Dolcezza, empatia, sensibilità e alterità culturale, sociale e psicologica tra mondo orientale e occidentale. Hakiri, pseudonimo della regista, sceneggiatrice e fotografa nipponica Mitsuyo Miyazaki, mette tutto questo in Rental family, commedia strutturata sull'eccezionalità di alcuni comportamenti accettati nella società nipponica, che sono diretta conseguenza di una mentalità che alle nostre latitudini appare quantomeno sorprendente e arcaica.
Il film, che l'edizione italiana ha dotato di un sottotitolo, Nelle vite degli altri, non solo inutile ma anche dannoso, poiché annulla, non senza una certa pruderie, la sinteticità e l'ironia del titolo principale, ha come protagonista Philip (Brendan Fraser), attore statunitense che da sette anni sta cercando di sbarcare il lunario in Giappone, tra pubblicità e travestimenti improbabili per centri commerciali (trailer).
giovedì 26 marzo 2026
giovedì 5 marzo 2026
Marty Supreme (J. Safdie 2025)
Josh Safdie, dopo le cinque pellicole girate insieme al fratello Benny, di cui l'utima è stata Diamanti grezzi (2020), si mette in proprio con il film più costoso mai prodotto dalla casa di produzione A24 che già aveva prodotto proprio il film con Adam Sandler.
Il risultato, però, non è dei migliori e non sorprende, quindi, che ai BAFTA di quest'anno, nonostante le undici nomination, abbia totalizzato zero premi, anche se a onor del vero, invece, ai Golden Globe, Timothee Chalamet si è aggiudicato almeno la migliore interpretazione maschile. Vedremo agli Oscar...
Marty Supreme racconta per l'ennesima volta la realizzazione del sogno americano attraverso lo sport, un tema già visto fin troppe volte, ma quel che è peggio è che di quei film recupera anche il dozzinale contrasto politico-nazionalista e così se in Rocky IV, per esempio, lo statunitense Rocky Balboa si allenava nella povertà di fronte al sovietico Ivan Drago che navigava nella ricchezza del regime, qui il protagonista, ebreo americano senza un centesimo, si contrappone ai giapponesi, dipinti come scorretti, corrotti e privi di umanità (trailer).
Siamo nel 1952. Marty Mauser (Timothée Chalamet) gioca a ping pong - la sua figura è ispirata a Marty Reisman, per cinque volte medaglia di bronzo ai mondiali di tennistavolo -, ma lavora anche nel negozio di scarpe dello zio come venditore, attività in cui eccelle grazie alla sua simpatia e alla parlantina sciolta.
Con la stessa capacità empatica e allo stesso tempo affabulatoria, è l'amante di Rachel Mizler (Odessa A'zion), sua compagna d'infanzia oggi sposata ma sempre stata innamorata di lui. Marty la ama a suo modo, ma tutto è secondario di fronte all'ossessione del tennis tavolo, ancora praticamente sconosciuto negli Stati Uniti e invece molto popolare in estremo Oriente.
Lui e Rachel fanno sesso appena possono, anche nel magazzino del negozio, con l'eccitazione garantita dal proibito, e il regista ci regala dei titoli di testa ai limiti del documentaristico, con gli spermatozoi alla ricerca dell'ovulo sulle note di Forever young degli Alphaville (1984) e con una buffa ellissi che da ovulo, appunto, si trasforma in pallina da ping pong. È solo l'inizio di una colonna sonora che inanella tanti altri brani anni '80, come I Have the Touch di Peter Gabriel (1982), The Perfect Kiss dei New Order (1985), ma soprattutto Everybody Wants to Rule the World dei Tears for Fears (1985).
Marty partecipa a un grande torneo a Londra, dove si imbatte in altre persone fondamentali per la sua vita futura: il grande avversario giapponese, Koto Endō (Koto Kawaguchi), l'equivalente di Apollo Creed e Ivan Drago per la saga di Rocky; l'attrice Kay Stone (Gwyneth Paltrow), ormai sul viale del tramonto, insoddisfatta del suo matrimonio, ancora bellissima e che Marty vuole conquistare a tutti i costi; il marito di lei, il ricchissimo Milton Rockwell (Kevin O'Leary), magnate delle penne a sfera, che ostenta Kay come donna di rappresentanza e trofeo sociale. E su quest'ultimo punto, Marty non la vede molto diversamente, dato che inizia a flirtare con lei solo dopo aver capito da altri chi sia e cosa rappresenti nell'immaginario collettivo.
