lunedì 6 luglio 2026

Gangs of New York (Scorsese 2002)

Martin Scorsese e le origini della sua città, di cui si è sempre dichiarato innamorato e nella quale, cresciuto a Little Italy, ha sempre detto che avrebbe potuto facilmente essere un sacerdote o un gangster.
E, in effetti, Gangs of New York ha entrambe queste anime, a partire dal titolo, che contiene l'etimologia del termine gangster, con quelle "bande" che nel XIX secolo si affrontarono per la supremazia territoriale in città, di cui il film racconta la storia, e la componente religiosa che, per stessa affermazione di uno dei protagonisti, è ciò che divide le due gang principali.
È William Cutting, per tutti "Bill il Macellaio", interpretato da un sontuoso Daniel Day-Lewis, a dire al giovane Amsterdam Vallon (Leonardo DiCaprio) che lui e suo padre, il "Prete" Vallon (Liam Neeson), avevano gli stessi principi e li divideva solo la fede religiosa: nativo e protestante Bill, irlandese e cattolico Vallon (trailer).
I pochi minuti iniziali sono una premessa necessaria per tutta l'estensione del film (quasi tre ore), che va a pescare alle radici della violenza americana, che Scorsese ha così ben raccontato nella sua fase novecentesca, seppur d'ascendenza soprattutto italiana. La storia si sviluppa con un flashforward sedici anni dopo, ma in quella parte, ambientata nel 1846 c'è in nuce tutto, personaggi, dicotomie, violenza, filosofie di vita di una New York arcaica. La zona al centro della vicenda è Five Points, descritta come uno slum sovrappopolato, dominato da miseria e violenza, già nel 1842 da Dickens durante il suo viaggio in America. 
La fazione opposta ai nativi guidati da Bill è chiamata i Conigli Morti ed è capitanata dal "Prete" Vallon, che riunisce gli emigrati irlandesi come lui - aumentati dopo la grande carestia del 1845-49 in patria - e va allo scontro in una sequenza mirabolante, che profuma di ancestralità. Il personaggio di Liam Neeson si prepara alla battaglia, in un'atmosfera degna della Bibbia o di un altro racconto antico come l'Iliade o l'Odissea, tra vestizione, simboli e frasi dette al figlio, il piccolo Amsterdam che porta per mano nei meandri di grotte e poi nella carpenteria di edifici in costruzione, dove man mano si uniscono tutti gli altri. E, a proposito di simboli, il Prete avanza in una sorta di processione militare/religiosa brandendo la croce irlandese e dopo aver consegnato al figlio una medaglia con san Michele che sconfigge il drago/Satana.
Questa sorta di introduzione è girata in maniera impressionante, con la mdp in continuo movimento, con parti di piano sequenza che seguono il gruppo che pian piano cresce, fino ad una meravigliosa apertura sull'esterno. Il momento è teatralmente perfetto: Walter "Monk" McGinn (Brendan Gleeson) dà un calcio a una porta per aprirla e la mdp ci si tuffa dentro mostrandoci la luce del sole, fino a quel momento mai vista, e il panorama desolante e innevato di Five Points con strade sterrate e case di legno.
Il controcampo è leoniano e fa vedere, in un dolly che sale dal particolare al generale, tutti gli irlandesi assiepati sull'armatura dell'edificio.
Lo stesso movimento si ripete dopo la battaglia, quando da Five Points la mdp si alza in cielo andando ben oltre i confini di un dolly, mostrando la mappa di New York dall'alto con l'anno, il 1846.
Nella battaglia combattuta con pugnali, asce e altre armi bianche, Scorsese gira non lasciando nulla all'immaginazione, in una sequenza decisamente pulp, alla cui riuscita contribuiscono i corpi aggrovigliati, il sangue, le soggettive, il ralenti, il sonoro, la musica di Peter Gabriel (Signal to Noise). I toni, poi, tornano simbolici e biblici quando un ragazzo taglia l'orecchio a uno dei nemici, in quello che sembra un palese rimando alla scena evangelica di Pietro e Malco durante la cattura di Cristo nell'orto del Getsemani. Gli irlandesi soccombono e il Prete perde la vita: gli uomini più importanti del loro schieramento passano al nemico e Amsterdam viene lasciato nell'orfanotrofio di Hellgate, da cui, ormai adulto, esce nel 1862. Il film può iniziare...
