domenica 7 giugno 2026

Gli spostati (Huston 1961)

Se esiste il regalo più bello per San Valentino è sicuramente questo, Gli spostati, che Arthur Miller scrisse nel 1958 per Marylin Monroe, allora sua moglie. E il film di John Huston che tre anni dopo da esso discese è un caposaldo della storia del western statunitense, forse il primo a segnare una via diversa, in cui molti anni dopo si inseriranno prima Gli spietati (Eastwood 1992) e poi tutti gli altri.
Un western ecologico, secondo una vecchia definizione, ma oggi abbiamo gli strumenti per definirlo in maniera più puntuale: sensibile, antimachista se non femminista, animalista e, soprattutto, antitradizionalista (trailer).

E lo dimostra sin dall'inizio, con una lunga introduzione antimatrimoniale, che ci permette di conoscere alcuni dei personaggi principali. Siamo a Reno, in Nevada, dove l'italoamericano Guido (Eli Wallach) è un meccanico che arriva sotto casa di Roslyn (Marylin Monroe) che si sta preparando per andare in tribunale e divorziare dal marito Raymond (Kevin McCarthy).
La sua auto è incidentata, nonostante i soli 37 km percorsi: Isabelle, detta Iz (Thelma Ritter), spiega che è impossibile girare con quell'auto guidata da Roslyn senza che qualcuno la tamponi per iniziare a parlarle. Un catcalling decisamente sopra le righe che fa sorridere, tanto più che la donna, poco dopo, ricorda che da diciannove anni, da quando hanno divorziato, suo marito non manca di regalarle una rosa per questo anniversario sui generis.
E a proposito di festeggiamenti, per Iz, quello di Roslyn, è il settantasettesimo divorzio a cui farà da testimone, e c'è bisogno di brindare. Nel bar scelto, incontrano di nuovo Guido, stavolta con l'amico Gaylor, per tutti Gay (Clark Gable), che ha appena lasciato alla stazione una sua fiamma, Susan...
È cosi che i quattro si ritrovano in un bar e, fatalmente, sia Guido che Gay iniziano a corteggiare Roslyn, tra le battute di Iz, ormai abituata a scene simili quando è con la sua giovane e avvenente amica. Da lì inizia un road movie che porta i quattro in campagna, dove Gay, cowboy di un mondo ormai al tramonto, nonostante tutto, si trova comunque più a suo agio che in città, una situazione che non dispiace nemmeno a Roslyn, che a Chicago vedeva sempre tutti troppo indaffarati.
Roslyn, anche se dichiara di non provare nulla per lui quando prova a baciarla, rimane affascinata da Gaylord, complice un'infanzia difficile in cui veniva spesso lasciata sola dal padre, e che oggi la spinge verso uomini più maturi, decisionisti, presenti. Il profilo di Gay, in tal senso, è perfetto, almeno finché le sue attenzioni nei confronti di Roslyn non scemeranno, e sebbene le sue idee in fatto di donne siano chiare, preferisce quelle meno istruite perché le altre fanno troppe domande. Inoltre sa attendere e ha un ottimo senso dell'osservazione, che gli permette di notare l'ombra negli occhi della ragazza, un dettaglio che gli altri uomini di solito non vedono affatto... troppo concentrati sul resto.
Nel corso del loro viaggio, poi, incontreranno il giovane Perce (Montgomery Clift), un ragazzo non troppo cresciuto, a giudicare dalla telefonata alla mamma con cui sia i personaggi che noi lo conosciamo, ma così bello da imbambolare Roslyn e generare una certa gelosia in Gay. Con lui andranno a un rodeo e poi organizzeranno una battuta di caccia per i mustang, i mitici cavalli del vecchio Far West.
Il personaggio interpretato da Marylin Monroe è eccezionale e di una modernità incredibile. Oltre la semplice analisi psicologica freudiana, legata ai traumi dell'infanzia, ha una sensibilità fuori dal comune ed è sempre in empatia con tutti. Piange quando Gay vuole uccidere un coniglio che gli danneggia le piante e lo fa anche quando Perce cade durante il rodeo, ma è nella lunga parte dedicata alla caccia ai mustang che il suo modo di essere viene fuori con più pienezza.
In amore si dichiara libera, ma anche capace di lasciare libero chi le è vicino, arrivando a pronunciare frasi come "forse credere alle persone non è neanche giusto nei loro confronti", in una sorta di inno in favore dell'inevitabile mutevolezza umana. Quello che ripete è che in amore "tutto cambia di continuo" e non ci sono mai certezze, una consapevolezza che la attanaglia e la blocca. Per lo stesso motivo non ha mai voluto figli, anche perché, a suo avviso, dovrebbero unire una coppia, ma poi questo non avviene, come evidentemente accaduto ai suoi genitori con lei, nel sottotesto di una sceneggiatura perfetta, firmata dallo stesso Arthur Miller.
Come tutti, poi, vive di contraddizioni: è sicuramente attratta da chi la protegge, ma allo stesso tempo ha bisogno di indipendenza, sia in generale sia nelle piccole cose, come quando, di fronte a un passaggio in auto offerto da Guido, decide di prendere la propria macchina. Allo stesso Guido, vedovo, che davanti alla foto della moglie scomparsa le dice che non si lamentava mai, Roslyn prorompe con un lapidario "forse questo l'ha uccisa".
Eppure, queste battute non cancellano il sostanziale stato di confusione riassunto dalla frase "non lo so dov'è il mio posto". Era il 1961 e già appariva evidente la crisi del modello familiare tradizionale.
Anche gli altri personaggi sono lontani da una vita tradizionalmente prestabilita e priva di sorprese, una cosa che vale per Iz, regina dei divorzi, di cui non sappiamo molto altro; per Guido, che si licenzia continuamente dai piccoli lavori che trova; ma soprattutto per Gay e Perce. Il primo ha due figli grandi con cui i rapporti non sembrano affatto buoni; il secondo ha un padre morto per un incidente e una madre che ne ha sposato l'assassino. 
Sono tutti dei perfetti misfits, come recita il titolo, in italiano tradotto con un datato spostati, che oggi non dà nemmeno l'immediata comprensione di ciò di cui si parla. Tutti provano a essere se stessi, con le difficoltà e le incertezze del caso, tra momenti di felicità e di tristezza, cadendo e rialzandosi, ma senza mai accettare la morale e la via comune, pronti, come dice Roslyn, ad affrontare "quello che capita di volta in volta".
Ed è ancora più incredibile come la vita reale a volte rincorra e vada oltre la finzione, poiché le complicate vite dei personaggi del film non sono nulla rispetto a una realtà, in cui Clark Gable morì di infarto pochi giorni dopo la fine delle riprese; Marylin, suicida l'anno dopo, nel 1962; Montgomery Clift, anche lui suicida, nel 1966, dopo altri tre film.