Una curiosità: L'ombra del lago citato come capolavoro girato da Kay Stone non ha riferimenti reali, anche se un libro con questo titolo in italiano esiste ed è quelo di Sarah Bailey, The Dark Lake, ma risale al 2022.
Il sogno di Marty è guidato da arrivismo e voglia di arrampicata sociale, ma non manca la spocchia con cui rilascia interviste nelle quali celebra il proprio ebraismo dichiarandosi il peggior incubo di Hitler, se solo fosse ancora vivo. Ma d'altronde mostra il temperamento esuberante e superbo in ogni sua apparizione, mentre gioca a ping pong ed esagera nei virtuosismi, anche mettendosi d'accordo con l'avversario all'occorrenza, e corteggiando Kay, con cui si mostra al massimo della sua vanagloria.
Eppure, per fare soldi giocando a ping pong e girando il mondo, accetta la proposta dell'amico Béla Kletzki (Géza Röhrig), vecchio campione del mondo dal 1935 al 1939, di intrattenere il pubblico degli Haarlem Globe Trotters durante le loro pause.
Persino il viaggio in Egitto è l'occasione per portare come furto/souvenir un frammento di piramide (sic!) da donare alla madre con l'orgoglio dichiarato ("le abbiamo costruite noi!").
Tutto davvero troppo sopra le righe, fino al reddere rationem e ai buoni sentimenti tra Marty e Koto Endō, che improvvisamente comprende con sportività il rammarico dello storico avversario davanti al proprio pubblico a Tokyo, durante una semplice dimostrazione pubblicitaria che si trasforma in una partita che dovrebbe essere epica ma viene subito sgonfiata dall'immancabile anatema ("se oggi vinci non sarai mai felice").
Da segnalare il ruolo di Abel Ferrara nei panni di Ėzra Miškin: bella la sua presenza e la sua interpretazione, ma esibita in un altro cliché, che lo vede mafioso affettuoso solo con il suo cane, Moses, ma pronto alla vendetta e al grilletto facile. Surreale la sequenza che lo vede protagonista con la vasca da bagno con dentro Marty che gli cade su un braccio direttamente al piano inferiore, e che sembra ripresa dalla puntata 1x02 di Breaking bad (vedi).
L'incontro notturno tra Marty e Kay a Central Park avviene all'Inscope Arch, location tanto usata a Hollywood, ma che personalmente resta nella memoria per la sequenza de La 25° ora (Lee 2002) in cui Monty/Ed Norton si fa pestare dal suo migliore amico.
A dirla tutta, le cose migliori del film, in fondo, restano le palline arancioni che Marty Mauser vorrebbe produrre (perché con quelle bianche non ci si può vestire di bianco come a Wimbledon) e la scenografia di un immarcescibile Jack Fisk, lo storico scenografo di De Palma, Malick, Inarritu, Paul Thomas Anderson, ma soprattutto di David Lynch.
Il risultato, però, non è dei migliori e non sorprende, quindi, che ai BAFTA di quest'anno, nonostante le undici nomination, abbia totalizzato zero premi, anche se a onor del vero, invece, ai Golden Globe, Timothee Chalamet si è aggiudicato almeno la migliore interpretazione maschile. Vedremo agli Oscar...
Marty Supreme racconta per l'ennesima volta la realizzazione del sogno americano attraverso lo sport, un tema già visto fin troppe volte, ma quel che è peggio è che di quei film recupera anche il dozzinale contrasto politico-nazionalista e così se in Rocky IV, per esempio, lo statunitense Rocky Balboa si allenava nella povertà di fronte al sovietico Ivan Drago che navigava nella ricchezza del regime, qui il protagonista, ebreo americano senza un centesimo, si contrappone ai giapponesi, dipinti come scorretti, corrotti e privi di umanità (trailer).
