venerdì 22 maggio 2026

Maborosi - I bagliori dell'anima (Kore-eda 1995)

L'inconfondibile tocco di Hirokazu Kore-eda appare evidente anche nella sua pellicola di esordio, forse ancora acerba, ma che si sviluppa in maniera pienamente consona alla sua poetica, fatta di nuclei familiari atipici (ce ne sono di tipici?), costretti alla perdita, al lutto, al dolore e alla ricomposizione, con un occhio sempre attento alla condizione e alla psicologia dei bambini (trailer).
Esce solo ora Maborosi in Italia, dandoci conto dell'inizio del percorso del grande regista giapponese conosciuto tredici anni fa, con Father and son (2013), per proseguire con Little sister (2015), Ritratto di famiglia con tempesta (2016) e Un affare di famiglia (2018), fino a Le buone stelle (2022) e all'ultimo, L'innocenza (2023). Poesia e rapporti familiari, peraltro, hanno caratterizzato anche il suo unico film francese, Le verità (2019), in cui ha messo al centro della storia un mito del cinema come Catherine Deneuve.
Maborosi - I bagliori dell'anima è l'adattamento del racconto che dà il titolo alla raccolta di Teru Miyamoto, tradotta con Bagliori fatui, otto racconti usciti tra 1978 e 1988 in Giappone e in Italia solo nel 2017 (ed. Carbonio).
La piccola Yumiko (Sayaka Yoshino) rincorre la nonna su un ponte, la vede allontanarsi. La cerca anche in bicicletta, quando incontra il piccolo Ikuo, anche lui in bicicletta. La nonna ha deciso di finire i suoi giorni nel paese natìo, non tornerà più a Osaka.
Così inizia il film, prima di fare un salto in avanti di qualche decennio, quando i due bambini di allora sono diventati una coppia che mette al mondo un figlio, Yuichi. Ikuo (Tadanobu Asano), però, si suicida facendosi investire sulle rotaie dal treno in corsa.
Non avevamo visto la fine della nonna di Yumiko, così come non vediamo quella di Ikuo, i due traumi che segnano l'esistenza della protagonista.
La vita scorre e va avanti, nonostante il dolore e l’incomprensibilità del gesto: la mamma di Yumiko commenta senza troppo tatto che “quando nasce un figlio bisognerebbe essere felici”. Yumiko (Makiko Esumi) si risposerà, creando una nuova famiglia unendosi a con Tamio (Takashi Naito), anche lui vedovo e con una bimba coetanea di suo figlio.
Dubbi, incertezze e dolori del passato, però, non si cancellano e riaffioriano, soprattutto quando qualcosa detto un tempo si avvera (come le lentiggini predette da Ikuo che compaiono anni dopo sul volto di Yumiko) e la malinconia per l’assenza si fa totale…
La poesia di Kore-eda è ovunque e la sua mdp è una penna capace di registrare immagini emotive di grandissima intensità. Non a caso trent'anni fa il film a Venezia vinse la miglior fotografia, firmata Masao Nakabori.
Yumiko si trasferisce nella casa del nuovo marito, in un piccolo paese di poche case sulla riva del mare, dove la risacca è garanzia di riflessione. Il regista nipponico ama le inquadrature vuote, ferme, delle nature morte che rimandano a quelle di Yasuhiro Ozu, il maestro indiscusso delle relazioni familiari del Giappone della prima metà del Novecento, un modello imprescindibile per Kore-eda, così come per gran parte degli autori nipponici.
Le gallerie di Maborosi e de L'innocenza
Tra le immagini più belle dell’intero film, poi, vanno sottolineate quella in cui Yumiko sta lavando la scala di legno della casa, una scena degna di un quadro di Vermeer, toni caldi, intimi e un fascio di luce che taglia diagonalmente la stanza come in Caravaggio e in Hopper; così come i due bambini che giocano passeggiando in una galleria abbandonata (una vecchia ferrovia?) che conduce a uno spazio verde, degno di un film di Miyazaki e che tra l'altro Kore-eda riprenderà pressoché identico per L'innocenza.
Nel paesino vive anche Tomeno (Mutsuko Sakura), un’anziana signora, tipica della tradizione giapponese, solitaria, sardonica, che vende il pesce al mercato, dedita ai racconti privati delle persone che conosce da sempre.
Kore-eda utilizza oggetti significanti, peraltro clamorosamente evocativi della storia del cinema.
La bicicletta (es. Ladri di biciclette, De Sica 1948; E.T. l'extra-terrestre, Spielberg 1982; Il ragazzo con la bicicletta, Dardenne 2011; La bicicletta verde, Wadjda 2012) attraversa le varie fasi del film: ne vediamo una utilizzata dalla piccola Yumiko all’inizio del film; un’altra rubata da Ikuo e dipinta di verde; una terza, anch’essa verde, acquistata per il figlio anni dopo. Il treno, ovviamente, oggetto cinefilo per antonomasia, legato ai Lumière e a Hitchcock (L'altro uomo, 1951) e al mito della ferrovia del western americano e non, come in C’era una volta il West (Leone 1968).

L’altro è l’ombrello (es. Il prigioniero di Amsterdam, Hitchcock 1940; Cantando sotto la pioggia, Donen 1952; Mary Poppins, Stevenson 1964), che Ikuo usa come il bastone di Charlie Chaplin, in una citazione resa ancora più evidente dalla ripresa di spalle con l’uomo che si allontana, proprio come sul finale di Tempi moderni (Chaplin 1938).
Il tema del lutto, poi, viene evocaato anche da una citazione da La doppia vita di Veronica (Kieslowski 1991), in cui Irene Jacob giocava con una biglia proprio tra i bagliori di luce in un treno, come fa qui la protagonista.
Yumiko è seduta alla fermata del bus, ma non sembra aspettare il bus, che infatti passa senza che lei salga: la sua immagine è immobile e riflessiva, alle nostre latitudini, fa pensare a tanti dipinti di donne solitarie (es. Gioacchino Toma, Luisa Sanfelice, 1875 ca., Roma, Galleria Nazionale d'Arte Moderna).
Il corteo funebre a cui partecipa Yumiko è decisamente bergmaniano e ha il sapore della pittura nordica. Proprio in quel contesto la donna chiede al nuovo marito cosa avrebbe spinto a Ikuo a suicidarsi. Una domanda a cui è impossibile rispondere, tanto più per lui che non ha mai conosciuto il primo marito di sua moglie. Eppure, pur ipotizzando che alcuni luoghi possono avere una forte influenza sulle persone (e ricorda che suo padre era rapito dal mare che lo incantava), non può che concludere che “a volte non c’è una spiegazione”.
La vita continua, ma il lutto non si supera, entra a far parte di noi e si impara a conviverci. E così la famigliola rinata dalle precedenti ceneri cammina in salita, come in un dettaglio di un dipinto rinascimentale veneziano, allora via della virtù, oggi via del tutto scorre di eraclitea memoria, ma una finestra aperta sul mare, nell’ennesima inquadratura vuota del film, mette in contrasto la vita umana con lo spazio e il tempo dell’infinito. L'ennesima immagine poetica di Maborosi, che sta sì per bagliore, ma anche per miraggio e illusione passeggera, proprio come la vita, in una linea diretta che da Calderon de la Barca passa per Einstein e per il giovane Kore-eda, senza dubbio uno degli autori più rilevanti degli ultimi trent'anni di cinema.

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