Si potrebbe riassumere così uno dei grandi capolavori del cinema italiano degli anni '70, che Ettore Scola scrisse con Age & Scarpelli raccontando trent'anni di storia d'Italia attraverso gli occhi di tre protagonisti in stato di grazia, Vittorio Gassman, Nino Manfredi e Stefano Satta Flores. Al loro fianco non solo Stefania Sandrelli, ma anche uno strepitoso Aldo Fabrizi e una divertentissima Giovanna Ralli (trailer e film).
Per la sua capacità transtemporale e di narrazione della macrostoria che da sfondo alla microstoria dei personaggi, C'eravamo tanto amati può essere considerato l'antesignano di una serie di film che hanno fatto la medesima cosa, su tutti Novecento (Bertolucci 1976) e, più recentemente, La meglio gioventù (Giordana 2003).
Il film è raccontato in flashback, partendo dal 1974, quando Antonio (Nino Manfredi), Nicola (Stefano Satta Flores) e Luciana (Stefania Sandrelli) vanno a trovare Gianni (Vittorio Gassman) per ridargli la patente fortuitamente scambiata con Nicola, e lo vedono tuffarsi in piscina. In quel momento le immagini si arrestano e Nicola, come narratore, guarda in camera dicendoci che quel tuffo lo vedremo alla fine della pellicola.
Il racconto alterna la voice over dei tre protagonisti, che ora racconteranno i trent'anni precedenti a partire dal bianco e nero della guerra, a partire dal dopoguerra con alcuni filmati di repertorio. "L'Italia fu liberata, la guerrà finì, scoppiò il dopoguerra, la pace ci divise...".
Il sistema narrativo, con l'interruzione della scena e la rivelazione dei pensieri più intimi dei personaggi, sarà una delle cifre stilistiche più ripetute del film, con tanto di riferimento teatrale interno.
I tre uomini, tornati dalla guerra, hanno avuto differenti direzioni: Gianni a Pavia, dove è diventato avvocato; Nicola a Nocera Inferiore, sposato e padre di un bambino, nonché insegnante di materie umanistiche al liceo; Antonio a Roma, a lavorare in ospedale come ausiliario, sempre in opposizione al sistema fatto di soprusi e ingiustizie, mentre anche fare carriera come infermiere lì è questione che spetta ai simpatizzanti della Democrazia Cristiana o della destra. Ed è proprio lì che fatalmente quest'ultimo si innamora di una degente, Luciana Zanon, friulana di Trasaghis, un nome che ad Antonio sa di Sardegna, iniziando la loro conoscenza con la prima di innumerevoli gaffe che costellano l'intero film.
La loro relazione non decolla, troppo distanti culturalmente e non solo. Luciana, però, lo porta a vedere Strano interludio di Eugene O'Neill a teatro (è il Quirino, a un passo da Fontana di Trevi, oggi intitolato a Vittorio Gassman): lo spettacolo annoia Antonio - "ma [i nove atti] li fanno tutti stasera?" - che non capisce quel meccanismo di interruzioni con le luci che vanno a illuminare un singolo attore, per fargli recitare i suoi pensieri senza essere ascoltato dagli altri. Uscendo dal teatro, Luciana glielo spiega - un servizio utile anche allo spettatore, dato che Scola userà quell'espediente per tutto il film - in un bellissimo momento ambientato all'interno di Galleria Sciarra. Qui entrambi si fermano in posa con i loro pensieri: Antonio lo fa tra sé e sé, e si lascia andare a una dichiarazione d'amore dolcissima, anche se di fatto non corrisposta...
Rimanendo sul tema delle location, l'ospedale dove lavora Antonio è in realtà l'Istituto Romano di San Michele di piazza Tosti a Tor Marancia, costruito tra 1937 e 1938 su progetto dell'architetto Alberto Calza Bini e di cui si riconoscono bene le arcate razionaliste.
Sempre in centro, invece, si trova un altro luogo iconico del film, il mitico "Re della mezza porzione", la trattoria che affaccia davanti alla chiesa di Santa Maria della Consolazione, che è luogo di quotidiane mangiate all'insegna del risparmio, dove i personaggi tornano a più riprese e che sarà luogo di ritrovo anche a distanza di molti anni.
Proprio lì, dove i tavoli sono ancora "alla romana", giubilarmente intesa, tanto il pasto è uguale per tutti (pasta al sugo e picchiapò, rigorosamente "mezza porzione abbondante"), Gianni e Antonio si incontrano di nuovo dopo gli anni della guerra e il colpo di fulmine di Gianni per Luciana, stavolta pienamente ricambiato dalla donna, porta alla rottura tra i due amici.