Siamo nel 1952. Marty Mauser (Timothée Chalamet) gioca a ping pong - la sua figura è ispirata a Marty Reisman, per cinque volte medaglia di bronzo ai mondiali di tennistavolo -, ma lavora anche nel negozio di scarpe dello zio come venditore, attività in cui eccelle grazie alla sua simpatia e alla parlantina sciolta.
| Timothée Chalamet e Marty Reisman |
Lui e Rachel fanno sesso appena possono, anche nel magazzino del negozio, con l'eccitazione garantita dal proibito, e il regista ci regala dei titoli di testa ai limiti del documentaristico, con gli spermatozoi alla ricerca dell'ovulo sulle note di Forever young degli Alphaville (1984) e con una buffa ellissi che da ovulo, appunto, si trasforma in pallina da ping pong. È solo l'inizio di una colonna sonora che inanella tanti altri brani anni '80, come I Have the Touch di Peter Gabriel (1982), The Perfect Kiss dei New Order (1985), ma soprattutto Everybody Wants to Rule the World dei Tears for Fears (1985).
Marty partecipa a un grande torneo a Londra, dove si imbatte in altre persone fondamentali per la sua vita futura: il grande avversario giapponese, Koto Endō (Koto Kawaguchi), l'equivalente di Apollo Creed e Ivan Drago per la saga di Rocky; l'attrice Kay Stone (Gwyneth Paltrow), ormai sul viale del tramonto, insoddisfatta del suo matrimonio, ancora bellissima e che Marty vuole conquistare a tutti i costi; il marito di lei, il ricchissimo Milton Rockwell (Kevin O'Leary), magnate delle penne a sfera, che ostenta Kay come donna di rappresentanza e trofeo sociale. E su quest'ultimo punto, Marty non la vede molto diversamente, dato che inizia a flirtare con lei solo dopo aver capito da altri chi sia e cosa rappresenti nell'immaginario collettivo.
Una curiosità: L'ombra del lago citato come capolavoro girato da Kay Stone non ha riferimenti reali, anche se un libro con questo titolo in italiano esiste ed è quelo di Sarah Bailey, The Dark Lake, ma risale al 2022.
Il sogno di Marty è guidato da arrivismo e voglia di arrampicata sociale, ma non manca la spocchia con cui rilascia interviste nelle quali celebra il proprio ebraismo dichiarandosi il peggior incubo di Hitler, se solo fosse ancora vivo. Ma d'altronde mostra il temperamento esuberante e superbo in ogni sua apparizione, mentre gioca a ping pong ed esagera nei virtuosismi, anche mettendosi d'accordo con l'avversario all'occorrenza, e corteggiando Kay, con cui si mostra al massimo della sua vanagloria.
Eppure, per fare soldi giocando a ping pong e girando il mondo, accetta la proposta dell'amico Béla Kletzki (Géza Röhrig), vecchio campione del mondo dal 1935 al 1939, di intrattenere il pubblico degli Haarlem Globe Trotters durante le loro pause.
Persino il viaggio in Egitto è l'occasione per portare come furto/souvenir un frammento di piramide (sic!) da donare alla madre con l'orgoglio dichiarato ("le abbiamo costruite noi!").
Tutto davvero troppo sopra le righe, fino al reddere rationem e ai buoni sentimenti tra Marty e Koto Endō, che improvvisamente comprende con sportività il rammarico dello storico avversario davanti al proprio pubblico a Tokyo, durante una semplice dimostrazione pubblicitaria che si trasforma in una partita che dovrebbe essere epica ma viene subito sgonfiata dall'immancabile anatema ("se oggi vinci non sarai mai felice").
Da segnalare il ruolo di Abel Ferrara nei panni di Ėzra Miškin: bella la sua presenza e la sua interpretazione, ma esibita in un altro cliché, che lo vede mafioso affettuoso solo con il suo cane, Moses, ma pronto alla vendetta e al grilletto facile. Surreale la sequenza che lo vede protagonista con la vasca da bagno con dentro Marty che gli cade su un braccio direttamente al piano inferiore, e che sembra ripresa dalla puntata 1x02 di Breaking bad (vedi).
L'incontro notturno tra Marty e Kay a Central Park avviene all'Inscope Arch, location tanto usata a Hollywood, ma che personalmente resta nella memoria per la sequenza de La 25° ora (Lee 2002) in cui Monty/Ed Norton si fa pestare dal suo migliore amico.
