'attrice, che impersonava l'ultimogenita della coppia protagonista di Viaggio a Tokyo di Yasuhiro Ozu (1953), Kyōko nella vita reale, nel capolavoro di Ozu ma anche in questo di Kore-eda, qui è un personaggio chiave della trama.
Il regista giapponese, infatti, riesce a raccontare e a rendere naturale anche l'amore nell'aldilà, con Shiori Satonaka (Erika Oda), una delle addette al limbo, innamorata del collega Takashi Mochizuki (Arata Iura), in un classico del tutto umano, in cui la frequentazione quotidiana di un luogo aumenta le probabilità di legami sentimentali.
Qui, non solo la naturalezza di questo comportamento si ripete tra defunti - che appunto non hanno nulla dei defunti comunemente intesi -, ma Takashi, morto durante la Seconda guerra mondiale, conosce lì, tra gli uomini che esamina in quella settimana, quello che è stato il marito della sua promessa sposa, Kyōko appunto, che non ha più potuto sposare. 
Il terzo bellissimo personaggio di questo triangolo transtemporale è uno degli uomini con più rimpianti, ma felice del matrimonio combinato che gli è capitato, al quale gli addetti consegnano almeno settanta videocassette (si legge il n. 70 su una di esse). Nei nastri sono registrati episodi della propria vita, che può riguardare in camera in modo da poter scegliere. In una delle scene sul televisore, lo vediamo da giovane mentre conversa di cinema a tavola con la compagna, che esalta il cinema francese e statunitense, citando anche Ingmar Bergman e Accadde a settembre, la famosa pellicola sentimentale di William Dieterle (1950) con Joseph Cotten e Joan Fontaine. Lui, invece, si limita a citare i film sui samurai.
Cinefilia a parte, sempre presente in Kore-eda, con Ozu in testa, ma come visto anche per altro, resta incredibile ascoltare gli addetti al limbo che spesso iniziano le frasi con "da quando sono morto..." dopo le quali seguono verbi come "fare", "dire", "pensare" e, appunto, anche "amare". Proprio Takashi dice "da quando sono morto faccio questo lavoro" aggiungendo "chissà qual è lo scopo?", in una domanda esistenzialista che va in corto circuito con la nostra idea di morte.
Il cinema, però, torna prepontemente nell'idea di morte del regista giapponese, che in una sorta di Effetto Notte (Truffaut 1973) dell'aldilà, ci mostra problemi tecnici del set: lampade, mdp, attori, comparse, scelta dei colori, tutto contribuisce a mettere in scena i ricordi scelti durante la settimana e di cui, di fatto, è regista la persona che li ha vissuti.
Anche la luna compare poeticamente tra le pareti dell'edificio che interpreta il limbo e la vediamo in cielo in un'immagine costruita che, tra Méliès e Fellini, ci ricorda che il cinema resta un gioco di finzione e inganno grazie alla complicità dello spettatore, disposto a sospendere la propria l'incredulità. Nella speranza di Kore-eda, il gioco potrebbe funzionare anche dopo la morte e in versione metafisica, cosicché, quando la mdp si rivolge verso di noi, la speranza diventa anche la nostra...

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