Il film, che l'edizione italiana ha dotato di un sottotitolo, Nelle vite degli altri, non solo inutile ma anche dannoso, poiché annulla, non senza una certa pruderie, la sinteticità e l'ironia del titolo principale, ha come protagonista Philip (Brendan Fraser), attore statunitense che da sette anni sta cercando di sbarcare il lunario in Giappone, tra pubblicità e travestimenti improbabili per centri commerciali (trailer).
È per questo che accetta l'ingaggio per essere "il bianco in catalogo" da parte di una società che seleziona attori per impersonare ruoli nella vita reale dei clienti, che chiedono questo servizio per risolvere problemi perlopiù familiari.
A Philip capita così di fare da piangente a un funerale, nel quale, peraltro, anche il defunto è impersonato da un uomo che si alza dalla bara spaventandolo; il marito di una donna omosessuale che non può dire la verità sul proprio conto per non ferire genitori e famiglia; il compagno di videogiochi di un uomo rimasto ragazzo e chiuso davanti alla sua consolle e ai peep show; il padre di una bambina, Mia (Shannon Mahina Gorman), che non ha mai conosciuto il suo genitore; lo scrittore che intervista un anziano attore ormai dimenticato, Kikuo (Akira Emoto), che è stato una gloria del cinema e che si sente ancora un ronin kurosawano.
È buffo come, con gli occhi di un occidentale, l'attore americano chieda al suo nuovo datore di lavoro perché le persone che hanno bisogno di questo tipo di aiuto non vadano in terapia, ma la risposta di Shinji (Takehiro Hira) è ancora più disarmante per lui, dato che con il massimo della naturalezza gli dice che le sofferenze psicologiche vengono stigmatizzate in Giappone e la resistenza alla terapia è spesso totale.
Per lo stesso motivo, in una società dalla mentalità così rigida, nel loro quotidiano, come ricorda la socia di Shinji, Aiko (Mari Yamamoto), "le scuse sono il nostro servizio più richiesto". E non a caso è proprio lei a ritrovarsi a interpretare l'amante di un uomo che la ingaggia per farle chiedere scusa alla moglie per averla tradita, in un sistema di pensiero in cui responsabilità e ferite vengono ancora attribuite all'anello più lontano dalla coppia incrinata.
Philip non può comprendere il più delle volte, e infatti per Shinji è ancora un gaijin, un forestiero, in qualche modo l'equivalente dei barbari, onomatopeicamente balbuzienti della tradizione greco-romana, perché sette anni sono davvero troppo pochi per entrare in una mentalità così diversa come quella giapponese. E, a sottolinearlo, anche la difficoltà di rapportarsi al politeismo di quella gente: "il Giappone ha più divinità che distributori automatici!"
Con la sua completa empatia, Philip si avvicina al suo nuovo lavoro e fatalmente, nonostante le raccomandazioni di fare attenzione a non farsi coinvolgere nelle vicende personali dei clienti, diventa in tutto e per tutto il personaggio richiesto dai committenti per i loro cari che ignorano la reale situazione.
E così prova la bara del defunto al suo primo incarico, quasi a saggiarne la comodità dall'interno, e fin qui si ride ancora, ma quando si affeziona così tanto alla piccola Mia o asseconda i desideri del vecchio Kikuo, la sua capacità di assorbire e condividere emozioni diventa così profonda che commuove anche gli spettatori.
Inevitabilmente per Philip sarà difficile uscire dai personaggi che interpreta e, anche se Shinji è chiaro con il suo "così funziona questo lavoro: tutti i rapporti devono finire", per l'attore americano piuttosto possono trasformarsi ma non chiudersi per sempre.
A fare da immagine prefigurativa di tutto ciò, la tenerezza con cui Philip guarda di sera le luci degli appartamenti del palazzo di fronte a quello in cui vive, che, in una sorta di Finestra sul cortile in versione commedia, gli regalano sorrisi e lo fanno empatizzare con le persone affaccendate nella loro vita domestica, da sole o in compagnia. L'occhio di Philip è curioso, ma privo di giudizio e di sospetti (come accadeva invece al Jimmy Stewart dell'illustre precedente hitchcockiano): la serenità e la solidarietà emotiva prevalgono sempre.
In un caso, poi, alla fine della storia in cui il protagonista fa da sposo della giovane ragazza omosessuale, la mdp compie un lungo carrello indietro per tornare dall'interno di quella vicenda a una ripresa in campo lunghissimo che ci riporta a immaginare le innumerevoli vite che si svolgono in contemporanea ignare delle altre.
La mdp rimane spesso in disparte e rispetta la scena senza prendere il sopravvento su quello che evidentemente è un film di parola, eppure qua e là altre inquadrature rubano l'occhio. Succede quando Philip e Mia parlano tra i ciliegi in fiore, immancabile sfondo di molti film giapponesi, oppure quando Philip, Shinji e Aiko, dopo il funerale di Kikuo, scendono gli scalini del tempio e pian piano spariscono lasciando la scena vuota su cui la camera indugia come in un film di Ozu, il maestro indiscusso dei campi vuoti e delle nature morte cinematografiche.
