venerdì 21 agosto 2026

Delitti e segreti (Soderbergh 1991)

Un giovanissimo Steven Soderbergh, appena ventottenne, ma già famoso per il suo clamoroso esordio con Sesso, bugie e videotape (1989), vincitore a Cannes, alle prese con la vita e le opere di Franz Kafka, mescolate insieme in una pellicola che pesca dalla realtà e dall'immaginario dello scrittore boemo, ma anche da tanta storia del cinema passato e presente, con un risultato allucinatorio e angoscioso, che restituisce le atmosfere inquiete e assurde dei suoi libri.
Il tutto amplificato dalla presenza, nei panni di Kafka, di uno straordinario Jeremy Irons, che in quegli anni incastona Delitti e segreti tra capolavori come Inseparabili (Cronenberg 1988) e Il danno (1992) (trailer).
Non può mancare la consueta polemica sul titolo dell'edizione italiana, che preferì cancellare il Kafka originale, forse per allontanare lo spettatore dal riferimento letterario (troppo di nicchia?), ingannandolo con la genericità di un titolo noir più accattivante (?) e paradossalmente più vicino a un disco pop (ndr Venditti nel 1986 aveva pubblicato l'album Venditti e segreti).
1919. Praga. Il film inizia e finisce sul trecentesco ponte Carlo, le cui sculture barocche permettono alla bella fotografia di Walt Lloyd di giocare con luci e ombre riflesse sul pavimento, dando sin dall'inizio quell'aria plumbea che permea l'intera pellicola, in un bianco e nero dagli scuri così saturi da farci pensare immediatamente al cinema espressionista tedesco.
E in effetti Murnau, Wiene e Lang sono i primi riferimenti evidenti di un film, che minuto dopo minuto sarà una continua citazione. E come premessa va ricordato che uno dei personaggi principali, interpretato da Ian Holm, si chiama proprio dr. Murnau, e all'interno della trama la fabbrica Orlac rimanda esplicitamente a Paul Orlac protagonista di Le mani dell'altro di Robert Wiene (1924).
Franz (Jeremy Irons) è un assicuratore vessato dal capoufficio (Alec Guinness), che ironizza sulle sue velleità da scrittore, uno scrittore che, come dice ai colleghi che incontra di sera al Cafè Continental, sta scrivendo la storia di un uomo che si sveglia all'improvviso nel corpo di un insetto gigante (La metamorfosi, 1915). È il primo dei tanti rimandi alle opera kafkiane che ovviamente costellano la pellicola, su tutte Il processo e Il castello, dei quali riprende la struttura intricata e labrintica in cui la realtà non fa altro che costringere il protagonista in uno spazio sempre più angusto e in dinamiche del  tutto incomprensibili. All'inizio della storia, Franz scrive lettere ai familiari e anche quello è un riferimento alla vita dello scrittore, soprattutto alla sua mai spedita Lettera al padre (1919).  
La misteriosa morte del collega e amico Edouard Raban, annegato nella Moldava, spinge l'ispettore Grubach (Armin Mueller-Stahl) a interrogare proprio Franz, che da quella morte, peraltro, ne trarrà vantaggio, ricevendo la promozione che spettava a Edouard. L'assurdità della situazione lo porterà a indagare su quanto successo veramente e quello sarà l'inizio dell'incontro con una serie di personaggi surreali, a partire dal becchino Bizzlebek (Jeroen Krabbé), che chiacchierando col protagonista, con cui si avventurerà nel suo regno, il cimitero di Praga, fa riferimento al racconto Nella colonia penale (Kafka, 1919).
