Hirokazu Kore-eda ci investe ancora una volta con tutto questo, con il suo cinema appagante di cui non possiamo più fare a meno.
Look Back, adattamento dell'omonimo manga di Tatsuki Fujimoto (2021), già trasformato in un film anime nel 2024, è un'elegia sull'amicizia, sulla capacità di dare senso al tempo, sulle prime impressioni, sull'impossibilità di tornare indietro. Guardarsi indietro per vedere ciò che si è fatto, come sarebbe potuto essere diversamente, nella malinconica consapevolezza che i ricordi, fantasia a parte, non sono esperienze quasi mai ripetibili, ma segno dell'unicità delle nostre vite (trailer).
Fujino e Kyomoto sono due ragazzine quantomai distanti, eppure così vicine. La prima è socievole, brava a scuola, già così matura da sembrare un'adolescente a casa; l'altra studia da casa, sembra più piccola dell'età che ha, è la tipica rappresentante dell'hikikomori, tendenza sempre più diffusa di chi si isola rinunciando a qualsiasi interazione col mondo esterno. Entrambe, però, eccellono nel disegnare i manga e sono delle otaku, come una compagna chiama Fujino, per la sua passione ossessiva e totalizzante. Fujino si sente la più brava di tutta la scuola in questo campo, finché non vede un disegno di Kyomoto e sente le prime frasi che la mettono in discussione ("rispetto a questi, i disegni di Fujino sono normali").
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| Fujino alla scrivania nell'anime |
Le due si scopriranno complementari e continueranno a disegnare unendo le forze e crescendo insieme fino a realizzare un manga per una casa editrice, che esce con lo pseudonimo Kyo Fujino che fonde i loro nomi e per il quale esultano vedendolo sugli scaffali di una libreria. Il successo proseguirà con altre storie autoconcluse e con la proposta di una serie, nell'attesa di arrivare al sogno di vedere un loro manga trasformato in anime ("vedere i disegni animarsi"). La felicità e il successo, però, per quanto conquistati con fatica, possono svanire in un attimo determinando un irrimediabile cambiamento nelle nostre vite....
Kore-eda racconta l'infanzia e le sue stagioni come solo il grande Yasuhiro Ozu (e si pensi a Sono nato ma... 1932, per chi scrive uno dei più bei film sull'infanzia mai realizzati), ancora una volta suo totemico punto di riferimento. Stavolta, però, è ben accompagnato, vuoi anche per la tematica della pellicola, da Miyazaki e dal suo studio Ghibli, che non solo viene citato dalla sceneggiatura, ma viene persino evocato dall'erba di un prato mossa dal forte vento, immagine identitaria del genio dell'animazione giapponese, a cui segue l'acquisto del manga di Totoro e di un albo di Kazuo Oga, uno dei grandi disegnatori dello studio Ghibli, quasi a vidimare quella citazione.
E così, ai movimenti di macchina e ai lentissimi carrelli in avanti e indietro che ci accompagnano nella stanza di Fujino e ci allontanano da lei, fa da contrappunto l'alternarsi delle stagioni, in cui la fotografia di Senzo Ueno dà il meglio di sé, con le foglie dell'autunno, le distesse innevate invernali, i ciliegi in fiore della primavera, e i prati che fiancheggiano gli specchi d'acqua con le ninfee.
Anche il sonoro è sfruttato creativamente dal regista giapponese e a uno dei primi disegni di Fujino, che raffigura i fuochi d'artificio, ne sentiamo anche il rumore. E così, all'opposto, quando le due si abbracciano festanti dopo il loro primo successo, non sentiamo nulla perché riprese al di là di una vetrina, in una privacy in cui lo spettatore non può entrare... con la consueta delicatezza mai banale di Kore-eda.
Le musiche di Yūta Bandō, invece, sono il perfetto complemento delle immagini esteticamente superlative della pellicola, e alcuni passaggi rendono il tutto ancora più toccante e commovente
E in effetti sono tante le sequenze in grado di farci provare l'intero spettro delle emozioni, a partire dal primo incontro delle due ragazze. Fujino arriva a casa di Kyomoto e avanza sola, nota nel corridoio i moltissimi quaderni da disegno della compagna e comunica con lei attraverso una striscia di manga che, una volta completata, finisce sotto la porta e Kyomoto capisce immediatamente chi è l'autrice.
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| La felicità di Fujino nell'anime |
C'è poi anche un po' di spazio per la cinefilia, con le due ragazze che vanno al cinema a vedere Nosferatu di Murnau (1922), in una rassegna in cui compare anche la locandina di Dracula di Tod Browning (1931); e il padre di Fujino che, sentendole pronte a disegnare un manga che vede protagonista uno uomo-squalo (Shark Kick), presta loro la videocassetta de Lo squalo (Spielberg 1975).
E nella cinefilia, questa volta, rientra anche un'autocitazione, quando Fujino e Kyomoto passeggiano tra le grandi vasche dell'acquario, proprio come accadeva a padre e figlio automa in Sheep in the box (2026).
Kore-eda, dopo averci deliziato con la dolcezza e la delicatezza delle sue immagini, averci fatto provare empatia per la felicità contagiosa altrui, e averci raccontato con tenerezza la crescita di un'amicizia fondata su una passione comune, ci fa affrontare prima la separazione - perché nulla dura per sempre - e poi ci getta nello sconforto con la tragedia, quella insensata del raptus di un folle convinto di essere stato plagiato. Il soggetto sembra ricalcare, con qualche variante, il massacro della Kyoto Animation del 2019, quando un uomo appiccò fuoco all'istituto, mentre qui agisce con un piccone.
È l'inizio del dramma, ma anche della fantasia più sfrenata, con il ritorno a un passato mai vissuto, che avrebbe potuto cambiare ciò che è stato, cancellare la morte e trasformarla in occasione di riscatto - recuperando persino le poche lezioni di karate che Fujino aveva preso da bambina -, e immaginarsi di nuovo felici insieme, volando libere nel vento e ascoltando il mare dopo aver sfregato le mani a averle messe sulle orecchie.
Kore-eda è sempre più convincentemente uno dei più grandi maestri del cinema di questo secolo!






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