ANTEPRIMA MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 2026
Un film senza risposte... una storia priva di giudizio fatta di riflessioni continue, come preannuncia il titolo, che allude al corso tenuto dal protagonista, uno strepitoso Jack Huston - quando il DNA non è un'opinione -, nei panni di John Jorrisen, professore di filosofia nel Midwest, al Ridgemont College di Kansas City, Missouri.Lo splendido ottantenne Paul Schrader gira una pellicola che fa ripensare ai suoi grandi capolavori, soprattutto da sceneggiatore, con protagonisti in costante overthinking, come Taxi Driver (1978), Toro Scatenato (1980) e L'ultima tentazione di Cristo (1988) per Martin Scorsese, che qui gli fa da produttore, ma anche di Obsession (1976) di De Palma, che in Italia fu distribuito col sottotitolo di Complesso di colpa... (trailer)
John è il figlio di Melvyn Jorrisen, un potente e influente uomo a un passo dalla morte, che ha letteralmente manovrato la sua vita e la vita di chiunque gli sia stato intorno - come sintetizza perfettamente uno dei personaggi, "era davvero bravo a ottenere ciò che voleva dagli altri" -, e quando il padre muore i suoi fantasmi riaffiorano.
Al tradizionalissimo funerale di Melvyn, John viene invitato a parlare sull'altare, dove inizia un discorso che sembra varcare le soglie del conformismo che la situazione prevederebbe, ma Schrader decide di staccare dopo le prime parole, lasciando allo spettatore il resto del film per capire cosa sia successo tra i due.
Da ragazzo John ha avuto un'esperienza omosessuale con Miguel, il figlio quattordicenne di Carlos, il giardiniere centroamericano di casa Jorrisen. Anche in quel frangente il padre decise tutto: prima che dovesse dargli lezioni di piano e, poi, dopo "l'incidente", che tutto andasse insabbiato, impedendo a John di continuare con la musica per passare alla filosofia, che era in realtà il suo sogno da giovane, e regalando al figlio del giardiniere un futuro solido, fatto di buona istruzione in vista di un'attività in proprio.
La sequenza dell'interrogatorio di Melvyn a John, nel bel bianco e nero rarefatto della fotografia di Sean Price Williams, come tutti i flashback che si alternano al filone narrativo principale, dice tanto dell'uomo dal bisogno spasmodico di controllo. Fa domande ficcanti, non lascia nulla all'immaginazione e scende nei dettagli delle singole pratiche sessuali, considera il figlio una sua proprietà, avvertendo lui stesso il senso di colpa per quanto accaduto, convinto che la ricchezza possa ampiamente lenire ogni ferita. John, dal canto suo, non si sente gay, ma ripete che "è successo e basta".
Tutto per Melvyn può essere controllato razionalmente ed economicamente, tutto deve seguire un corso prestabilito, tutto deve risultare rasserenante ai più, nulla deve uscire dai binari sociali e, quando questo accade, deve rimanere sottotraccia e nel privato. E così, alla domanda del figlio sul suo sogno giovanile di diventare un pastore, la risposta del padre è ancora più disarmante, perché quello era il sogno dichiarato, ma in realtà il sogno reale era proprio quello di diventare un professore di filosofia, perché c'è sempre qualcosa di migliore da dire agli altri.
Non è un caso che John stia scrivendo un libro su Spinoza, filosofo ebreo portoghese, trasferitosi in Olanda per sfuggire alla Controriforma spagnola e convertitosi al cristianesimo, un pedigree perfetto per chi affonda nei sensi di colpa come John.
Il protagonista vede in lui un profeta, che ha teorizzato un mondo interconnesso come quello di oggi, in cui tutti gli esseri viventi sono partecipi della stessa Natura, al di sopra della quale c'è Dio. E inoltre Spinosa, che il protagonista sogna persino di incontrare, in una sequenza buffa e surreale che allenta la tensione, durante la quale John gli fa domande a cui il filosofo, in abiti seicenteschi, risponde come in una passeggiata con un amico. C'è molto dei pensieri di Melvyn in questo Spinosa, che in fondo si presenta come filosofo del controllo attraverso la ragione. Che in fondo John abbia trovato un modello paterno nella storia della filosofia?
Nella vita del protagonista il femminile sembra assente, tutto ciò che è emotività appare cancellato da un'educazione in cui il padre è entrato fin troppo, e i suoi rapporti con le donne sono quanto mai ambigui. Quello che oggi è un professore di filosofia non parla mai della madre, di cui non c'è traccia nella sua vita, ma è alla donna che ha passato gli ultimi anni con suo padre (Dana Delany), che si deve una delle battute più dissacranti della pellicola. È lei, infatti, a riportare a John una frase con cui il padre lo prendeva spesso in giro con lei, "è diventato un quacchero", commentandola poi con un sarcastico "tanto nessuno sa cosa fanno davvero i quaccheri".