Franz, indagando, si imbatterà anche nella vita segreta di Gabriela (Teresa Russell) - il nome è quello della sorella maggiore del vero Kafka -, collega anche lei, ma amante di Raban e attivista anarchica contro il potere del Castello (ça va sans dire), che si riunisce con gli altri rivoluzionari in un incredibile spazio ricavato nell'intercapedine di una grande cupola vetrata. Questa e tanti altri dettagli, come lampade, applique, lampadari e lampioni in strada sono in stile Art Nouveau/Liberty, nell'attenta scenografia di Gavin Bocquet, storico scenografo di Guerre stellari - Il ritorno dello Jedi (1983) e dei tre nuovi episodi di Star Wars del 1999, 2002, 2005, nonché de L'impero del sole (Spielberg 1987).
Jeremy Irons nei panni di Kafka su ponte Carlo
La poco soddisfacente promozione ottenuta dopo la morte di Raban non cambia lo status lavorativo di Franz, sistematicamente a disagio in quel luogo e in quelle mansioni, e non migliora le cose il fatto che gli vengano assegnati due assistenti, Ludwig e Oscar - ne Il castello a K. succede lo stesso con Arturo e Geremia -, totalmente incapaci e che passano il tempo a litigare tra loro, in scene degne di una slapstick comedy anni '30-'40.
Al Cafè Continental, dove Franz incontra i colleghi i primi piani degli avventori sono stretti, spesso ripresi dal basso, in un modo che va oltre l'espressionismo e rimonta al cinema di Sergej Ėjzenštejn, mentre i lampioni in strada, complici le ombre lunghe e il bianco e nero già descritto, fanno pensare alle notti viennesi de Il terzo uomo di Carold Reed (1949), in cui cammina Harry Lime/Orson Welles.
E naturalmente è proprio Welles che domina la scena dei rimandi, perché Steven Soderbergh non può non rifarsi a Il processo (1962), indubbiamente il film più celebre ancora oggi sul mondo di Franz Kafka, con inquadrature sghembe di ogni tipo, ombre forti, spazi angusti, già allora citazioni dell'espressionismo tedesco, nonché all'enorme archivio di carte disordinate che tanto ricorda quello in cui si perdono i due protagonisti nel film di Welles.
Più di una volta, peraltro, si ha la netta sensazione che Jeremy Irons occhieggi all'Anthony Perkins di allora, così come la Gabriela di Teresa Russell lo fa con la Leni di Romy Schneider. 
Ed è proprio a Leni che spettano le linee di sceneggiatura più nette e taglienti dell'intero copione scritto da Lem Dobbs: a Franz, che dichiara di non avere motivi di dubitare della polizia, dice "sono autorità, questa è già una ragione", e sul matrimonio è ancora più diretta, "dubito di chi si vuole sposare".
La locandina col titolo originale
L'ingresso al castello (le uniche parti in cui compare il colore nella pellicola, con dominante blu/grigia) e la tosse, che rimanda ancora alla vita reale dello scrittore, morto di tubercolosi nel1924.
Un'ultima suggestione viene da uno dei film più kafkiani degli anni '80, Brazil (Gilliam 1985), di cui a tratti Delitti e segreti ripropone atmosfere, sensazioni e quell'evidente straniamento del protagonista sballottato in una realtà mai amica, lì un grandissimo Jonathan Pryce, qui l'altrettanto magnifico Jeremy Irons.
Che poi si tratti di realtà o di fantasia dello scrittore, sta allo spettatore deciderlo...

P.S. Proprio a tal proposito, va detto che nel 2021 Soderbergh, insoddisfatto delle troppe interpretazioni del pubblico su quali parti fossero realtà diegetica e quali immaginate dal personaggio Kafka, dopo aver dichiarato «Lo guardo ora e penso: “Questo è un film che solo uno giovane stupido può fare”, e lo intendo in senso positivo», ha dato una seconda vita al film. Lo ha reintitolato Mr Kneff (simile nel labiale a Kafka), preferito a Kafka 2.0 e a Il figlio di Kafka; ha tagliato venti minuti; ha colorando alcune sequenze per separare storia reale e immaginazione; ha eliminato i dialoghi, sostituiti dai soli sottotitoli, come in un film muto; ha aggiunto nuovi inserti musicali, tra cui persino Enter Sandman dei Metallica.

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