Fabien Gorgeart racconta questa storia con la leggerezza tipica della commedia francese, sempre in grado di andare in profondità e di far riflettere lo spettatore.
Una coppia, Marguerite e Sofiane (Laure Calamy e Lyes Salem), e loro figlia, Raphaelle (Saul Benchetrit), adolescente nel turbinio da primo innamoramento, sempre con il fidanzato Tom, con cui vorrebbe passare 24 ore al giorno, scatenando il disappunto della madre.
A sconvolgere questo già precario equilibrio, Fred (Vincent Macaigne), l'ex marito di Marguerite - dai quali è nata Léa (Céleste Brunnquell), che studia all'estero -, il quale chiede alla donna un secondo divorzio per agevolare il nuovo matrimonio con Chloé (Mélanie Thierry, che qualcuno ricorderà in The Zero Theorem di Terry Gilliam, 2013)... (trailer)
Alle domande piene di sorpresa di Marguerite, Fred spiega che la compagna è particolarmente religiosa e vorrebbe sposarsi secondo il rito cattolico e per fare questo il loro matrimonio deve essere annullato dalla Chiesa.
Quella che sembra una boutade, dato che in precedenza la religione non era affatto una priorità di Fred, si rivela essere un impegno complesso, ricco di situazioni paradossali e che confluiscono persino in un viaggio a Roma, per ottenere l'annullamento dal tribunale della Sacra Rota.
Su questa trama si innesta una sceneggiatura divertente e spumeggiante che non annoia mai, ben recitata dai principali interpreti, soprattutto da una vulcanica Laure Calamy, mattatrice della pellicola.
La storia di C'est quoi l'amour?, questo il titolo in originale, è ambientata a Rouen, dove Marguerite è responsabile di un punto vendita Promod: lì la conosciamo e la vediamo battibeccare con la figlia, ed è sempre lì che incontra l'ex marito con cui era convolata a nozze nel 2001.
Marguerite al cospetto di padre Manto (Jean-Marc Barr), che le spiega in cosa consiste l'annullamento, è il primo di tanti momenti divertenti: il religioso è simpatico e ricco di savoir-faire e il suo aspetto contrasta con il busto di Karol Woytila sulla scrivania e con la riproduzione del dipinto di San Bernardo che beve il latte della Vergine di Alonso Cano (Lactatio Bernardi, Madrid, Prado, 1650 ca.) appeso alla parete, mentre le parole improntate a cercare possibili cavilli per annullare il matrimonio sconfinano nella proposta di fare dichiarare alla donna una certa "iperestesia sessuale". Nella stessa stanza, poi, una suora scrive al pc tutto quello che i due si dicono aumentando la sensazione di essere in un tribunale, ma anche la comicità del momento, dato che Marguerite chiama in causa anche lei.
Domande decisamente personali, risposte ficcanti, e come se non bastasse, c'è spazio anche per l'incontro con Chloé e suo cugino, padre Olivier (Grégoire Leprince-Ringuet), che, tra beghe politico-amministrative della Chiesa, fa capire a Marguerite che se il vescovo del momento ha tendenze vicine al Concilio di Trento o quasi, forse è meglio spostarsi a Roma per ottenere l'annullamento.
E così, dall'abbazia di Saint-Ouen, dove intravediamo diverse lancette delle vetrate di XIV-XV secolo, ma anche i dipinti con la Pentecoste e un Compianto su Cristo che Marguerite guarda con attenzione, si passa a Roma, in un viaggio di "de-nozze" a cui partecipa l'intera famiglia allargata, comprese Léa e Sigridur, la sua fidanzata islandese, interpretata dalla cantante tedesca Paula Stellar.
Le location romane vanno dalla panoramica e francesissima via di Trinità dei Monti a piazza del Popolo, dalle passeggiate trasteverine, con canti e balli nei locali (sentiamo Gianna di Rino Gaetano e I love rock 'n' roll di Joan Jett & The Blackhearts), a itinerari in vespa - un immancabile riferimento a Vacanze Romane (Wyler 1953) - a via del Teatro di Marcello tra Campidoglio, Aracoeli e Vittoriano, fino a nostalgici pensieri a una relazione passata che ormai non può aver nulla di più che l'affetto rimasto.
Proprio a Roma due incontri parlano ancora di storia dell'arte.
