Un surcadrage con una finestra e la chioma di una palma mossa dal vento...
Si apre così il terzo film della trilogia, iniziata con Ida (2013) e proseguita con Cold war (2018), di Paweł Pawlikowski, girato come gli altri con un'eleganza sopraffina e con la consueta ed eccezionale fotografia in bianco e nero di Łukasz Żal.
Come nelle due pellicole precedenti, la storia è ambientata in un passato post Seconda guerra mondiale, di cui si sentono ancora forti gli echi: in Ida la protagonista aveva perso l'intera famiglia durante il conflitto e le rimaneva solo una zia; in Cold war i due amanti vivevano una storia d'amore per quindici anni fatta di rincorse a partire dal 1949, che è proprio l'anno in cui è ambientato anche Fatherland. Qui Thomas Mann (Hanns Zischler), accompagnato dalla figlia Erika (Sandra Hüller), torna per la prima volta in Germania dopo l'inferno del Nazismo, e va a ritirare i premi intitolati a Goethe sia nella Repubblica Federale Tedesca, a Francoforte, città natale dello scrittore, che nella Repubblica Democratica Tedesca, a Weimar, città in cui invece morì (trailer).
In entrambi i casi si respira l'aria degli schieramenti contrapposti, tra l'opulenza dell'ovest, con il controllo garantito da membri della CIA come Arthur Quint (David Menkin), e il regime dell'est guidato dal rappresentante dell'Armata Rossa Tulpianov; la grandeur da una parte e quell'atteggiamento un po' provinciale di chi vuole accaparrarsi il favore e, perché no, la collaborazione del grande scrittore. Tutto decisamente scomodo e foriero di disagio per Thomas Mann, premio Nobel nel 1929, tirato da una parte all'altra per motivi biecamente politici.
Anche l'architettura rimanda alle due realtà, completamente differenti ma fatte entrambe di ordine e rigore, caratteristiche di cui non è affatto scevro Mann stesso, che vive in California, è naturalizzato statunitense, ma in ogni suo dettaglio è pienamente tedesco e, quando gli chiedono cosa si sente, non può non rispondere che la sua "heimat", la sua terra, è cosa complessa.
Il Metropol, la grande sala in cui Thomas ritira il premio a Francoforte, ha spazi altissimi, con marmi e colonne che rimandano inequivocabilmente al regime nazista ormai tramontato, ma ancora molto evidente ovunque. La città è semidistrutta e ricorda, inevitabilmente, la Berlino rosselliniana di Germania anno zero (1948): lo vediamo bene in una sequenza in cui una moto corre per le strade, tra i palazzi diroccati, fino ad arrivare al luogo dell'evento. A Weimar, invece, tutto è più semplice, si pranza addirittura in una grande tavolata su un prato, ma "allietati" dall'accompagnamento canoro dei giovani soldati che celebrano il regime sovietico. Il celebre ospite, inoltre, viene accompagnato nella casa in cui Goethe è morto, portandolo a visitare persino la stanza con il letto e le sue cose ancora lì come in un museo, maschera funebre compresa.
Mann a suo modo riesce a rimanere super partes e a non esporsi con nessuna delle due fazioni: non sostiene la rivoluzione propagandata a est, proponendo di chiedere quel sostegno al fratello Heinrich, dichiaratamente socialista, ma allo stesso tempo a Francoforte, oltre a parlare del suo Doctor Faust (1943) in conferenza, durante la cena di gala esplode contro i sussiegosi nipoti di Wagner, Wolfgang e Wieland (Theo ed Enno Trebs), dicendo loro che il teatro dedicato al nonno andrebbe abbattuto e la madre processata.
Oltre ad Erika, sempre al suo fianco e capace di una delle pochissime battute del film ("ho portato più bagagli di Marlene Dietrich!"), dei figli dell'autore de I Buddenbrook vediamo Klaus (August Diehl), scrittore anche lui, in acuta fase depressiva che culminerà proprio nel maggio di quell'anno nel suicidio. La reazione a questo dolore è umana e disperata nel caso di Erika, mentre si rivela algida e controllata quella di Thomas, quasi inviperito con il figlio soprattutto per non essersi curato di quello che avrebbero provato madre e sorella.
L'attività di scrittore di Klaus sfiora tangenzialmente la trama del film: Tulpianov e gli altri, per convincere Thomas a unirsi a loro, gli propongono di pubblicare uno dei suoi libri. Non può trattarsi di Mephisto, il romanzo più famoso di Klaus, pubblicato nel 1936, che però ha per protagonista l'ex marito di Erika, l'attore Gustaf Gründgens (Joachim Meyerhoff), che invece compare in Fatherland in maniera laida, rimediando un sonoro schiaffo dalla ex moglie.
La regia di Pawlikowski è, come sempre, superlativa. Le incorniciature della mdp sono una delle cifre stilistiche preferite del regista polacco e durante il film se ne vedono tante altre oltre quella iniziale già citata nella camera di Klaus, ma su tutte restano nella memoria quelle in albergo, con i due protagonisti che si alternano al banco della reception, dove campeggia un lungo specchio verticale che in entrambi i casi mostra una scena riflessa nella scena: un facchino prima e una cameriera ai piani poi che salgono e scendono dalla scala di fronte. In quei momenti, lo sguardo dello spettatore si sposta a cercare lo specchio, come osservando con attenzione la composizione di un dipinto, e lì si ferma, poiché c'è più azione che nella scena principale
Il surcadrage più bello, però, è probabilmente quello che a Francoforte mostra Erika di spalle, poggiata a una delle due colonne di un portico che delimitano l'inquadratura, poco prima di passeggiare nel parco di Taunusanlage e, tra le varie statue, imbattersi nel Monumento alla fiaba di Biancaneve (Schneewittchen-Denkmal), opera di August Haag (1930).
Pawlikowski riesce a fare cinema anche con una sigaretta lasciata accesa in un posacenere, seguendo con la mdp le volute del fumo nella stanza, cosa che riesce solo ai grandissimi, e penso a una sequenza analoga di Wong Kar Wai in In the mood for love (2000).
Se poi, a regia e fotografia, con un meraviglioso taglio di luce all'interno di ciò che resta di una chiesa, si uniscono la musica dell'organo e finalmente un cedimento umano del protagonista, si arriva a un finale che lascia esterrefatti per quanto riesca a muovere tutte le corde dello spettatore fino alla commozione.
Il brano all'organo è il corale Wohl mir, dass ich Jesum habe (BWV 147) di Johann Sebastian Bach, l'unico uomo che aveva rischiato di far credere in Dio Klaus, in una sorta di citazione, che suo padre non manca di notare ovviamente, di Nietzsche, che diceva la stessa cosa riguardo a Beethoven.
D'altronde il film iniziava con un'altra dicotomia, ben più forte e simbolica, "Stalin o Mickey Mouse?", un'amara ironia e la consapevolezza di un bivio privo di soluzioni positive...






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