Eppure John, seguendo l'ipocrisia borghese tanto agognata dal padre, ha una compagna - anche se preferisce l'espressione "amica docente" ("teacher friend") -, una collega che insegna psicologia, Rebecca Richards (Sofia Boutella), una donna separata e con un figlio adolescente, William, a cui è molto legato anche lui. Quando John deciderà di rendere ufficiale la loro relazione, la battuta del rettore del college, cameo di Richard Gere (protagonista di uno dei più famosi film scritti e diretti da Schrader, American gigolo, 1980), ironizza mettendo maliziosamente in confronto accademico le due discipline: "non vorrei trovarmi tra le vostre lenzuola".
Ambigua e disturbante, col senno di poi, la sequenza in cui il professore viene provocato da una sua studentessa, che ha scelto quella materia perché ritenuta semplice e che a suo avviso il professore ha reso ostica, la quale tenta di corromperlo barattando del sesso con un buon voto, ricevendo il cortese rifiuto del docente.
John sembra attratto dalla ragazza, ma le chiede di non peggiorare la situazione chiudendo la porta del suo studio. L'ambiguità e il disturbo arrivano dal prosieguo della vicenda, ovviamente, quasi a giustificare con la sostanziale omosessualità repressa il perché di quel rifiuto deontologicamente inoppugnabile.
Lo straniamento, poi, diventerà ancora più forte, quando tempo dopo la ragazza, superato l'esame, gli dirà di essere consapevole che "tutti abbiamo colpa di qualcosa", in un senso di colpa sovraesteso e immancabilmente presente nelle vite di tutti.
Schrader usa la mdp in maniera sopraffina e, tra tutti i momenti, oltre a un uso pressoché costante della prospettiva centrale - metafora di ostentata razionalità anch'essa - si noti la sequenza al ristorante del Museo Kemper (il museo di arte contemporanea di Kansas City), dove la regia va a scovare, dopo un lungo carrello da destra a sinistra, il tavolo in cui stanno cenando John e Rebecca, che conversano sul bisogno di John di avere Rebecca come amica, compagna e, solo in ultimo, amante, con il pieno e rattristato disappunto della donna.
John lì si definisce un overthinker e, ancora di più, "un molatore di idee", un'espressione che trova la comprensione di Rebecca che, pur volendo qualcosa di più semplice, si rende conto ed è ben consapevole di essersi innamorata di un professore di filosofia e di non potersi aspettare nulla di diverso da questo.
La colonna sonora di Eli Keszler, inquietante e in grado di amplificare il pathos delle scene, si arricchisce, durante il rinfresco del funerale di Melvyn, del celebre Adagio di Albinoni, per tanti cinefili, indissolubile pendant de Il processo di Orson Welles, forse non a caso l'unico regista citato dalla sceneggiatura, in un dialogo in sala professori, dove i docenti si lamentano di come gli studenti non leggano più e preferiscano gli audiolibri ai libri stessi.
Schrader gioca con gli stereotipi, e John, dopo aver rincontrato Miguel (Daniel Zovatto), inizia a frequentare un locale per omosessuali, il Sidekicks, il cui logo è iconograficamente eloquente: bandiera arcobaleno, su cui campeggiano due stivali e un cappello da cowboy sotto il quale c'è un pallone da basket, più machista di così... Proprio in quel locale, peraltro, uno dei gestori alla cassa indossa una t-shirt dall'eloquente messaggio "Be gay, don't slay", in cui la comunità LGBTQIA+ si identifica quando vuole essere considerata non straordinaria, ma solo per quello che è.
In fondo si può cambiare, come propone Eraclito, secondo cui nulla è mai uguale a se stesso? Oppure no, come pensava l'eternalista Parmenide? La chiacchierata onirica con Spinosa, che si fa chiamare Bento e che sorprende John per l'altezza, forse dovuta alle scarpe, ricorda al protagonista che il cambiamento che avviene secondo ragione migliora l'uomo, mentre quello ottenuto tramite le passioni non può che peggiorare l'individuo. È ancora una volta il modello paterno che ha la meglio, e quindi non sorprende che John sia affascinato dal morire bene nel rischio di vivere male oppure, più semplicemente, adeguarsi alla vita piena di silenzi e di segreti insegnatagli dal padre.
L'infelicità è l'unica certezza di una vita vissuta così, con un matrimonio che fa da tappeto di tutto ciò che la società benpensante vuole nascondere sotto i suoi fili intrecciati, che Schrader non scioglie, ma lascia lì in evidenza, fino alla negazione della stessa, fino all'altare...








Nessun commento:
Posta un commento