venerdì 11 settembre 2026

Mr. Nelson, did you kill people (Tsukamoto 2026)

ANTEPRIMA MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 2026

C'era bisogno dell'ennesimo film sul Vietnam? Assolutamente sì!
Tsukamoto dimostra, infatti, che non esistono temi esauriti, e che l'importante è l'approccio e cosa si vuole comunicare.
E la sua pellicola è travolgente e chiarissima sin dalla prima inquadratura, in cui vediamo il protagonista, Allen Nelson (Mark Merphy, che da più grande è interpretato da Rodney Hicks) riverso al buio, su un vecchio materasso lacero, tra avanzi di cibo, immondizia, e un gatto che si nutre di ciò che resta di una scatoletta di tonno. La mdp indugia su dettagli di quella natura morta postmoderna, fino a inquadrare anche una candela, in buona parte consumata, e con la cera sciolta, vero e proprio trait d'union con la pittura realistica del '600 (trailer).
Il ragazzo, afroamericano, è reduce dal Vietnam e ha deciso di vivere in quel modo per non impattare su chi ha intorno, rubando qualcosa nei supermercati, con la connivenza di chi alla cassa fa finta di non accorgersene.
Il montaggio, curato dallo stesso regista giapponese, che qui è anche direttore della fotografia, è magnifico quanto disorientante: per buona parte dell'inizio del film per lo spettatore è difficile orientarsi sui tempi e sulla cronologia di quello che vede accadere sullo schermo, vivendo in prima persona il disorientamento del protagonista.
L'incontro con una ex compagna di scuola, Diane, oggi insegnante alle elementari, lo spinge ad andare a parlare ai bambini della sua esperienza e, dopo alcune domande quasi giocose, che rispondono alla curiosità dei ragazzi sulla modalità dello svolgimento delle più consuete azioni quotidiane durante la guerra, la domanda di una bambina segna un punto di non ritorno per Allen: "Mr Nelson, ha ucciso delle persone?". Il titolo del film diventa l'ossessione dell'ex marine, che anche con il suo terapeuta (Geoffrey Rush) si ritrova a riflettere su quanto in guerra sia tutto dato per scontato.
Tsukamoto fa un grande lavoro non solo al montaggio, ma anche con il sonoro, dandoci la soggettiva della percezione alterata di Allen, che al più semplice dei rumori rubani rivive il trauma delle trincee in Vietnam, si nasconde sotto un'auto parcheggiata e da lì osserva tutto, anche se ciò che vede sono solo ragazzi che giocano a basket e passanti.
Nelle diverse sezioni della storia, vediamo Allen anche da bambino e da più anziano, ormai da anni compagno di una donna, Linda, che inizialmente ha un figlio di due anni, Sean. Con lei avrà una figlia e cercherà di fare da padre anche al primogenito, che col tempo diventerà adolescente e con il quale entrerà in conflitto quando rivelerà una certa simpatia per i marines. Scontri in casa e voglia che i ragazzi non siano ignari come un tempo di cosa sia andare in guerra come è stato per lui, lo porteranno di nuovo nella aule scolastiche ma con ragazzi di età più grande stavolta.
Per lui tutti devono sapere: quel continuo insegnamento all'insegna di "non pensare", "segui gli ordini", "uccidi", deve essere inaccettabile per più ragazzi possibili.
Tantissimi i flashback e i flashforward, che ci sbalzano continuamente da un momento all'altro della vita del protagonista, durante la sua infanzia, in Vietnam, al ritorno dalla guerra e poi negli ultimi anni in cui, come ricorderanno le frasi che chiudono il film, scopriamo che un Allen Nelson è davvero vissuto negli Stati Uniti e ha fatto quel percorso di redenzione, che da soldato lo ha trasformato in conferenziere pacifista in giro per il mondo, persino in estremo oriente, dove è tornato dopo decenni dal conflitto che gli aveva cambiato la vita per sempre. 

