domenica 11 ottobre 2026

L'eclisse (Antonioni 1962)

"La pace è debole"... è il titolo a nove colonne che si legge su un quotidiano in una delle ultime sequenze del film. L'equilibrio non esiste sembra suggerire Michelangelo Antonioni che, nel film che chiude la trilogia dell'incomunicabilità (dopo L'avventura, 1960 e La notte, 1961), rende questo pensiero totalizzante, valido per le relazioni, per l'economia, e, appunto, per la politica.
Il regista inanella una serie di inquadrature strepitose, in una pellicola fatta di giustapposizioni di fotogrammi che sono delle vere e proprie opere d'arte. In un'opera così clamorosamente visiva, il potere delle immagini è totale e racconta molto più di tante parole, giustamente ridotte al minimo.
Come dichiarò lo stesso Antonioni, nel suo cinema "la recitazione ha valore in rapporto all'inquadratura; una battuta detta da un attore di tre quarti è diversa da una battuta detta di faccia o di profilo: assume un altro valore, un altro significato" (trailer e film).
La mdp segue i personaggi, e soprattutto la protagonista, analizzandone psicologia e comportamenti. Personaggio e ambiente diventano un tutt'uno, come accadrà di nuovo in futuro in altri importanti film del regista, quali Deserto rosso (1964), Blow-Up (1966), Zabriskie Point (1970), Professione: reporter (1975).
Vittoria (Monica Vitti) lascia il compagno, Riccardo (Francisco Rabal), dopo una di quelle litigate senza ritorno di una relazione che sembra averne avute già tante altre. L'uomo non accetta quanto gli viene detto e la segue fino a casa di lei, riuscendo a ottenere solo la procrastinazione dell'inevitabile esito della loro unione.
Vittoria non ha una vita sua, non studia, non lavora, non sente amici, se non un paio di conoscenti nel suo condominio, in un consesso in cui nessuna parla di sé. Eppure quella sorellanza ante litteram è un luogo sicuro, dove si può giocare, scherzare, persino travestirsi da africana e ballare scalza sulle punte, con tanto di black face: Monica Vitti mostra sorrisi e faccette che dimostrano già qui in nuce le capacità di una grande attrice comica, che inizierà qualche anno dopo, con La ragazza con la pistola (1968) grazie al solito Monicelli, che farà con lei quello che aveva fatto dieci anni prima con Vittorio Gassman.
Il ritrovo delle tre donne nell'appartamento di una di loro è il primo segno di condanna alla borghesia e alla sua futilità. Il tema esotico della serata, infatti, non è privo di accenti razzisti, con l'amica dall'accento straniero che ha vissuto mesi, anni (?) in Kenya e si profonde in riflessioni "e meno male che i negri sono ancora sugli alberi, hanno appena perso la coda, sennò ci avrebbero già cacciato via". 
Campo e controcampo su via dell'Umanesimo
In questa accidiosa esistenza priva di passioni e di obiettivi, Vittoria segue una delle due amiche a Verona, viaggiando con lei e con due uomini su un aereo privato dal quale vediamo l'Arena della città veneta. I quattro, però, atterrano e non si muovono dall'Aereo Club, e Vittoria appare persino soddisfatta ("si sta così bene qui"): tutto ciò che sembra importarle è respirare quell'aria di ricchezza senza costrutto.
A Roma, invece, la protagonista va spesso a trovare sua madre (Lilla Brignone) alla Borsa valori della capitale, e qui conosce Piero (Alain Delon), ricco agente di cambio, rampante e cinico membro di una nobile famiglia romana. I due si innamorano...