Gianni cerca la sincerità, o forse solo di scaricarsi la coscienza, come dimostra una certa ipocrisia già nella frase detta a Luciana, "vincerà l'amicizia o l'amore, sceglieremo di essere onesti o felici?", e così, la confessione all'amico ne scatena la reazione violenta, non prima di una folgorante risposta di Antonio che di fronte a tutta quella ipocrisia gli dice "tu perdi una cosa sola, io due", che poi deflagra nel "se semo stufati de esse boni e generosi".
La passione di Gianni per Luciana, però, così come i suoi ideali di sinistra, dureranno davvero poco di fronte alla possibilità di una sistemazione borghese, e quel poco Scola lo sintetizza in allegre passeggiate in bicicletta, soprattutto a San Saba. Tutto si sgretola, dopo le prime opposizioni, di fronte a Romolo Catenacci (Aldo Fabrizi), che gli propone di fargli da avvocato e di difenderlo da una infinita serie di accuse di corruzione. Il marchese inanella una serie di battute folgoranti, con cui la sceneggiatura delinea perfettamente il suo personaggio: a Gianni, titubante sul da farsi, ricorda che "il ricco è più solo perché è più raro", ma soprattutto che "chi vince la battaglia con la coscienza ha vinto la guerra dell'esistenza", senza dimenticare che circondarsi di adulatori è fondamentale, perché "chi ammira non giudica".
Romolo è un personaggio di una comicità molto amara, la stessa di cui è intriso il film di Scola, che è sì una commedia, ma una commedia drammatica a tutti gli effetti. Tratta con sufficienza la moglie - interpretata da Elena Fabrizi, la futura sora Lella -, chiama la goffa figlia Elide (Giovanna Ralli) "intrupponcella", e dà dello scemo al figlio, eppure sarebbe un perfetto pendant comico e romano del Nottola intrerpretato da Rod Steiger ne Le mani sulla città (Rosi 1963).
È un costruttore arricchito dalla speculazione, colluso con il potere nella maniera più deprorevole, senza alcun rispetto per il popolo, che a suo avviso va solo sfruttato. Fascista finché ha potuto - non manca di dimostrarsi nostalgico più volte, dopo "a noi" esclama "come si diceva ai bei tempi" e sul camino espone in bella mostra il busto di Mussolini - è oggi legato alla destra e continua a costruire negli anni del boom economico.
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| Gianni guarda il busto del duce sul camino |
Gianni, comunque, non solo difenderà Romolo Catenacci, ma ne sposerà anche la figlia, che si innamora di lui appena lo vede, e, con il suo temperamento ipocrita e vanaglorioso (un Gassman qui vicinissimo a tanti personaggi di Alberto Sordi), non avrà mai il coraggio di parlare con Luciana, mollata così nel silenzio e nella sofferenza, che la porterà a tentare il suicidio.
Nicola, nel frattempo, insoddisfatto e stretto nella morsa della provincia, lascia la famiglia ("devi scegliere Nico', o gli ideali o la famiglia") e va anche lui a Roma. L'episodio è un piccolo omaggio alla storia del cinema italiano: il professore, infatti, entusiasmato dalla visione di Ladri di biciclette, si ritrova isolato in un cineforum dove l'intellighenzia reazionaria di Nocera Inferiore, invece, bistratta la pellicola seguendo l'atteggiamento della Democrazia Cristiana del tempo. Uno di loro cita persino la famosa frase "i panni sporchi si lavano in famiglia, come ha detto un giovane cattolico vicino a De Gasperi", con evidente riferimento a quanto disse Giulio Andreotti dopo Umberto D (De Sica 1952) sull'intero Neorealismo, che a suo avviso faceva il male dell'Italia (una storia che di tanto in tanto si ripete, basti pensare a cosa è successo con Gomorra e Roberto Saviano).
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| Il cortile del San Michele |
Una delle frasi chiave della bellissima sceneggiatura è proprio quella di Nicola, che dopo aver tanto lottato per i suoi ideali, si rende conto che tante di quelle energie sono state inutili: "credevamo di cambiare il mondo, e invece il mondo ha cambiato a noi".