A dirla tutta, le cose migliori del film, in fondo, restano le palline arancioni che Marty Mauser vorrebbe produrre (perché con quelle bianche non ci si può vestire di bianco come a Wimbledon) e la scenografia di un immarcescibile Jack Fisk, lo storico scenografo di De Palma, Malick, Inarritu, Paul Thomas Anderson, ma soprattutto di David Lynch.
venerdì 27 febbraio 2026
Send Help (Raimi 2025)
Bentornato Sam Raimi!
Con un horror coinvolgente, da fantafestival, il regista de La casa (1981) e de L'armata delle tenebre (1992), torna al passato ma aggiorna il tutto a tematiche modernissime, in cui mondo del lavoro e maschilismo vengono sbeffeggiati in un film liberatorio e catartico.
Con un horror coinvolgente, da fantafestival, il regista de La casa (1981) e de L'armata delle tenebre (1992), torna al passato ma aggiorna il tutto a tematiche modernissime, in cui mondo del lavoro e maschilismo vengono sbeffeggiati in un film liberatorio e catartico.
Send help diverte, tiene legati alla poltrona, ed è girato magnificamente con panoramiche a schiaffo e droni che compiono arditi movimenti di macchina. In un alcuni casi, poi, il regista statunitense ci coinvolge in un disastro aereo dai ritmi vertiginosi, in una caccia al cinghiale da urlo in soggettiva, e ci regala un'ellissi che da testa diventa palla da golf! Sam Raimi è un maestro nel creare tensione, manipolare letteralmente l'attenzione dello spettatore, spostandone il favore per i personaggi a seconda dei momenti della vicenda narrata (trailer).
sabato 21 febbraio 2026
Hamnet (Zhao 2025)
Hamnet, che l'edizione italiana ha stupidamente dotato di un inutile sottotitolo (Nel nome del figlio), ha il grande merito di essere in grado di dimostrare che anche un tema apparentemente esaurito ed abusato può essere affrontato da un nuovo punto di vista in maniera molto proficua.
Il quinto lungometraggio di Chloé Zhao, infatti, è apparentemente incentrato su Shakespeare e sull'Amleto - l'esergo della pellicola ci ricorda che Hamlet e Hamnet al tempo potevano essere usati indifferentemente -, ma di fatto è la storia di una famiglia del XVI secolo tra amore, sorte, vita, ed è uno di quei film che ci cambiano, che anche dopo decenni ricorderemo dove e quando lo abbiamo visto, se c'era qualcuno con noi e le emozioni della sala (trailer).
Non sappiamo nulla di certo sull'origine della tragedia più famosa di William Shakespeare, anche se esistono teorie che connettono il nome del figlio morto a 11 anni alla pièce. Proprio da questo assunto la scrittrice nord-irlandese Maggie O'Farrell è partita unendo fatti storici ad altri inventati per il suo romanzo, Hamnet (2020), che, con altra scelta infausta nei confronti dell'opera originale, nel titolo italiano è anticipato da quello che nel film è diventato il sottotitolo (Nel nome del figlio. Hamnet).
La cineasta di Pechino, naturalizzata statunitense, adatta il libro di O'Farrell e sposa l'idea di mettere al centro del racconto Agnes Hathaway (detta Anne), la moglie di William, interpretata da un'incredibile Jessie Buckley, come era accaduto in quello che finora è stato il suo film più riuscito, il bellissimo Nomadland (2020), vincitore del Leone d'oro, del Golden Globe e dell'Oscar e che nel ruolo di protagonista aveva un'altrettanto strepitosa Frances McDormand. Attendiamo di capire se anche Hamnet, prodotto tra gli altri da Steven Spielberg e Sam Mendes, farà incetta di statuette ai prossimi Oscar, dopo aver già vinto il premio per il miglior film drammatico e quello per l'interpretazione di Jessie Bucley.
Il quinto lungometraggio di Chloé Zhao, infatti, è apparentemente incentrato su Shakespeare e sull'Amleto - l'esergo della pellicola ci ricorda che Hamlet e Hamnet al tempo potevano essere usati indifferentemente -, ma di fatto è la storia di una famiglia del XVI secolo tra amore, sorte, vita, ed è uno di quei film che ci cambiano, che anche dopo decenni ricorderemo dove e quando lo abbiamo visto, se c'era qualcuno con noi e le emozioni della sala (trailer).