Le sequenze dal terapeuta fanno da centro propulsore delle analessi e delle prolessi del film, poiché è proprio lo psicologo a tirar fuori i ricordi di Allen, a partire da un'infanzia a dir poco complessa, vissuta nella povertà a Brooklyn, con una madre sola pronta a sbarcare il lunario in tutti i modi, amando uomini violenti e ingannando quelli più generosi e sensibili, a cui invece il figlio si affezionava con più facilità.
Allen ricorda come un incubo l'addestramento da marine. La sua sensibilità era quanto di meno indicato per quella vita, impossibile per tutti, ma ancora di più per chi viene costretto nei confini di una mascolinità precostituita e violenta che non gli appartiene.  
La prima missione a Okinawa, dove i compagni sfogavano la loro frustrazione con arroganza, picchiando prostitute, prendendo a pugni tassisti che giustamente si lamentavano di non essere pagati, trattando tutti gli orientali come se fossero "meno che umani". Ed è proprio questo sentimento di spersonalizzazione e di annullamento dell'umanità che atterrisce il giovane Nelson, il cui disagio è reso in maniera perfetta da Tsukamoto, che lo rende totalizzante e lo ripete amplificato in Vietnam, dove Allen vede corpi dilaniati, volti che letteralmente si svuotano una volta colpiti alla testa, Il protagonista non regge, vomita di fronte a chi tra i suoi compagni fa il peggio, come tagliare un orecchio per ogni vittima, che inanella in una macabra collana.
C'è tanto in questa parte del film di Full Metal Jacket (e non solo), e in qualche modo il protagonista rivive il disagio di Leonard Lawrence - per tutti "soldato Palla di lardo" -, che col tempo si trasforma in furia rabbiosa, che spara "a tutto ciò che si muoveva". In quel contesto, nessuno può permettersi di rimanere sensibile a lungo, se non vuole soccombere e se, Leonard nel capolavoro di Stanley Kubrick lo fa nella maniera più deflagrante, Nelson si adegua con più successo al branco, riuscendo persino a riabilitarsi ai propri occhi. Il soldato illuminato, infatti, un po' come i cowboy che in qualche film iniziavano a vivere con gli indiani, si tira fuori da quella ingiustificata spirale di odio per il nemico, e inizia a giocare con i bambini, tra il disappunto dei commilitoni, fino ad aiutare la popolazione di un villaggio procurandogli viveri e medicine.
Allen Nelson è un uomo diverso da ciò che l'esercito stabiliva come norma, ed è questo che il suo terapeuta cerca di tirar fuori, cosicché ogni seduta si chiude immancabilmente con la stessa domanda: "perché uccideva persone?" e dopo il silenzio, o la sfuriata del paziente, un semplice "ci vediamo la prossima settimana".
La svolta in Vietnam gli arriva proprio da una sua vittima, un prigioniero che gli ricorda che i neri negli Stati Uniti non sono liberi, proprio come i vietnamiti: e allora perché non combattono anche loro?
La regia di Tsukamoto è notevole e, così come il montaggio, anche la sua direzione della fotografia contribuisce molto alla riuscita della pellicola.
Bastino su tutte la già citata sequenza dell'edificio buio e abbandonato in cui vive Allen ritornato negli Stati Uniti, ma anche quella in Vietnam, in cui assiste inerme al parto di una ragazza, simbolico contrasto con tutta la morte che lo circonda, e dove la scena viene illuminata con i raggi del sole che filtrano tra le assi che coprono la bunker da vietcong in cui è ambientata. 
Il sudore, gli occhi lucidi, il palese stato d'ansia di Allen davanti ai distratti studenti della classe di Sean, rappresentano il disagio di un uomo buono e giusto, terrorizzato da una storia che rischia di non cambiare mai. Tsukamoto anche in quel caso usa il sonoro in maniera sopraffina, sostituendo le parole a una musica che non permette di sentire nulla se non che piano piano il disagio diventa entusiasmo, perché la propria esperienza di singolo può diventare utile a qualcun'altro. I ragazzi diventano attenti e i loro volti ci dicono tanto.
Allen è un uomo gentile, così lo definisce la moglie, e di uomini gentili ce n'è bisogno per cambiare le cose. Shynia Tsukamoto è consapevole che la rivoluzione passi anche dalla gentilezza e dalla sensibilità di uomini come Nelson, a cui non possiamo dire altro "mi dispiace che l'abbia dovuto fare" e abbracciarlo, come fecero davvero quel gruppo di bambini a cui rispose che sì, aveva ucciso in guerra.
Sarebbe bello se qualche nota di This little light of mine e una piroetta su noi stessi potesse davvero rompere il copione...

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