Maison du vent (Kouemo Yanghu 2026)
ANTEPRIMA MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 2026
Il film di Auguste Bernard Kouemo Yanghu, miglior opera prima alla 83° edizione della mostra del cinema di Venezia, è una storia che fonde poesia e realismo, ambientata in Camerun, in cui la mdp sin dall'inizio indugia sui volti di persone anziane che fanno piccoli lavori, riflettono, mentre la televisione ricorda che i giovani in quel paese vivono senza speranze. Il tutto condito da una musica malinconica, parte della bella colonna sonora firmata da Michel Duprez e Blick Bassy, che fa da sottofondo (clip 1, 2).
Inizia così Maison du vent, che per tutta la sua durata ci delizia con immagini che in ampi spazi lasciano in disparte la figura umana, piccola parte del tutto. Un film che il regista dedica a sua madre, morta due anni fa, e che non a caso racconta di una vedova ottantenne, Josette (Josette Kwanya), con i figli sparsi per l'Europa, tra Francia, Spagna e Belgio, che si occupa della costruzione di una nuova casa dove spera possa venire a vivere presto il primogenito, Benoit, di ritorno in Camerun. Le cose, però, non saranno così semplici e la donna, nell'attesa dei figli, si legherà sempre di più a una ragazza del suo quartiere, Sarah (Edwige Tatiana Moudjeu Pouadeu), che ha bisogno di una "madre" a cui presentare Adrien, il suo fidanzato bianco e francese. Una storia di cura, di assistenza, di amore, condita da drammi familiari, dal femminismo e, perché no, dalla cinefilia.
Proprio a tal proposito, i figli di Josette comprano alla madre una televisione per regalarle ore di serenità e di telenovele... un sequenza che rimanda inequivocabilmente a quello che avveniva in Secondo amore di Douglas Sirk (1955), dove una vedova (Cary/Jane Wyman) riceveva dai figli lo stesso regalo, dopo aver dovuto rinunciare al suo giovane amante (Ron/Rock Hudson) per non dare scandalo. E non va dimenticato che anni dopo, ne La paura mangia l'anima (1974), Rainer Werner Fassbinder trasformava la storia antiborghese in un amore tra una donna bianca e un immigrato nero in Germania, del tutto simile a parti invertite, di quella tra Sarah e Adrien.
Nella pellicola di Kouemo Yanghu lo spettatore vive con Josette i problemi burocratici di quella realtà, i mezzucci per sbarcare il lunario, la quotidianità di una donna anziana che non rinuncia al suo pragmatismo, che comunica in videoriunione con tutti i suoi figli e usa un quaderno per ricordare le "cose da fare prima di andare a dormire", come chiudere il gas.
In uno dei momenti più pragmatici, poi, Josette partecipa a un'asta in modo da ottenere velocemente il denaro per completare i lavori della casa. Il contesto è quello di un'associazione di mutua assistenza femminile, di cui lei è una delle "anziane senatrici", contrassegnate da un abito diverso dalle altre.
L'ideale con cui era nata l'associazione, come non manca di far notare la donna, era quello di aiutarsi vicendevolmente, ma oggi gli alti tassi (380 mila franchi CFA su 2 milioni richiesti) stanno cancellando quell'intenzione iniziale.
Il rapporto tra Josette e Sarah mostra tutta la netta differenza generazionale e, ad esempio, la donna più anziana si meraviglia che la ragazza non possa trovare un fidanzato in Camerun, invece di uno bianco che vive in Francia e che conosce praticamente solo dal cellulare.
Il legame si stringe sempre di più e Sarah dichiara a Josette persino la sua gelosia nei confronti dei figli, poiché si sente ingiustamente scavalcata, dato che lei è molto più presente di loro nella vita della loro madre; e, allo stesso tempo, i figli stessi, nelle loro apparizioni on line, non vedono certo di buon occhio questa connessione tra Josette e Sarah.
I sogni di Josette, peraltro, riguardano spesso i figli lontani - valigie e pacchi da spedire a ciascuno di loro - ma, quando Benoit le fa capire di non avere alcuna intenzione di tornare in Camerun e che quella casa in costruzione dovrà essere affittata per farla rendere, il suo autocontrollo cede alla rabbia.
Kouemo Yanghu usa una bellissima metafora visiva per segnalarci la costanza della donna e ci mostra, proprio a ridosso di questi avvenimenti, l'immagine di un picchio che colpisce col becco il palo della luce.
Josette e Sarah diventano vere complici e le vediamo persino andare in un locale - cosa che Josette non faceva da quando c'era ancora il marito -, dove oltre a bere, si danno al karaoke, cantando significativamente C’est Toi Que Je Préfère, un classico degli anni sessanta di Ange Linaud Njendo.
E, di citazione in citazione, Adrien dice di aver letto Le impazienti (ed. Solferino, 2021), romanzo di Djaïli Amadou Amal che racconta di tre matrimoni in Camerun, analizzando il sistema patriarcale che schiaccia sistematicamente le donne, poiché il rapporto tra sessi è fondato arcaicamente sulla legge della forza e della prepotenza fisica e mentale. Il consiglio di lettura gli è arrivato da Sarah, che ha già un matrimonio alle spalle, da cui è fuggita proprio per le violenze subite...
È bello scoprire, dalle latitudini del nostro punto di vista privilegiato europeo, che anche in Africa il movimento sociale e culturale femminista sia così attivo, e che un film tutto al femminile come questo abbia la grazia di sottolinearne alcuni aspetti basilari.
Josette mantiene le sue convinzioni vecchio stampo, chiedendo ad Adrien il tradizionale "bussa porta" che l'uomo deve compiere quando va in casa della fidanzata per chiederne la mano, ma è decisamente al passo coi nostri tempi, quando consiglia a Sarah di andare sì in Europa, ma non per sposarsi e consegnarsi a un uomo che praticamente non conosce, ma per lavorare e diventare indipendente, poi si vedrà. D'altronde, secondo uno splendido detto africano, "i leopardi hanno le macchie fuori, gli umani dentro".
Un film fatto di "urgenza e necessità", come ha ribadito rossellinianamente il suo regista in conferenza stampa a Venezia, che ci insegna quanto sia preferibile sentire il vento sulla propria pelle dalle finestre aperte di una casa in solitudine che esserne prigionieri per colpa di qualcun altro...
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