Non sappiamo nulla di certo sull'origine della tragedia più famosa di William Shakespeare, anche se esistono teorie che connettono il nome del figlio morto a 11 anni alla pièce. Proprio da questo assunto la scrittrice nord-irlandese Maggie O'Farrell è partita unendo fatti storici ad altri inventati per il suo romanzo, Hamnet (2020), che, con altra scelta infausta nei confronti dell'opera originale, nel titolo italiano è anticipato da quello che nel film è diventato il sottotitolo (Nel nome del figlio. Hamnet).
La cineasta di Pechino, naturalizzata statunitense, adatta il libro di O'Farrell e sposa l'idea di mettere al centro del racconto Agnes Hathaway (detta Anne), la moglie di William, interpretata da un'incredibile Jessie Buckley, come era accaduto in quello che finora è stato il suo film più riuscito, il bellissimo Nomadland (2020), vincitore del Leone d'oro, del Golden Globe e dell'Oscar e che nel ruolo di protagonista aveva un'altrettanto strepitosa Frances McDormand. Attendiamo di capire se anche Hamnet, prodotto tra gli altri da Steven Spielberg e Sam Mendes, farà incetta di statuette ai prossimi Oscar, dopo aver già vinto il premio per il miglior film drammatico e quello per l'interpretazione di Jessie Bucley.
La regia è davvero notevole, in essa spiccano inquadrature poetiche, esterni splendidi, in cui assumono senso estetico e narrativo una semplice foglia o le gocce di pioggia, ma anche interni cinquecenteschi ripresi in prospettiva centrale in cui si apprezza il lavoro delle scenografe Fiona Crombie ed Alice Felton.
Merita una menzione la fantastica fotografia del polacco Łukasz Żal, che contribuisce in maniera determinante alle emozioni regalate da un film, in cui poi la musica di Max Richter non fa che amplificare queste sensazioni. Al compositore anglo-tedesco si perdona anche il riutilizzo di un capolavoro come On the nature of daylight, già fondamentale in Shutter Island (Scorsese 2010), che faceva commuovere allora e che oggi squarcia il petto anche dei più impassibili di fronte a una pellicola cinematografica.
Basterebbe la prima sequenza per sintetizzare la grandezza di Hamnet, con Agnes raccolta in posizione fetale tra le radici di un enorme albero, un falcone che vola in cielo e poi la raggiunge posandosi sul suo braccio guantato. Si percepisce sin da subito che si è di fronte a un film che resterà nel tempo e, andando avanti nella visione, se ne ha la certezza.
Basterebbe la prima sequenza per sintetizzare la grandezza di Hamnet, con Agnes raccolta in posizione fetale tra le radici di un enorme albero, un falcone che vola in cielo e poi la raggiunge posandosi sul suo braccio guantato. Si percepisce sin da subito che si è di fronte a un film che resterà nel tempo e, andando avanti nella visione, se ne ha la certezza.
![]() |
| Hamnet/Jupe e l'incisione che raffigura il figlio di Shakespeare |
Il maestro, di cui sentiremo pronunciare il nome solo molto più avanti, quando si trasferirà a Londra, riesce a sposare Agnes nonostante le accuse di stregoneria che pendono su di lei: "le donne della mia famiglia vedono cose che gli altri non vedono".
I due avranno tre figli, la primogenita Susanna e quindi una coppia di gemelli, Judith e Hamnet.
I due avranno tre figli, la primogenita Susanna e quindi una coppia di gemelli, Judith e Hamnet.
La vita continua tra mille difficoltà: la disperazione dell'uomo che non riesce a scrivere, il suo trasferimento a Londra, il successo come drammaturgo, l'arrivo della peste, la morte del figlio maschio a soli 11 anni, il passaggio della famiglia a Stratford on Avon (stupende le riprese della vecchia casa vuota, ancora in rigorosa prospettiva centrale); la costruzione del Globe e lì la prima rappresentazione dell'Amleto con Agnes e suo fratello tra il pubblico.
Ogni dettaglio si connette alla storia narrata e a quella più famosa che conosciamo, inserendosi nelle pieghe di ciò che non è noto. La Morte che bussa alla porta, Hamnet che, novello Antonius Bloch di bergmaniana memoria (Il settimo sigillo, 1957), riesce a vincere contro di lei sacrificando se stesso, proprio lui che sognava di finire su un palco come attore per una delle commedie del padre.