E se questo vale, seppur in maniera minore, per lui e per Antonio, è clamorosamente vero per Gianni. È lui, dei tre, quello che piega più facilmente e repentinamente le sue idee in cambio della ricchezza, del potere, della comodità. Proprio un attimo prima di entrare nella residenza Catenacci - l'esterno è quello di Villa Pepoli all'Aventino, mentre l'interno è Villa Fassini a Casalbruciato - per il suo primo colloquio, dove arriva in bicicletta con Luciana, davanti a un fiocco azzurro appeso al portone intima alla compagna: "non ti intenerire troppo, è un futuro padrone". Quel padrone, invece, diventerà proprio lui, sposando Elide che, peraltro, tra le sue mani si trasformerà dalla ruspante ragazza che fatica a parlare in italiano e non in romanesco - trova "tosto" I tre moschettieri, dice "idrocarburi" al posto di "carboidrati", ecc. -, nella colta donna di rappresentanza, degna di essere al suo fianco.
Elide arriverà ad essere una donna molto simile alle protagoniste dei film sull'incomunicabilità e sull'alienazione di Michelangelo Antonioni - vediamo anche le foto de L'eclisse (1962) - e l'uscita di scena del suo personaggio, con un monologo che in realtà è qualcosa a metà tra il suo diario e l'autoanalisi di Gianni, le regala uno stile e un'autodeterminazione impensabile alla sua prima apparizione. Al marito in quel surreale ultimo battibecco dice "sei tu che non sei più importante, lo eri solo per me perché ero stupida; addio con i tuoi rimorsi".
E l'incomunicabilità e la distanza tra i familiari, in una perfetta parodia, è palese nella grande villa in cui ormai Gianni è il pater familias: tutti cercano un altro membro della famiglia senza trovarlo, in garage ci sono sei auto e due motorini che si muovono tutti insieme. La commedia di Scola, però, come al solito diventa dramma: Romolo in quel giardino più avanti viene persino "movimentato" con una delle gru dei suoi cantiere e urla ancora al genero, con cui da tempo il rapporto si è incrinato, "te senti isolato? Te l'avevo detto che l'uomo ricco è solo".
Oltre Antonioni, le citazioni cinematografiche sono tante. La stessa Elide in una scena gira con malinconia una palla di vetro con la neve, che non può non far pensare alla "rosebud" di Quarto potere (Welles 1941), dove ha proprio la funzione malinconica di riflessione sul passato. E con i classici del cinema Scola ci gioca per tutto il film, soprattutto con Nicola che, appassionato di cinema e anche lui vittima di un colpo di fulmine per Luciana dal "Re della mezza porzione", flirta con lei inscenando nottetempo La corazzata Potemkin (Ėjzenštejn 1925) sulla scalinata di Trinità di Monti, sotto gli occhi pieni di disappunto di Antonio.
Nicola, però, ama soprattutto il Neorealismo e, come visto già con Ladri di biciclette, adora il cinema di De Sica, argomento con il quale diventa "campione" a Lascia e raddoppia, trasmissione andata in onda tra 1955 e 1959, identitaria di un'epoca, che gli permette, seppur fugacemente, di riacquistare la stima persino dei suoceri e degli altri reazionari di Nocera Inferiore. Lo stesso Mike Bongiorno lo apostrofa come un "modesto insegnante", sottolineando tutto il classismo e il paternalismo con cui la televisione "accoglieva" chi veniva dalle fasce meno elevate della società.
La celebrità durerà poco e Nicola, fatalmente e simbolicamente, perderà tutto in cabina, rispondendo esattamente, ma in maniera imprevista dagli autori, alla domanda sul pianto del piccolo Enzo Staiola in Ladri di biciclette: invece del perché all'interno della trama - il padre scoperto dopo il furto - lui risponde il vero perché, e cioè l'espediente di Vittorio de Sica che mise mozziconi di sigaretta nelle tasche del bambino, accusandolo poi di essere un "ciccarolo" e ottenendo il risultato sperato.
Scola, per uno scambio epistolare tra Nicola e Gabriella, usa anche lo split screen, grande moda degli anni '60 e soprattutto '70 (si veda De Palma su tutti in quegli anni, ma anche Woody Allen in Io e Annie o un blockbuster come Airport - Seaton 1970).
Così come la proiezione di Ladri di biciclette e Lascia e raddoppia, molti dettagli servono a dare la collocazione cronologica dei diversi momenti narrati. Lo stesso quindi avviene con l'inizio degli anni '50, che ci regala un altro colpo di genio del film che, dopo il bianco e nero della prima parte, passa alla fotografia a colori con un bel dolly su piazza Caprera, nel quartiere Trieste, dove un uomo sta dipingendo sull'asfalto una composizione che improvvisamente si accende di tonalità calde.