Five Points è una parte dell'infanzia di Martin Scorsese, che la scoprì negli anni '50, ancora bambino, residente a Elizabeth Street, meravigliato da quanto fosse diversa da Little Italy e dal fatto che fino ad allora non aveva mai immaginato che qualcuno prima degli italoamericani avesse vissuto la sua città. Fu poi nel 1970 che approfondì l'argomento acquistando il libro da cui è liberamente tratto il film, The Gangs of New York: An Informal History of the Underworld (Herbert Asbury 1928), ma ancora giovane regista piuttosto squattrinato non poteva riuscire a farne un adattamento, pur se aveva già pensato a De Niro nel ruolo che poi è stato di DiCaprio.
Per farlo ha quindi dovuto attendere trentadue anni e ottenere gli oltre cento milioni di budget, con la produzione della Miramax, allora in mano ad Harvey Weinstein, oggi ahilui decisamente più noto come pluricondannato per stupri e molestie.
La medaglia con san Michele e il drago
Regista e produttore entrarono spesso in conflitto durante una lavorazione difficile, allungata dalla tragedia delle torri gemelle, con Scorsese che resistette a una trama più sentimentale e alla Via col Vento richiesta da Weinstein, ma alla fine dovette cedere sul finale del film, oggi in effetti la parte più slegata e meno riuscita di questo capolavoro, ridotta a un semplice time-lapse che dall'800 arriva ai giorni nostri.
Il soggetto è stato scritto da Jay Cocks, che poi ha redatto anche la sceneggiatura con Kenneth Lonergan e Steven Zaillian.
La produzione fu uno dei momenti di massima rinascita di Cinecittà, dopo l'età dell'oro degli anni '50-'60. Gli studi romani vennero scelti da Scorsese per ricreare la New York ottocentesca, grazie all'enome lavoro di Dante Ferretti, che ricostruì un miglio della Manhattan ottocentesca ispirandosi soprattutto ai dipinti di George Catlin (la recente mostra Dante Ferretti, con i miei occhi, allestita a Roma nei ⁠Musei di San Salvatore in Lauro, 17 aprile - 17 luglio 2026, espone alcuni disegni e filmati delle scenografie del film).
La connotazione religiosa, molto radicata in Scorsese, nato da una famiglia profondamente cattolica e che in adolescenza frequentò il seminario preparatorio, è sempre presente come in altri suoi film - si pensi a Mean Streets (1973), ovviamente a L'ultima tentazione di Cristo (1988), ma anche al più recente Silence (2016) - cosicché, anche se per contrapposizione, Amsterdam lancia la Bibbia dal ponte appena uscito dall'orfanotrofio; Bill offende gli avversari dandogli dei "papisti" e deridendo chi segue le idee dell'uomo che a Roma indossa il "cappello a punta" (=la tiara).
E, a proposito di simboli, Bill ha perso un occhio in battaglia e lo ha trasformato in un simbolo, poiché lì ora c'è una biglia di vetro con l'aquila e lo stemma americano.
Bill e la foto del macellaio confuso con Bill Poole
Le idee politiche di Bill sono reazionarie e, nel 1862, questo vuol dire odio per Lincoln, odio razziale e conseguente opposizione all'abolizione della schiavitù.
In una scena Daniel Day-Lewis lancia un coltello contro un manifesto che ritrae il presidente... e pensare che proprio l'attore, nei panni di Lincoln (Spielberg 2012), vincerà il suo terzo Oscar). E neanche a dirlo, come sua consuetudine, per imparare a maneggiare i coltelli l'attore inglese e irlandese d'adozione, passò un periodo da apprendista nella macelleria di John Dell a Londra.
La violenza di Bill, cruda e volutamente connessa al suo mestiere di macellaio, che è anche il suo soprannome duplicemente inteso, va ben oltre quella del personaggio realmente esistito, cui è ispirato. William Poole (1821-55), infatti, fu un pugile anti-irlandese e anticattolico a capo dei Bowery Boys, membro rilevante del movimento politico razzista del "Know Nothing", per decenni erroneamente identificato nella foto di un macellaio.
Eppure è proprio a Bill che spetta la linea di sceneggiatura che meglio di ogni altro riassume la fusione di culture degli Stati Uniti, quando davanti a un afroamericano che balla esclama: "Si può sapere che diavolo è? Ritmi del continente nero buttati nel calderone con un ballo irlandese. Se lo rimescoli un po' viene fuori un bel minestrone americano".
