Nel 2022, ancora diciassettenne, si è inserito nel fenomeno delle Backrooms, leggenda metropolitana iniziata con un anonimo utente che aveva pubblicato una foto su Reddit che mostrava una stanza apparentemente infinita, poi sviluppatasi in un fenomeno che ha portato a teorizzare una sorta di mitologia di dimensioni parallele, piene di minacce. Parson ha così pubblicato un video su youtube, che poi ha dato vita a una fortunata web serie e da lì l'adattamento per il film. Tutto in pochissimo tempo, bruciando le tappe e la formazione (trailer).
Backrooms, sulle prime, a chi lo ricorda fa subito pensare a Doom, il celebre videogioco nato nel 1993, ben prima della nascita di Parsons, classe 2005. I primi minuti sono completamente girati in soggettiva, tra saloni semivuoti, in cui compaiono macchinari e uccelli storditi e, di fatto, intrappolati in quello che ha tutta l'aria di essere un labirinto. Una voce, dietro la mdp, dice di aver perso gli altri.
A metà tra Doom e The Blair Witch Project (Myrick - Sánchez 1999), il film scopre poi una trama psicologica, che è forse la sua cosa migliore, da intendere come spazio liminale del nostro pensiero che prende forma.
Siamo nel giugno del 1990, e il protagonista, Clark (Chiwetel Ejiofor), è stato lasciato dalla moglie Barbara, e vive una depressione che sta cercando di arginare attraverso un percorso psicoterapeutico con la dottoressa Mary Kline (Renate Reinsve), affermata psicologa e scrittrice, il cui ultimo libro si intitola significativamente The Window Within.
L'idea alla base dei discorsi di Mary anche col suo paziente, infatti, è proprio quella di aprire una finestra interiore, perché a suo avviso tutti facciamo sempre gli stessi percorsi, ci muoviamo in loop, secondo una totale coazione a ripetere, un "percorso neurale di minor resistenza", ma nulla è mai uguale a prima, le condizioni cambiano. Questa sorta di visione eraclitea in salsa pop non fa impazzire Clark, che combatte contro se stesso senza troppo successo, ha problemi di alcol e vuole stare solo senza rimettersi in gioco per evitare altre sofferenze. Quando Mary lo coinvolge in una sorta di gioco di ruolo in cui lei interpreta Barbara, tutta l'aggressività di Clark riaffiora.
Lui ha studiato da architetto ma non è mai riuscito a raggiungere ciò che desiderava; ora è il direttore di un gran magazzino di arredamento, in cui mette il proprio volto anche nella pubblicità, interpretando il pirata, con tanto di maglietta a righe orizzontali, pappagallo in spalla e gamba di legno secondo l'iconografia d'ordinanza. Spesso dorme nella showroom del grande negozio e nottetempo si ritrova a varcare un limite insospettabile: un punto di una parete permette di entrare in un'altra dimensione... quella dell'inizio del film.
Al di là di quel muro passeranno anche due giovani colleghi di Clark, Bobby e Kat, con una mdp per riprendere gli ambienti, e poi persino la stessa Mary (da notare, in quel momento di passaggio tra le due dimensioni, un felice gioco sinestetico sonoro-visivo con una mosca e il suo ronzio).
Clark è afroamericano e nelle backrooms ritrova una maglietta contro l'apartheid, così come Mary lì dentro rivive il suo passato, con un'infanzia distrutta dalla malattia psichiatrica della madre, che tanto ci dice sulla sua scelta lavorativa.
Tutto è molto datato, cosicché la cinepresa di Bobby è decritta ancora come un oggetto raro; tra gli altri materiali vediamo vhs, floppy, persino il corso di psicologia di Mary, venduto a fascicoli in edicola, ha delle musicassette. In uno degli ambienti c'è persino una grande poltrona che tanto ricorda il trono della Regina di cuori di Alice nel paese delle meraviglie e in un altro un albero di Natale un po' retro (quello di Eyes wide shut ?) con la musica di Felix navidad in sottofondo. Il più affascinante, però, sarà un alto cortile quadrangolare su cui si affacciano tutti quegli ambienti, qualcosa a metà tra una casa di bambole e un dipinto di Escher, qualcosa di surrealista, da cui si esce prorpio come nei sogni, in un attimo e senza troppe spiegazioni logiche!
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| La copertina di The Miracle (1989) e una scena del film |
Tutto prova ad essere disturbante e, come dice Clark, le backrooms "è ogni luogo sia mai esistito", ma in questo tutto appare evidente che resti principalmente quello che non dimenticheremo mai, i luoghi dei nostri principali traumi. Ripetere "Siamo solo fatti così" non migliorerà la situazione...
Eppure qualcosa di reale c'è, e sa di medico, di sperimentazione, ha a che vedere sulle risonanze magnetiche e il loro effetto, e a quel punto, mutatis mutandis sembra di essere nel Dharma Project di lostiana memoria. Distopia e alienazione come l'intera colonna sonora di Edo Van Breemen e dello stesso Kane Parsons, ma il dubbio è che in mano e addosso dopo il film ci resti ben poco.
Virale sarà sintomo di fenomeno sociale, ma non necessariamente di qualità filmica. Meglio attendere.






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