Per superare quel dolore William, che solo il cognato cita col suo nome quando a Londra va a cercarlo con la sorella Agnes, comporrà l'Amleto in una sorta di catarsi che raggiunge uno dei suoi apici quando il suo autore reciterà il celeberrimo monologo dell'Essere o non essere in una serata al chiaro di luna davanti al Tamigi, nonché interpreterando sulla scena la parte del fantasma del padre di Amleto.
Tra le curiosità, la locandina che pubblicizza lo spettacolo in città, ha nel nome del protagonista Mr. Jupe, che in effetti è il cognome non solo dell'attore che lo interpreta nella finzione della finzione, Noah Jupe, ma anche di quello di suo fratello, Jacobi Jupe, l'Hamnet undicenne protagonista del film.
E, a proposito di regia e fotografia, il film va a recuperare un po' di storia dell'arte e di storia del cinema.
E, a proposito di regia e fotografia, il film va a recuperare un po' di storia dell'arte e di storia del cinema.
In un paio di sequenze, infatti, veder scrivere i personaggi a lume di candela rimanda alla pittura seicentesca e a pittori come Georges de la Tour o Gerrit von Honthorst, meglio noto alle nostre latitudini come Gherardo delle Notti, proprio per la sua capacità di rappresentare le luci vibranti delle candele in spazi bui (e come già aveva magnificamente fatto Kubrick in Barry Lyndon, 1975, senza utilizzare altre luci di scena). Dietro le quinte del Globe, William si aggira tra gli oggetti di scena, tra cui vediamo esposti sparsi qua e là gli elementi di un'armatura rinascimentale: un morione in alto e un petto lucente affiancato da uno spallaccio alla unghera a lamine sovrapposte in basso a destra, come in un dipinto del tempo.
E così il fascino evocativo delle ombre cinesi - una delle manifestazioni protocinematografiche per antonomasia -; il bellissimo carrello che con gran lentezza si muove verso il letto di Judith contagiata dalla peste; il surcadrage della porta che mostra l'interno della stanza e del letto di morte del bambino.
E così il fascino evocativo delle ombre cinesi - una delle manifestazioni protocinematografiche per antonomasia -; il bellissimo carrello che con gran lentezza si muove verso il letto di Judith contagiata dalla peste; il surcadrage della porta che mostra l'interno della stanza e del letto di morte del bambino.
Chloé Zhao ci fa vivere lo spazio intermedio tra vita e morte, mettendolo in parallelo con la rappresentazione scenica, nella splendida immagine di Hamnet tra gli alberi della scenografia della tragedia del padre, dove ricomparirà davanti agli occhi della madre: il teatro (l'arte, il cinema) come possibilità di andare oltre, di superare la morte, in quel senso di eternità che è naturale aspirazione dell'essere umano.
D'altronde proprio dal Globe, come ci ricorda stavolta filologicamente la pellicola, pendeva uno stendardo (sul quale qui è anche raffigurato Atlante con il globo, appunto) con la scritta "totus mundus agit histrionem", alludendo all'idea che in fondo la vita è una rappresentazione teatrale in cui ogni uomo interpreta una parte... "the rest is silence"!
D'altronde proprio dal Globe, come ci ricorda stavolta filologicamente la pellicola, pendeva uno stendardo (sul quale qui è anche raffigurato Atlante con il globo, appunto) con la scritta "totus mundus agit histrionem", alludendo all'idea che in fondo la vita è una rappresentazione teatrale in cui ogni uomo interpreta una parte... "the rest is silence"!
lunedì 16 febbraio 2026
Hong Kong Express (Kar-Wai 1994)
Wong Kar-Wai al suo terzo lungometraggio, dopo As Tears Go By (1988) e Days of Being Wild (1991), iniziava ad indagare l'amore, che poi sarà il tema dominante di Happy Together (1997), di In the Mood for Love (2000), sicuramente il suo capolavoro più famoso e uno dei film più belli di questo quarto di secolo, di 2046 (2004) e di Un bacio romantico (2007).