Sul piano politico è interessante anche il rapporto di Bill con William Tweed (Jim Broadbent), rappresentante dell'associazione democratica Tammany Hall a New York. I loro scambi permettono una continua riflessione sulla natura del potere: Tweed gli dice che "in apparenza la politica va sempre rispettata, soprattutto quando viene infranta", e nessuno dei due può veramente fidarsi dell'altro, pronto a tradirlo appena le cose cambiano.
E i cambiamenti arrivano con l'irruzione di Amsterdam nello status quo della città ed è lui stesso che ci racconta la storia attraverso i frequenti interventi della sua voce over. Inizialmente la sua identità è nota solo a Johnny (Henry Thomas, l'attore protagonista di E.T., Spielberg 1982), un coetaneo che lo ricorda da quando erano bambini, ma gelosie e trame shakespeariane porteranno col tempo il giovane Vallon da essere il delfino di Bill, di cui guadagna la totale fiducia, al suo antagonista, degno erede di suo padre.
Amsterdam - e, va ricordato, fu Nuova Amsterdam il primo nome dato dagli europei a New York tra 1626 e 1665, prima di passare agli inglesi - si scontra con gli uomini più vicini a Bill che, invidiosi, ne temono l'ascesa al fianco del capo e che spesso sono figure passate da Vallon a Cutting sedici anni prima. Tra questi ci sono McGloin (Gary Lewis), il più classico dei fedelissimi per bisogno di protezione e con una spiccata vocazione al servilismo;  Happy Jack Mulraney (John C. Reilly), poliziotto mai irreprensibile, che sfrutta la sua posizione per delinquere; nonché il già citato Walter "Monk" McGinn, decisamente il personaggio più sfaccettato tra di loro.
La figura femminile chiave della trama è Jenny "manolesta" (Cameron Diaz), un'orfana, ladra e prostituta di Five Points, allevata da Bill dopo la morte della madre, con tutti gli annessi e connessi di una situazione del genere, amata da Johnny e dallo stesso Amsterdam.
Cameron Diaz sul viale di villa Borghese
Bella e poetica la sua prima apparizione, vista in soggettiva dal personaggio interpretato da Leonardo DiCaprio, attraverso il vetro colorato di una finestra rotta, mentre cammina in strada. Più avanti, risulta esteticamente perfetta e degna de L'età dell'innocenza (1993), la sequenza con cui Scorsese ci mostra la società bene della New York dell'800, con Jenny che si finge domestica (fa la "tortorella" nello slang del tempo) per rubare i pezzi pregiati di una casa d'alto lignaggio, il cui pater familias è lo stesso regista, nel suo consueto cameo stile Hitchcock. E ancora, una delle immagini che ritrae Jenny vestita da nobildonna in un parco, è in perfetto stile ottocentesco, e che quella scena sia girata sul viale d'ingresso della palazzina Borghese, nell'omonima villa romana.
Il rapporto tra Amsterdam e Johnny, invece, sembra esemplato sulla coppia di amici Noodles-Max di C'era una volta in America (1984), di cui ripropone il forte legame iniziale, l'attività criminale comune (lì i carichi navali da recuperare con il sale, qui una nave portoghese ferma al porto da razziare), la gelosia, il tradimento. Anche il poliziotto Jack, che ha come territorio proprio Five Points e che chiede parte delle refurtive dei ragazzi per chiudere un occhio, ricorda moltissimo il poliziotto corrotto e di quartiere del capolavoro di Sergio Leone.
E così l'acutezza di Amsterdam è davvero molto simile a quella di Noodles, ed è lui infatti a risolvere il problema degli incontri di pugliato, illegali in città, consigliando a Bill di spostarli sulle navi in modo da aggirare la legge.
La scena del film e la foto di Jacob Riis
Il massacro subìto da Amsterdam, inoltre, con un periodo di confino, lontano dalla società, curato da Jenny, per poi ritornare ancora più forte di prima, appare mutuato dalla coppia di film più importante del western all'italiana, La sfida del samurai (1961) e Per un pugno di dollari (Leone 1964). Quello che vediamo è lo stesso che accade a Sanjuro/Toshirō Mifune e a Joe/Clint Eastwood, una sorta di espiazione che aumenta la drammaticità e la gloria dell'eroe.
Proprio la prima sequenza in cui Amsterdam torna alla vita sociale è un omaggio a una celebre foto Jacob Riis, Bandit’s Roost, 59 1/2 Mulberry Street (1988), che Scorsese riproduce in maniera bbastanza fedele nella sua inquadratura.
