domenica 30 marzo 2025

No other land (Adra - Abraham - Szor - Ballal 2024)

"Abìtuati al fallimento, sei un perdente".
Suona lapidaria la frase che Basel dice a Yuval, amici nati in fronti opposti che si sono uniti nella difesa di Masafer Yatta, piccolo villaggio palestinese, sorto sin dall'800 in Cisgiordania meridionale, che il governo di Israele ha scelto come terreno di addestramento per i carri armati dell'esercito. 
Basel è palestinese, Yuval israeliano. Il primo narra la storia con camera e cellulare in mano per riprendere, in condizioni di costante pericolo, quello che sta accadendo dal 2019 nella terra in cui è nato e ha vissuto finora. A questo aggiunge filmati di quando era solo un bambino, all'inizio del secolo, dal momento in cui, ripete, "è iniziata la nostra fine". Il secondo, Yuval, è un giornalista considerato un traditore dagli ebrei, perché crede che quelle terre debbano essere lasciate a una comunità araba che ci ha vissuto, ci ha costruito case, scuole, un ragazzo infuriato coi suoi conterranei, perché, dice ai soldati, "tutto questo lo fate anche a nome mio" (trailer).
Basel, oggi ventinovenne, è cresciuto con un padre che ha mantenuto una famiglia grazie a una pompa di benzina e che è più volte finito in galera per difendere il villaggio. È così diventato attivista grazie all'esempio paterno, sente la responsabilità per i suoi parenti, ma anche l'impotenza di una condizione di totale svantaggio, in cui il potere, come sempre, laddove non può arrivare con mezzi condivisi, arriva attraverso soprusi e arroganza. Da lì discende la consapevolezza, che pure non è mai arrendevolezza, con cui Basel pronuncia quella frase davanti a Yuval, impaziente invece di trovare una soluzione velocemente. Quei territori, d'altronde, insieme alla striscia di Gaza, sono da molto tempo considerati terra di conquista, dal 1948 da Giordania ed Egitto e, dal 1967, da Israele. È sempre Basel a spiegare, con un perfetto dono della sintesi, "ci hanno resi stranieri nella nostra terra", o a farci notare che in quel territorio circolano solo auto con targhe gialle (israeliane) e verdi (palestinesi), ma che tutte sono sotto il controllo di Israele.
E vedere all'opera i soldati israeliani, spesso affiancati dai coloni, ebrei ortodossi e ottusi che credono fermamente in quell'occupazione come a un diritto divino, dà la portata del sopruso. Tutto è realmente disumano, brutale, predatorio e messo in opera con il ghigno dell'imbecillità. 
A confermarlo, la persona che guida le operazioni di smantellamento di Masafer Yatta, un certo Ilan, un attendente che dà ordini ai soldati, fa azionare ruspe, ecc., e che, con una tracotanza intollerabile, fa cementare la bocca di un pozzo e prende egli stesso una sega elettrica per tagliare le tubature e lasciare i campi coltivati e le persone prive di acqua. Ilan e i soldati riescono solo a ribadire che quella è la legge, un ritornello che è da sempre ripetuto dai servi sciocchi di ogni potere - previcatore e coercitivo - che si perpetra attraverso individui che eseguono "solamente" gli ordini. Una storia trita e ritrita, in cui il funzionario di governo altro non è che una persona che fa etimologicamente funzionare un sistema, e poco importa se il sistema sia profondamente sbagliato.
Basel Adra, Yuval Abraham, Rachel Szor, Hamdan Ballal, giovani attivisti israeliani e palestinesi, hanno girato questo documentario, vincendo l'Oscar, ma è già passato tutto in secondo piano rispetto alla cronaca, dato che Hamdan Ballal ha subito un pestaggio da parte di coloni sionisti e truppe israeliane il 24 marzo, è stato prelevato dalla sua casa e rilasciato solo il 27. Punito ancor di più proprio per quella vittoria, nel colpevole silenzio dell'Academy Award.
Difficile parlare di cinema davanti a tutto questo, di camera in movimento, di inquadrature che dalle case-grotte di Masafer Yatta si aprono verso una luce che sa di libertà e autodeterminazione, o della coinvolgente colonna sonora di Julius Pollux. 
Una cosa resta certa: "non si dimentica il posto dove si è nati", e anche se le incertezze di Basel sono comprensibili, "dovrei smettere con l'attivismo... dovrei lavorare alla pompa di benzina per aiutare la mia famiglia", cercare la civiltà dove prevale l'inciviltà è sempre la via giusta.
A chi guarda risuona come un macigno la frase di Yuval davanti alle numerose visualizzazioni di alcuni filmati sui social: "le persone devono capire come fare la differenza... vedono un video, si commuovono, e poi?" Ed è assolutamente così, altrimenti, come lo Stato per il poeta, anche la folla "si costerna, s'indigna, s'impegna, poi getta la spugna con gran dignità".

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