Distribuito con il titolo di Still Walking, a cui in Italia è stato aggiunto l'elemento stagionale, Aruitemo Aruitemo, letteralmente Camminando camminando, è il sesto lungometraggio di Hirokazu Kore-eda.
Il regista giapponese, come sua consuetudine, ci offre uno spaccato di vita familiare, laddove però la famiglia tradizionale mostra segni di crisi, in una sorta di versione aggiornata di quanto accadeva nei capolavori di Yasuhiro Ozu.
E, in effetti, Kore-eda contrappone generazioni e mentalità, incertezze e bisogno di approvazione dei più giovani alle rigidità dei più anziani, drammi familiari e sorrisi, con la stessa leggiadria e la stessa tenerezza di uno dei più grandi maestri del cinema nipponico (trailer).
La famiglia al centro della trama è quella degli Yokoyama, con due genitori anziani, Toshiko (Kirin Kiki) e Kyohei (Yoshio Harada), che vivono in una casa a poche decine di metri dal mare, dove hanno cresciuto tre figli: il primogenito, Junpei, è morto diversi anni prima in un incidente occorsogli per salvare la vita di un altro ragazzo, Yoshio; il secondo, Ryota, ha una compagna vedova e un figlio nato dalla precedente relazione, Atsushi (Shohei Tanaka); la terza, Yukari (Yui Natsukawa), è sposata con un uomo semplice e privo di pretese, con cui ha generato due bambini.
Il tempo dell'azione è il decimo anniversario della morte di Junpei, una giornata di ritrovo in cui tutti e nove si riuniscono a casa di Toshiko e Kyohei e durante la quale emergono i temperamenti, le paure e i disagi che ci permettono di conoscerli. Su tutti quelli di Ryota, oggi primo figlio della coppia, dopo la morte del fratello maggiore, un dettaglio che il padre non manca di fargli notare. Tra loro il rapporto è difficile: Ryota gli nasconde di non avere più un lavoro e finge di continuare a essere un restauratore - "il medico dei dipinti" dice la sorella -, ma anche i due la pensano diversamente: per il padre bisogna ricostruire qualcosa quello che si deteriora col tempo, per il figlio è importante conservare quello che c'era di originale, in un avvicinamento a una logica occidentale impensabile per Kyohei.
Lo scontro tra i due si ripete quando il primo sorprende il padre a consigliare il piccolo Atsushi di fare il medico da grande (invece dell'accordatore di pianoforti come suo padre).
Di Ozu, oltre alla tematica principale, ci sono anche quei magnifici campi vuoti, quelli lasciati improvvisamente liberi dai personaggi, su cui la mdp indugia, peraltro a inquadratura fissa, e che sanno di nature morte, di quadri d'interni spesso, in cui rimangono oggetti, libri, spazi, elementi della vita dei personaggi stessi.
La sceneggiatura è magnifica e sono moltissime le battute taglienti che fanno sorridere o commuovere, in uno spettro di sentimenti sistematicamente stimolato da Kore-eda.
Toshiko prende in giro il marito chiamandolo "il dottore", che è proprio il mestiere dell'uomo, ma subito dopo rincara la dose affermando che alla sua età i vizi dell'alcol e delle donne non possono più essere praticati e, quindi, non gli resta che il gioco, con una serenità nell'accettazione che già da sola sottolinea l'enorme distanza dal presente.
L'anziana donna commenta anche le moderne tipologie di famiglie nate dopo altre esperienze, ma con un malcelato giudizio nei confronti del figlio, reo di aver sposato una giovane vedova: "meglio sposare una donna divorziata, perché ha avuto il tempo di odiare quell'altro prima", sottintendendo l'inevitabile idealizzazione che invece accade quando si perde la persona amata, impossibile da superare per chi viene dopo. Non a caso più avanti non riuscirà ad evitare di dire al figlio che dovrebbe pensare a un bambino suo con la moglie per dare più forza a una famiglia che lei ritiene "non normale", e solo l'aplomb tutto giapponese di Ryota gli permette di non litigare con lei, limitandosi a contraddirla precisando che in questi tempi una famiglia come la loro lo è eccome. Più avanti, peraltro, la riprenderà di usare così spesso una parola poco rispettosa come "normale".