Hong Kong Express (titolo internazionale Chungking Express), incredibilmente girato in una pausa di produzione di Ashes of time (1994), affronta l'amore e il caso, l'ossessione amorosa e l'incredibile interruttore che può interromperla, da un giorno all'altro, per una sorta di scadenza o perché semplicemente i tempi sono maturi per superare quella splendida infezione che chiamiamo amore.
Due episodi, due amori finiti oltre i quali dover andare, meglio se conoscendo un'altra persona (trailer).
Hong Kong Express (titolo internazionale Chungking Express), incredibilmente girato in una pausa di produzione di Ashes of time (1994), affronta l'amore e il caso, l'ossessione amorosa e l'incredibile interruttore che può interromperla, da un giorno all'altro, per una sorta di scadenza o perché semplicemente i tempi sono maturi per superare quella splendida infezione che chiamiamo amore.
Due episodi, due amori finiti oltre i quali dover andare, meglio se conoscendo un'altra persona (trailer).
martedì 10 febbraio 2026
L'agente segreto (Mendonça Filho 2025)
È un film bellissimo il noir politico scritto e diretto da Kleber Mendonça Filho, giornalista, critico cinematografico e regista brasiliano, giustamente candidato per il miglior film in lingua straniera ai prossimi Oscar.
Mendonça Filho arriva al suo quarto lungometraggio (ha girato anche due documentari in carriera), che ambienta negli anni della dittatura militare brasiliana (1964-1985) e nella città di Recife, dove lui stesso è nato nel 1968.
La microstoria all'interno di questo contesto è quella di Armando Alves (Wagner Moura), che nel 1977 per motivi politici da San Paolo si trasferisce nella capitale dello stato di Pernambuco, appunto, da dona Sebastiana, un'adorabile settantasettenne - ci tiene a dire che è nata nel 1900 esatto - che accoglie diversi rifugiati, tra cui alcuni provenienti dall'Angola, la colonia portoghese che per secoli è stata il principale bacino di schiavitù per le piantagioni in Brasile (trailer).
Mendonça Filho arriva al suo quarto lungometraggio (ha girato anche due documentari in carriera), che ambienta negli anni della dittatura militare brasiliana (1964-1985) e nella città di Recife, dove lui stesso è nato nel 1968.
La microstoria all'interno di questo contesto è quella di Armando Alves (Wagner Moura), che nel 1977 per motivi politici da San Paolo si trasferisce nella capitale dello stato di Pernambuco, appunto, da dona Sebastiana, un'adorabile settantasettenne - ci tiene a dire che è nata nel 1900 esatto - che accoglie diversi rifugiati, tra cui alcuni provenienti dall'Angola, la colonia portoghese che per secoli è stata il principale bacino di schiavitù per le piantagioni in Brasile (trailer).
venerdì 30 gennaio 2026
Sentimental value (Trier 2025)
"Tra me e te c'è una grande differenza... io avevo te!"
È questa frase, pronunciata dalla sorella minore a quella maggiore, uno dei fulcri del bellissimo film di Joachim Trier, Grand Prix Speciale della Giuria a Cannes, otto nomination ai Golden Globe, nove agli Oscar. Una pellicola in grado di portare lo spettatore all'interno delle pieghe di una famiglia e dei suoi scheletri, tra le ferite e i non detti, tra le assenze e i rancori.
Siamo in Norvegia, le sorelle sono Nora (Renate Reinsve), attrice di teatro, single, che ha una relazione con un uomo sposato, e Agnes (Inga Ibsdotter Lilleaas), che invece ha un marito e un figlio. Le due hanno appena perso la madre, Sissel, che in quella casa aveva uno studio da psicoterapeuta; sono ancora sconvolte e durante la commemorazione vedono arrivare il padre, Gustav Borg (Stellan Skarsgård), regista affermato, da anni tornato in Svezia dopo il divorzio (trailer).
È questa frase, pronunciata dalla sorella minore a quella maggiore, uno dei fulcri del bellissimo film di Joachim Trier, Grand Prix Speciale della Giuria a Cannes, otto nomination ai Golden Globe, nove agli Oscar. Una pellicola in grado di portare lo spettatore all'interno delle pieghe di una famiglia e dei suoi scheletri, tra le ferite e i non detti, tra le assenze e i rancori.
