martedì 30 giugno 2026

Allora balliamo (Bonnin 2025)

Cucina, modelli relazionali, storie d'amore e rapporti familiari complessi, canzoni che stemperano tutto in un musical riuscito e sorprendente, all'interno di una storia semplice, in cui è facile identificarsi.
Cécile (Juliette Armanet) vive a Parigi, ha da poco vinto l'edizione di Top Chef, una famosa trasmissione televisiva a tema gastronomico, e sta per aprire un ristorante con il suo compagno, Sofiane (Tewfik Jallab). In quei giorni in cui tutto si mescola, vita pubblica, privata, ansie e aspirazioni, le arriva una telefonata dalla madre che le comunica l'infarto del padre... Cécile è figlia unica e, anche se non vorrebbe, parte per il paese d'origine, quello da cui si è allontanata anni prima per cercare la propria strada e in cui naturalmente c'è gran parte della sua vita.
Il titolo italiano, come di consueto, cancella proprio questo, il Partir un jour del titolo originale che rimonta a un passato da cui tutto è originato e con cui Cécile, volente o nolente, deve fare i conti (trailer).

I toni della commedia per questo non rinunciano mai a battute ficcanti che evidenziano i dissapori familiari, le cose che ognuno dei tre imputa all'altro, senza esclusione di colpi, come in ogni famiglia che si rispetti, laddove i freni sociali sono inevitabilmente abbattuti. Cécile, rispetto alla relazione matrimoniale dei genitori, imputa alla madre, spaventata da un marito che ora sarà meno indipendente, "non potevate divorziare come tutti ?". Fanfan (Dominique Blanc) risponde in maniera meravigliosa, riassumendo l'alchimia che ha portato il loro matrimonio a durare così a lungo, precisando che in quarant'anni di lavoro insieme in realtà si sono visti poco, perché erano separati da una tenda, lei in sala e lui in cucina.
Cécile non ha mai amato la provincia, che ha sempre visto come una gabbia: oggi vede anche tutti i difetti del ristorante dei suoi, dove ha imparato ad amare la cucina per poi passare alla haute cuisine. E questo è territorio di scontro con il padre, Gèrard (François Rollin), che non le perdona la clamorosa distanza che ormai ha dalle sue origini.
Proprio per rinfacciarle il suo snobismo, l'uomo tiene un piccolo block notes con le frasi che la figlia ha pronunciato nel corso di Top Chef, con tanto di citazione della singola puntata: "l'insalata russa sta all'alta cucina come le infradito stanno all'alta moda", "non sono cresciuta in un ambiente gourmet, quando parlavo di stelle Michelin, la gente pensava avessi la passione per gli pneumatici", "i ristoranti dei camionisti sono sulla strada perché così è più facile scappare". Le provocazioni di Gérard non si arrestano e si condiscono di una matrice passivo aggressiva - "cucini per noi bifolchi?" - che non può non portare allo scontro più duro, "tu forse ti vergogni di noi, io mi vergogno di quello che sei diventata". 
In tutto questo, il resto della vita di Cécile non è più facile e, in fondo, pur criticando tanto i suoi genitori, sta riproducendo con Sofiane lo stesso modello di coppia che insieme gestisce un ristorante.
Il film inizia con un test di gravidanza positivo, una notizia che decide di non rivelare al compagno e che sarà inevitabile fonte di litigio, così come le vecchie conoscenze, gli amici di un tempo, tra cui c'è anche Raphaël (Bastien Bouillon), quello che poteva essere molto più di un amico e che non è stato. E, come tutto ciò che non è stato, rischia di essere idealizzato e oggi, anche se entrambi sono impegnati, non riescono a dirselo, fino a trovarsi davanti all'evidenza. 
A volte rispecchiarsi negli amici con cui si è cresciuti può rivelarci vite che abbiamo scelto di non vivere: vedere negli altri quello che avremmo potuto essere, ripensare alle sliding doors che hanno indirizzato i nostri percorsi e riflettere sulle infinite possibilità che le nostre vite avrebbero potuto avere. In questo il film di Amélie Bonnin rivela una grande capacità di far empatizzare gli spettatori con la protagonista, toccando con delicatezza, ma non con meno profondità, corde di sensibilità e di malinconia di ognuno di noi.
In Allora balliamo, ovviamente, la colonna sonora ha un ruolo determinante, non solo per le atmosfere che rimandano allo spettatore ma, data la natura della pellicola, anche per il suo valore narrativo.
Si parte da Alors on danse del belga Stromae (2009), che Sophiane fa ballare a Cécile all'inizio del film per stemperare lo stress. La canzone, che fu tormentone europeo nell'estate 2010, è evidentemente quella su cui si è poggiata l'edizione italiana per il titolo dato al film.
E così, Gérard giustifica il suo bisogno di continuare a lavorare nel ristorante, nonostante le condizioni di salute, intonando malinconicamente Mourir sur scene di Dalida (1983); gli amici di Cécile ironizzano sull'amore di un tempo tra lei e Raph cantando Pour que tu m'aimes encore di Cèline Dion (1995) e in discoteca passano a Ces soirées-là della Universal Sound Machine; Fanfan sul camper, dove va per fumare di nascosto dal marito, canta Paroles, Paroles, naturalmente nella versione francese di Dalida e Alain Delon, anche se in una strofa le sentiamo pronunciare il testo di Mina e Franco Nero. L'amore della donna per l'Italia è tutto in quella sequenza, ambientata in un camper Fiat e durante la quale lei e la figlia parlano della sua voglia di tornare a Venezia.
Qua e là ascoltiamo anche brani francesi d'amore di tanti anni fa: Sensualité di Axelle Red (1993), Je l'aime à mourir di Francis Cabrel (1979), Je suis de celles di Bénabar (2003), ma anche Femme Like U  di K. Maro (2004), che Raph e Cécile cantano sulla pista di pattinaggio in cui vanno in scena i flashback della loro ultima sera insieme di venticinque anni prima.
A Gérard, invece, spetta cantare Cécile, ma fille di Claude Nougaro, forse il vero motivo per cui la protagonista si chiama così. In piena tradizione musical, e con la magia consona al genere, tutto trova una spiegazione attraverso le canzoni e nei loro testi. Non a caso, anche la coinvolgente e orecchiabile Partir un jour finale, interpretata con successo dalla stessa Juliette Armanet/Cècile, è un arrangiamento rivisitato, più lento e romantico rispetto alla versione originale dei 2Be3, che l'avevano pubblicata nel 1996. 
Il film di Amélie Bonnin fa sorridere, regala qualche lacrima, grazie ai brani musicali alleggerisce una tematica che fa riflettere e fa uscire dalla sala canticchiando, come ogni musical pienamente riuscito.

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