D'altronde, nonostante la sua amabilità, le debolezze che Toshiko maschera con strambe certezze emergono anche quando si dichiara convinta di dover invitare ogni anno Yoshio a quella commemorazione. Alla donna non dispiace il disagio del ragazzo, che Ryota vorrebbe risparmiargli: il dubbio di Toshiko è che non soffra abbastanza, "non può aver dimenticato dopo dieci anni", eppure Yoshio ha appena detto di essere eternamente grato a Junpei e di sentire la responsabilità di vivere per entrambi.
Tutti hanno qualcosa da recriminare: Yukari crede che quella spasmodica attenzione verso un figlio che non c'è più ha in fondo rovinato il rapporto dei genitori con lei e Ryota; Toshiko ancora oggi porta rancore al marito che il giorno della morte del figlio non c'era perché impegnato in ospedale; Kyohei non ama affatto che tutti chiamino quella casa "la casa della nonna", dato che è con il suo lavoro che è stata comprata; la moglie di Ryota, infine, percepisce che sia lei che Atsushi vengano trattati da Toshiko come degli ospiti.
La mentalità della vecchia generazione, poi, è anche nelle riflessioni di Kyohei che, intervenendo in un discorso sulla vedova di Junpei, oggi sposata con un altro uomo, motivo per cui secondo la morale comune ora non è possibile invitarla in giornate del genere, commenta che è meglio che Junpei e lei non abbiano avuto figli, perché per una donna con figli è più difficile trovare un nuovo marito.
Ci si apre in sorrisi amari, invece, quando, guardando vecchie foto dei genitori, Yukari dice alla madre "qui sembrate tanto innamorati" , sentendosi rispondere "allora ero ancora ingenua".
L'ironia sarcastica è sempre appannaggio di Toshiko, che a un'altra battuta di Yukari, "si dice che quando si invecchia la cosa migliore è vivere con la figlia", replica con un lapidario "dipende dalla figlia".
La distanza generazionale tra le due, come nel rapporto tra Ryota e il padre, è evidente e a volte si nota persino in frangenti in cui non potremmo mai sospettarlo. Anche aprire semplicemente il frigorifero può esserne l'occasione, con la madre che vede in quell'elettrodomestico una forma di sicurezza e la figlia che sentenzia "il frigo non serve a dare sicurezza, ma a rinfrescare quello che contiene".
Sono tanti, però, i dettagli della cucina, luogo familiare per antonomasia, spazio in cui si lavora insieme anche per gli altri e dove vengono tramandati di generazione in generazione ricette e sapori. E così vediamo verdure, carne, frittelle di mais e altro in preparazione, in momenti che arricchiscono il film e le sue immagini. Il cibo, poi, è parte anche della commemorazione del figlio scomparso, cosicché quando arrivano i bigné portati da Ryota e dalla compagna, la madre prorompe dicendo che il primo deve essere per Junpei e alcuni di loro si inginocchiano davanti alla foto e al piccolo altarino dedicatogli posto all'ingresso della casa.
Il passato è sempre parte del presente, non solo per il ricordo di Junpei, e anche la musica interviene ad aiutare la memoria, con Toshiko che mette un vecchio vinile che le ricorda i tempi dell'esposizione di Osaka del 1970, quando lei e Kyohei si conobbero.
La poesia è una costantre in Kore-eda, e in Still Walking la farfalla che Toshiko interpreta come l'anima di Junpei che, dopo una visita al cimitero, ha seguito la sua famiglia sino in casa, è uno dei momenti più toccanti della pellicola. Naturalmente il marito e gli altri la trattano con sufficienza, "è solo una farfalla", mentre Ryota in una breve prolessi ambientata anni dopo, proprio al cimitero, spiega alla figlia che la farfalla gialla è una farfalla bianca che ha superato l'inverno: a ogni generazione i suoi racconti.
Se dovessimo avere ancora dubbi, la passeggiata dell'anziana coppia protagonista dimostra ancora una volta che i due sono la perfetta trasposizione aggiornata di quella di Viaggio a Tokyo di Ozu (1953). Dopo aver accompagnato Ryota e la sua famiglia alla fermata dell'autobus, marito e moglie passeggiano e commentano la giornata, riflettono sui figli, si chiedono quando li rivedranno, consapevoli che ogni volta, nonostante l'affetto, si tratta di giornate faticose. "La vita è un mistero", non resta che continuare a camminare...









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