Siamo in Norvegia, le sorelle sono Nora (Renate Reinsve), attrice di teatro, single, che ha una relazione con un uomo sposato, e Agnes (Inga Ibsdotter Lilleaas), che invece ha un marito e un figlio. Le due hanno appena perso la madre, Sissel, che in quella casa aveva uno studio da psicoterapeuta; sono ancora sconvolte e durante la commemorazione vedono arrivare il padre, Gustav Borg (Stellan Skarsgård), regista affermato, da anni tornato in Svezia dopo il divorzio (trailer).
domenica 25 gennaio 2026
No Other Choice (Park Chan-wook 2025)
Park Chan-wook, tre anni dopo Decision to leave, torna al noir, ma stavolta in versione grottesca, anticapitalista e antiborghese, curando questo adattamento dal romanzo di Donald E. Westlake, The Ax (1997), già trasformato in pellicola da Costa-Gavras con Cacciatore di teste (2005). E non a caso, il film coreano è dedicato al regista greco e tra i suoi produttori figurano sia la moglie, Michèle Ray, che il figlio Alexandre Gavras.
Una famiglia apparentemente perfetta viene sconquassata dall'improvvisa perdita del lavoro da parte di Man-soo (Lee Byung-hun), fino a quel momento impiegato in una grande azienda che produce carta, licenziato a causa dell'arrivo di una nuova proprietà statunitense (trailer).
Una famiglia apparentemente perfetta viene sconquassata dall'improvvisa perdita del lavoro da parte di Man-soo (Lee Byung-hun), fino a quel momento impiegato in una grande azienda che produce carta, licenziato a causa dell'arrivo di una nuova proprietà statunitense (trailer).
venerdì 9 gennaio 2026
La grazia (Sorrentino 2025)
Che sia un film di Paolo Sorrentino lo capiamo dopo pochi secondi, quando, dopo aver visto le frecce tricolore in cielo, un dolly/drone scende verso il basso fino al Quirinale. Il bel movimento della mdp, le prospettive centrali del cinema del regista napoletano e la sua immediata riconoscibilità certificano quanto La grazia sia una pellicola d'autore, eppure stavolta non decolla come sempre e le immagini sono meno dirompenti del solito.
Colpa dell'austero tema presidenziale o semplicemente un film meno ispirato e riuscito di altri (trailer)?
Colpa dell'austero tema presidenziale o semplicemente un film meno ispirato e riuscito di altri (trailer)?
sabato 3 gennaio 2026
Il maestro (Di Stefano 2025)
Andrea Di Stefano, classe 1972, rispolvera il tono dolceamaro di tanta commedia italiana, per un film che è un romanzo di formazione ambientato negli anni '80, in cui tennis, pressioni familiari, fallimenti, aspettative, fanno riflettere malinconicamente tra un sorriso e l'altro.
Felice (Tiziano Menichelli) è il ragazzino che il padre, Pietro Milella (Giovanni Ludeno), ha deciso a tavolino di trasformare in un campione di tennis. La sua è un'attenzione spasmodica, l'impiego da ingegnere gestionale è totalmente secondario rispetto a quello che diventa il suo unico obiettivo di vita, e lo stesso vale per il rapporto con la moglie e per le esigenze della figlia primogenita, che ormai odia il fratello in maniera viscerale. Ed è proprio lei che, di fronte alla probabile rinuncia alle vacanze estive, poiché i soldi ora serviranno per Felice, all'idea di andare al paese per risparmiare, prorompe: "io bevo la candeggina se vado a Sibari!" (trailer).
Felice (Tiziano Menichelli) è il ragazzino che il padre, Pietro Milella (Giovanni Ludeno), ha deciso a tavolino di trasformare in un campione di tennis. La sua è un'attenzione spasmodica, l'impiego da ingegnere gestionale è totalmente secondario rispetto a quello che diventa il suo unico obiettivo di vita, e lo stesso vale per il rapporto con la moglie e per le esigenze della figlia primogenita, che ormai odia il fratello in maniera viscerale. Ed è proprio lei che, di fronte alla probabile rinuncia alle vacanze estive, poiché i soldi ora serviranno per Felice, all'idea di andare al paese per risparmiare, prorompe: "io bevo la candeggina se vado a Sibari!" (trailer).
Iscriviti a:
Commenti (Atom)






.jpg)