Su quella piazza, ancora priva della fontana aggiunta nel 1999, affaccia la pensione Friuli, che ospita Luciana e altre friuliane come lei, ed è lì che, imbeccato da Nicola, Gianni va a vedere le condizioni del suo vero amore dopo il tentato suicidio, pur rimanendo significativamente lontano dietro un'edicola che mostra le prime pagine dei giornali con la rivalità tra Coppi e Bartali ancora molto viva all'inizio degli anni '50.
Anche la fine del decennio è segnato da un episodio cronologicamente circoscrivibile, le riprese a Fontana di Trevi della sequenza più famosa de La dolce vita (1960). Scola inserisce il passaggio di lì dell'ambulanza su cui viaggia Antonio con due colleghi, proprio mentre Luciana sta parlando con Fellini e Mastroianni per ottenere una particina nel film. Vediamo il set con tanto di controfigure in acqua e l'intera troupe, con in testa regista e protagonista (in occhiali da sole), subito fuori. Non può mancare il momento da commedia, con un colonnello che saluta Fellini chiamandolo Rossellini!
L'ennesimo incontro tra Antonio e Luciana, lungo i giardini di via Carlo Felice, tra la basilica di San Giovanni e quella di Santa Croce in Gerusalemme, portano a un'altra citazione cinematografica, poiché Antonio, ormai in pieni anni '60, cita con un gruppo di amici L'anno scorso a Marienbad (Resnais 1961), che su un giornale ha "quattro pallette" (sic!).
E c'è ancora il cinema tra di loro, quando nella sala d'essai in cui lavora Luciana guardano Schiavo d'amore nel remake di Forbes - Hughes del 1964, con Kim Novak e Laurence Harvey nei panni di Mildred e Philip, che erano stati di Bette Davis e Leslie Howard (Cromwell 1934). Stavolta l'escamotage dei pensieri in voice over si sovrappone alle battute del film in proiezione, creando un buffo finto doppiaggio della pellicola.
Lo scorcio degli anni '70 che ci porta fino alla contemporaneità, infine, ci regala altre location romane. L'incontro fortuito tra Antonio e Gianni, dopo venticinque anni dalla scazzottata in ospedale, si svolge in una piazza del Popolo dominata da un grande parcheggio sotto al Pincio, e in cui l'amico ricchissimo si vergogna di dichiarare la sua ascesa sociale facendo credere ad Antonio di essere un semplice parcheggiatore.
Grazie ancora ad Antonio, il gruppo si ritroverà per un'ultima volta, ma ormai nulla può più essere come un tempo, anche perché in fondo nemmeno un tempo quei tre hanno mai avuto molte somiglianze ed è stato piuttosto il caso ad averli messi insieme. Tutto questo apparirà clamorosamente evidente dopo l'immancabile cena dal Re della mezza porzione e la successiva scazzottata tra Nicola e Antonio, nello slargo sotto la scalinata di Santa Maria della Consolazione, mentre Gianni, che durante la cena ha pensato con rimpianto alla morte da partigiano, prova a rivelare ciò che è diventato, ma nessuno lo ascolta. Ed è proprio Gianni che si allontana durante la veglia per il diritto alla scuola, dove il trio si unisce a Luciana, lì per i figli, perché, come dice Antonio, "la scuola non è solo di quelli che arrivano prima, ma di tutti".
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| La scena in piazza della Consolazione |
La fotografia di Carlo Cirillo si scurisce, la colonna sonora di Armando Trovajoli diventa sempre più malinconica e il montaggio di Raimondo Crociani chiuderà i suoi salti temporali tornando al tuffo in piscina di Gianni/Gassman.
Tutti hanno fallito, ognuno in modo diverso. Politicamente l'unica vittoria è stata il referendum per il divorzio, e le loro frasi a cena sono le più dure: "la nostra generazione ha fatto veramente schifo", "il futuro è passato e non ce ne siamo nemmeno accorti". Luciana, all'amore malinconico di Gianni - "ho sempre pensato a te" -, risponde serafica "ma io no!", senza rancore, senza vendetta, la vita ormai è passata, e anche l'amore che fa tremare i polsi non è più una priorità, poiché senza picchi, né passione, tutto è stato sacrificato davanti all'altare di un'agognata serenità, neanche così tanto serena, ma di certo priva di entusiasmo.




















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