Tanti i momenti in cui la mdp si sostituisce agli occhi maschili sul corpo di Marylin/Roslyn. Succede sin dalla sua prima apparizione, quando Guido strabuzza gli occhi e cambia totalmente atteggiamento, da burbero a gentile, il che non sorprende Iz, abituata a quelle reazioni. Più avanti, mentre i due uomini ballano in cucina con Roslyn (e va ricordato che tre anni dopo un triangolo danzerino sarà basilare anche in Bande à part di Godard), lo sguardo di Gay si sofferma sui piedi della ragazza e lo stesso Gay, guardandola andare a cavallo, non può non fissare lo sguardo sul fondoschiena che saltella sulla sella, così come vederla uscire dall'acqua, in costume, è un'esperienza che lo rapisce. Infine, solo per elencare un altro caso clamoroso evidenziato dalla mdp, vederla ancheggiare, mentre colpisce con foga la pallina legata a una racchetta, diventa un evento che coinvolge tutti gli avventori del bar a ridosso dell'arena del rodeo.
La parte dedicata alla caccia ai mustang, girata in effetto notte, meriterebbe una recensione a parte, perché è un film nel film. Iz la preannuncia  affermando di non capire i cowboy, che amano gli animali ma poi rincorrono i mustang, esattamente come Gaylor, che ha un bellissimo cane, Dooley, e adora andare a caccia. Riflessioni oggi decisamente più vicine alla nostra sensibilità, ma sessantacinque anni fa davvero impensabili.
Sotto le stelle Guido è quello più profondo e più colto del gruppo, non a caso in precedenza è lui a dire a Roslyn di preoccuparsi dell'unico che può davvero capirla, ricevendo una risposta a dir poco esaustiva ("e chi sarebbe?"). Lei lo ammira, ma lui replica che è la sua capacità di prendersi cura degli altri la rende superiore.
È però la filosofia da vero cowboy di Gay a creare più contrasti con Roslyn, e tutto sommato anche con gli altri. Voler catturare pochi mustang, che ormai non saranno più cavalcati da nessuno, ma piuttosto diverranno mangime per cani - secondo una gerarchia tra animali, come visto, già stigmatizzata da Iz -, non ha più senso nemmeno per Perce, mentre Guido, in fondo, della battuta di caccia ama solo la parte in cui può pilotare il piccolo aereo biposto. Gay è intransigente, "niente vive se non muore qualcos'altro", ma soprattutto il suo mantra è "sempre meglio che essere sotto padrone", in un'esigenza di libertà assoluta che lo rende molto vicino, anche se diametralmente opposto, a Roslyn.
La riflessione porterà anche lui a una consapevolezza insospettabile, sulle prime, e drammaticamente vera: "non ci avevo mai pensato, ma meno se ne uccidono, più fa impressione". E, soprattutto, "devo solo trovare un altro modo per restare vivo", segno di un'epoca tramontata e del bisogno di qualcosa di nuovo, come per quasi ogni generazione che deve imparare a stare al passo coi tempi e capire quanto ciò che era naturale anni prima non lo sarà più.
Lo sfogo di Roslyn, che si piega sulle ginocchia urlando, come Sophia Loren ne La Ciociara solo un anno prima, con la medesima disperazione, con lo sfondo del deserto e delle montagne, è una delle immagini più iconiche del film e del cinema di quegli anni.
"Assassini [...] siete tre uomini morti [...] siete contenti solo quando vedete qualcosa morire" è l'escalation furiosa della ragazza. Cosa succederà dopo non è dato sapere, ma la sua libertà e la sua indipendenza non sembrano essere in discussione. Il mondo è cambiato e se vent'anni prima Viven Leigh/Rossella O'Hara, in lacrime, pronunciava il celeberrimo "domani è un altro giorno", con l'intenzione di riconquistare proprio Clark Gable/Rhett Butler, stavolta Marylin Monroe/Roslyn davanti a Clark Gable/Gaylor vuole ancora poche ore di attenzioni e di calore, per poi tornarsene a Chicago.
Misfit, in fondo, racconta l'incapacità di adattarsi a un contesto, quello che la società ci ha preconfezionato, proprio come per gli indomiti mustang è istintivamente impossibile sottomettersi all'uomo. In quest'ottica Roslyn è la donna più libera che potesse uscire dalla penna di Arthur Miller, la più dolce ed empatica, ma allo stesso tempo la meno docile, a precisare che i tre aggettivi non sono affatto sinonimi.

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