Per quanto detto, in un film come questo, l'architettura e l'arredamento sono elementi significanti; i pieni e i vuoti ci parlano di ciò che non sempre dicono i personaggi, tra ambiguità e ambivalenze.
È una Roma spersonalizzata e spersonalizzante quella de L'eclisse, e non potrebbe essere diversamente per un film che racconta di una borghesia indolente, che vive di riflesso, senza idee, senza esperienze proprie.
Michelangelo Antonioni sceglie l'EUR, un quartiere nuovo per antonomasia in quegli anni, nato per l'Esposizione Universale del 1942 (l'acronimo sta per Esposizione Universale di Roma), ma poi completato per le Olimpiadi del 1960, dato che i lavori vennero lasciati incompiuti per l'ingresso dell'Italia in guerra nel secondo conflitto mondiale.
L'appartamento di Riccardo è modernissimo e, quando Vittoria apre le tende durante il loro litigio, quello che ci viene mostrato è il famoso Fungo, costruito come torre piezometrica e serbatoio idrico. È il primo edificio mostrato nel film, e la sua architettura è così futuristica da essere utilizzata anche scelto per il film di fantascienza L'ultimo uomo della Terra (Ragona - Salkov 1964), adattamento del romanzo Io sono leggenda di Richard Matheson (1954), con protagonista Vincent Price.
Le due auto ne L'eclisse  e in Psycho
Il Fungo è a pochi passi dal Palazzo dello Sport firmato da Marcello Piacentini e Pier Luigi Nervi, e anche attorno al perimetro circolare di questa struttura, Antonioni gira una sequenza notturna bellissima, che inizia con Monica Vitti che gioca con dei cani e continua con la donna che va ad osservare le alte aste per issare le bandiere. Vittoria ferma lo sguardo anche sulla sua omonima, la Vittoria Olimpica di Emilio Greco, collocata sul piazzale, mentre tutte le strade attorno a quell'ora appaiono al buio rischiarato dalle sole luci dei lampioni perfettamente equidistanti l'uno dall'altro in file apparentemente infinite.
E anche la casa di Vittoria è poco più in là, di fianco al Laghetto dell'EUR, ideato nel progetto degli anni quaranta, ma realizzato solo in occasione delle Olimpiadi romane. Del suo condominio vediamo anche l'indirizzo esatto, dato che un paio di momenti la immortalano mentre entra dal cancello di via dell'Umanesimo 307, dove i controcampi mostrano un altro luogo identitario del quartiere: la casina del Lago, la gelateria Giolitti che ancora oggi è lì sul prato che circonda il lago artificiale.
Proprio dall'acqua del laghetto, con la cupola della chiesa dei Ss. Pietro e Paolo sullo sfondo, viene tirata fuori l'auto decappottabile che viene rubata a Piero sotto casa di Vittoria.
È un'immagine importante, prima di tutto perché al posto di guida c'è ancora il ladro, la cui morte non sembra interessare nessuno in una società totalmente priva di empatia; e in secondo luogo perché ricorda l'ultima inquadratura di Psycho. Il capolavoro di Hitchcock era uscito nel 1960 e il suo impatto fu enorme, impossibile non pensare a una citazione voluta dal regista romano, tanto più significativa se pensiamo che la storia di Norman Barnes/Anthony Perkins è quanto di più estremo si possa immaginare rispetto all'incomunicabilità che Antonioni raccontò così pienamente nella sua trilogia, pur senza arrivare a tanto.
E, ancora all'EUR, oltre a viale America, che corre sul lato lungo opposto del laghetto rispetto alla casa di Vittoria, il personaggio interpretato da Monica Vitti passa in via dei Primati sportivi davanti al Velodromo, altro inserto delle Olimpiadi del 1960, poi abbattuto nel 2008, di cui vediamo gli alti fari che lo illuminavano e la tribuna su via dell'Oceano Pacifico.
Alla Roma del centro storico resta ben poco ne L'eclisse e, anche nelle sequenze ambientate a piazza di Pietra, a cui dà il nome l'antico tempio di Vibia Sabina e Adriano, in realtà è soprattutto l'interno, molto più moderno, ad essere utilizzato.
La struttura, infatti, diventata tra '500 e '600 prima ospedale e poi Dogana di terra, venne trasformata dai Savoia a fine '800 nella Borsa valori di Roma, rimasta in vigore fino al 1997, quando è diventata la sede della Camera di commercio. E l'aula principale, dove opera Piero e dove la madre di Vittoria si esibisce in battute in stile Anna Magnani, in una recitazione ai limiti dell'imitazione, è quella progettata da Virginio Vespignani, con grandi colonne e un enorme lucernaio, che la rendono un luogo ambiguo e fuori dal tempo, proprio come l'EUR. La Borsa è il simbolo della mercificazione e dell'inerzia borghese verso l'accumulo.
L'affaccio su piazza di Campitelli
Lì dentro a dominare è la logica del profitto e i piccoli e medi risparmiatori possono perdere tutto in una mattinata, laddove, come dice Piero, anche un minuto di silenzio per ricordare un collega morto ("come per i calciatori") è uno spreco di denaro ("qui un minuto costa miliardi"). Proprio grazie a Piero, rappresentante della buona società romana, nel film si vedono le uniche location pienamente storiche di Roma, qui più che mai decadenti.
Il suo ufficio è in zona Prati, in piazza Santa Maria delle Grazie alle Fornaci: dalla finestra si vede di taglio la facciata della chiesa che le dà il nome, opera di Filippo Raguzzini (1720) e, soprattutto, la basilica di San Pietro sullo sfondo. La casa di famiglia del ragazzo, invece, ricolma di passato, tra foto e dipinti dei suoi avi, dà su piazza di Campitelli: da lì, Vittoria si affaccia e la sua soggettiva ci mostra la chiesa di Santa Maria in Campitelli e la fontana di Giacomo della Porta (1589) voluta da Sisto V Peretti nell'ambito della celebrazione dell'Acquedotto Felice da poco ripristinato.
L'edificio su via Laurentina
Infine, forse la location che, insieme al Fungo, è la più straniante del film. Quando vediamo Vittoria e Piero parlare su una collinetta erbosa, i due sono su via Laurentina, sempre a ridosso dell'EUR, e osservano un edificio totalmente fuori contesto, che sembra appartenere all'Europa del nord. Si tratta della cupola del palazzo principale di un complesso sorto nel 1956 per accogliere espatriati di lingua inglese, dal 2000 sede dell'Highlands Institute, una scuola cattolica paritaria internazionale.

Tutto è freddezza e i dialoghi pian piano si riducono all'osso, fino a sparire del tutto. In quegli spazi deserti, si vedono passare una nurse con un passeggino, a cui fa da contraltare una carrozzella trainata da un cavallo, ma soprattutto si vede un palazzo in costruzione impacchettato come un'opera di Christo. 
Il palazzo su via del Ciclismo
Siamo sempre all'EUR, a via del Ciclismo 19, all'angolo con viale della Tecnica, che diventa il luogo d'appuntamento di Vittoria e Piero... ma c'è ancora qualcuno in quel deserto? Oppure l'incomunicabilità ha fatto sparire anche i corpi, che si sono letteralmente eclissati?
Restano le strade, le luci, la tecnologia, l'astrazione... l'uomo borghese si è completamente identificato con la desertificazione di quegli spazi. Michelangelo Antonioni riprende tutto come un entomologo dal talento sconfinato per la costruzione dell'immagine.

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