Molto bello anche lo spazio dato al teatro, in cui non solo vediamo in scena La capanna dello zio Tom, tratto dal più famoso romanzo abolizionista di quegli anni di Harriet Beecher Stowe (1852), con uno degli attori in cielo, sostenuto da corde, contro il quale si accanisce il pubblico in un lancio di verdure da avanspettacolo, ma in cui, come in un teatro anatomico, Bill mette sul tavolo la sua vittima sacrificale dopo aver subito un attentato.
Bill è spietato e privo di empatia e quando uccide un irlandese è in grado di pronunciare frasi come "bruciatelo, così vediamo se le sue ceneri sono verdi", ma come spesso capita è lui, da antagonista, il personaggio più grande del film, a fronte di Amsterdam, nei cui panni DiCaprio è perfetto come sempre, eppure decisamente unidimensionale nonostante il labile doppiogioco e l'identità nascosta per buona parte della storia.
Tanti i dialoghi a due in cui il mattatore è uno straordinario Daniel Day-Lewis - convinto ad accettare la parte da sua moglie in anni in cui viveva a Firenze e faceva l’apprendista calzolaio nella bottega della famiglia Bemer -, che volta per volta riesce a comunicare furia, odio, malinconia, decisione, finta tristezza e tanto altro con semplici espressioni del volto. Tra i più intensi, quello con cui sorprende Amsterdam, ancora nel letto con Jenny dopo la loro prima notte insieme: Bill è seduto lì di fianco, avvolto nella bandiera a stelle e strisce (nella sua versione c'è anche scritto "nativi, attenti all'influenza straniera"), ed espone al ragazzo un rapido riassunto della propria vita che vale il film, fino al nichilismo di un'esistenza vissuta per concessione, quando dichiara che Vallon "mi risparmiò perché voleva vivessi nella vergogna".
Bill si aggrappa a una realtà che sente pian piano svanire, il suo tempo sta tramontando e non basta più nemmeno uccidere gli avversari per avere la meglio, poiché ormai il mondo è cambiato. Anche tenere un altarino con l'immagine di Vallon, a cui tributa gli onori del caso, riconoscendo la grandezza del nemico, è in fondo una celebrazione di ciò che è stato e dei valori in cui quel tempo ha ritenuto sempiterni.
Persino una delle immagini visivamente più belle della pellicola, con un plongée che inquadra Bill dopo una notte di sesso con più donne, riflette in pochi fotogrammi tutta la decadenza del potere, un Sardanapalo (e il dipinto di Delacroix del 1827 è quanto di più simile a quella situazione) che si lascia andare al piacere a un passo dalla fine. Neanche a dirlo, quell'inquadratura dall'alto è ancora una volta il Sergio Leone di C'era una volta in America (1984), con il celebre sorriso di De Niro sul letto della fumeria d'oppio, e ancora prima di C'era una volta il West (1968) con Claudia Cardinale nella stessa posizione, ma anche il bellissimo finale di Taxi Driver (Scorsese 1976).
Uno straordinario montaggio alternato unisce la battaglia tra Bill e Amsterdam e le rispettive fazioni con la rivolta popolare dei Draft Riots, che nel luglio del 1863 spinse il popolo a ribellarsi all'arruolamento per sorteggio. I manifestanti arrivano fino ai quartieri aristocratici, laddove le frasi del potere suonano chiare: "si può sempre assoldare metà dei poveri per uccidere l'altra metà". La ribellione venne sedata da polizia, esercito e marina che aprì il fuoco dei cannoni sulla popolazione. L'intera sequenza è una perfetta summa del film, un violento e al tempo stesso malinconico passaggio dei tempi: non a caso in quella contesa, Bill e Amsterdam scelgono di non ammettere le armi da fuoco. E, va detto a titolo di curiosità, nel girare la scena DiCaprio ruppe involontariamente il naso a Day-Lewis che continuò a recitare.
Un film grandissimo - agli Oscar solo dieci candidature senza vittorie, come sempre per Scorsese, eccezion fatta per The Departed (2006) -, peccato per quel finale rovinato da Weinstein e che non rende giustizia a tutto il resto... di certo Daniel Day-Lewis con l'interpretazione di Bill, che insieme al protagonista de L'età dell'innocenza (Scorsese 1993) e de Il petroliere (Anderson 2017), costituisce un trittico di personaggi americani superlativo, ci regala uno dei villain più mastodontici della storia del cinema. 

Nessun commento:

Posta un commento