Il primo è esilarante, con l'avvocato interpretato da Ninni Bruschetta (icona di Boris), che in ufficio ha una riproduzione della Resurrezione di Cristo di Piero della Francesca e regala a Marguerite una scultura lignea raffigurante una Madonna del parto (iconografia pierfrancescana per antonomasia). L'altro è quello al tribunale della Sacra Rota, nella realtà situato a palazzo della Cancelleria, qui "interpretato" dal salone dei Fasti di palazzo Farnese, ambasciata di Francia, con gli affreschi di Francesco Salviati a fare da sfondo.
E così, dall'abbazia di Saint-Ouen, dove intravediamo diverse lancette delle vetrate di XIV-XV secolo, ma anche i dipinti con la Pentecoste e un Compianto su Cristo che Marguerite guarda con attenzione, si passa a Roma, in un viaggio di "de-nozze" a cui partecipa l'intera famiglia allargata, comprese Léa e Sigridur, la sua fidanzata islandese, interpretata dalla cantante tedesca Paula Stellar.
Le location romane vanno dalla panoramica e francesissima via di Trinità dei Monti a piazza del Popolo, dalle passeggiate trasteverine, con canti e balli nei locali (sentiamo Gianna di Rino Gaetano e I love rock 'n' roll di Joan Jett & The Blackhearts), a itinerari in vespa - un immancabile riferimento a Vacanze Romane (Wyler 1953) - a via del Teatro di Marcello tra Campidoglio, Aracoeli e Vittoriano, fino a nostalgici pensieri a una relazione passata che ormai non può aver nulla di più che l'affetto rimasto.
Proprio a Roma due incontri parlano ancora di storia dell'arte.
Il primo è esilarante, con l'avvocato interpretato da Ninni Bruschetta (icona di Boris), che in ufficio ha una riproduzione della Resurrezione di Cristo di Piero della Francesca e regala a Marguerite una scultura lignea raffigurante una Madonna del parto (iconografia pierfrancescana per antonomasia). L'altro è quello al tribunale della Sacra Rota, nella realtà situato a palazzo della Cancelleria, qui "interpretato" dal salone dei Fasti di palazzo Farnese, ambasciata di Francia, con gli affreschi di Francesco Salviati a fare da sfondo.
Le due famiglie, legate tra loro indissolubilmente, hanno due figlie/sorelle che amano i genitori così come i genitori acquisiti, e proprio in questi ultimi talvolta possono trovare dei complici e degli amici maturi e responsabili che le amano altrettanto.
Ed è Léa, la più grande delle due, quella a cui spettano le linee di sceneggiatura più significative, come il liberatorio e autobiografico brindisi ai "bambini nati per sbaglio", nonché il monologo sui due gruppi familiari finalmente uniti. A Raphaelle toccano i fatti e, tra le righe, una maturità sulle relazioni che sembra poter essere persino di insegnamento alle generazioni precedenti.
Nella colonna sonora non può mancare What Is Love (Haddaway) - che è anche il titolo inglese del film - su cui ballano tutti gli attori in un finale degno di un musical.
Cos'è l'amore? è una commedia riuscitissima, con una bella storia socialmente edificante, che può essere realtà, a patto che gli adulti non usino i figli come armi da scagliarsi contro. Un film per famiglie pronte, all'occorrenza, alle trasformazioni e a un "per tutta la vita" che possa presupporre ruoli diversi nel tempo e non più immarcescibili contro ogni evidenza di riuscita. Abolire così concetti come normale/anormale e naturale/innaturale, perché, per dirla con Woody Allen, "basta che funzioni", ovviamente per ognuno a suo modo.
Ed è Léa, la più grande delle due, quella a cui spettano le linee di sceneggiatura più significative, come il liberatorio e autobiografico brindisi ai "bambini nati per sbaglio", nonché il monologo sui due gruppi familiari finalmente uniti. A Raphaelle toccano i fatti e, tra le righe, una maturità sulle relazioni che sembra poter essere persino di insegnamento alle generazioni precedenti.
Nella colonna sonora non può mancare What Is Love (Haddaway) - che è anche il titolo inglese del film - su cui ballano tutti gli attori in un finale degno di un musical.
Cos'è l'amore? è una commedia riuscitissima, con una bella storia socialmente edificante, che può essere realtà, a patto che gli adulti non usino i figli come armi da scagliarsi contro. Un film per famiglie pronte, all'occorrenza, alle trasformazioni e a un "per tutta la vita" che possa presupporre ruoli diversi nel tempo e non più immarcescibili contro ogni evidenza di riuscita. Abolire così concetti come normale/anormale e naturale/innaturale, perché, per dirla con Woody Allen, "basta che funzioni", ovviamente per ognuno a suo modo.







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