E per rimanere sui grandi nomi del cinema nipponico, vale la pena sottolineare l'evocazione di Hayao Miyazaki nell'episodio del vecchio Kikuo, che Philip, contravvenendo alle regole, accompagna sull'isola dove insieme ritrovano la casa in cui l'uomo è nato ottant'anni prima. La casa, abbandonata, è invasa dalla vegetazione cresciuta nel tempo e Kikuo abbraccia un enorme albero nodoso chiedendogli "come stai" e, scavando al suo fianco, recupera una scatola con le foto della madre ancora giovane con lui bambino ("la mia vita prima della mia vita").
In un frangente, Hakiri sfrutta a pieno anche il sonoro, con una bella ellissi che, nel momento in cui Philip chiude una porta scorrevole, il rumore che ne scaturisce si fonde con la sequenza successiva che si apre con i freni della metropolitana.
La riflessione sulla finzione fa da sfondo al soggetto del film, in quella che è un'allegoria della società ma allo stesso tempo un discorso metacinematografico o quantomeno metainterpretativo tra ciò che vediamo e ciò che i personaggi fanno all'interno della finzione filmica. Oltre gli scambi con Shijin già evidenziati, ci sono quelli tra Philip e Mia. L'attore americano accompagna la bambina in un acquario irreale, fatto di proiezioni immersive, in cui i loro discorsi lo autorizzano a rassicurare Mia, dicendo che "a volte va bene fingere". E così, più avanti, quando la bambina, una volta accettata la verità e ristabilita un'amicizia con quello che aveva creduto essere suo padre, gli chiede direttamente "perché gli adulti mentono sempre?", sentendosi rispondere "perché è molto più semplice di dire la verità [...] a volte lo fanno per non ferire le persone che amano".
Eppure l'essenza del servizio fornito da quello strano lavoro ha una sola certezza, come precisa Shinji, che sembra esserne il più consapevole di tutti perché lo vive in prima persona: "a volte abbiamo solo bisogno di qualcuno che ci guardi negli occhi e ci dica che esistiamo".
E lo sguardo di Hakiri è sempre lì, con la leggerezza di chi non giudica e di chi con amore descrive i comportamenti umani tra disagi, incoerenze e bisogno di calore, in una pellicola che è sì una commedia, ma che coccola, commuove e lascia un senso di utilità al nostro vivere quotidiano, il che non guasta mai.
Inevitabilmente per Philip sarà difficile uscire dai personaggi che interpreta e, anche se Shinji è chiaro con il suo "così funziona questo lavoro: tutti i rapporti devono finire", per l'attore americano piuttosto possono trasformarsi ma non chiudersi per sempre.
A fare da immagine prefigurativa di tutto ciò, la tenerezza con cui Philip guarda di sera le luci degli appartamenti del palazzo di fronte a quello in cui vive, che, in una sorta di Finestra sul cortile in versione commedia, gli regalano sorrisi e lo fanno empatizzare con le persone affaccendate nella loro vita domestica, da sole o in compagnia. L'occhio di Philip è curioso, ma privo di giudizio e di sospetti (come accadeva invece al Jimmy Stewart dell'illustre precedente hitchcockiano): la serenità e la solidarietà emotiva prevalgono sempre.
In un caso, poi, alla fine della storia in cui il protagonista fa da sposo della giovane ragazza omosessuale, la mdp compie un lungo carrello indietro per tornare dall'interno di quella vicenda a una ripresa in campo lunghissimo che ci riporta a immaginare le innumerevoli vite che si svolgono in contemporanea ignare delle altre.
La mdp rimane spesso in disparte e rispetta la scena senza prendere il sopravvento su quello che evidentemente è un film di parola, eppure qua e là altre inquadrature rubano l'occhio. Succede quando Philip e Mia parlano tra i ciliegi in fiore, immancabile sfondo di molti film giapponesi, oppure quando Philip, Shinji e Aiko, dopo il funerale di Kikuo, scendono gli scalini del tempio e pian piano spariscono lasciando la scena vuota su cui la camera indugia come in un film di Ozu, il maestro indiscusso dei campi vuoti e delle nature morte cinematografiche.
E per rimanere sui grandi nomi del cinema nipponico, vale la pena sottolineare l'evocazione di Hayao Miyazaki nell'episodio del vecchio Kikuo, che Philip, contravvenendo alle regole, accompagna sull'isola dove insieme ritrovano la casa in cui l'uomo è nato ottant'anni prima. La casa, abbandonata, è invasa dalla vegetazione cresciuta nel tempo e Kikuo abbraccia un enorme albero nodoso chiedendogli "come stai" e, scavando al suo fianco, recupera una scatola con le foto della madre ancora giovane con lui bambino ("la mia vita prima della mia vita").
In un frangente, Hakiri sfrutta a pieno anche il sonoro, con una bella ellissi che, nel momento in cui Philip chiude una porta scorrevole, il rumore che ne scaturisce si fonde con la sequenza successiva che si apre con i freni della metropolitana.
La riflessione sulla finzione fa da sfondo al soggetto del film, in quella che è un'allegoria della società ma allo stesso tempo un discorso metacinematografico o quantomeno metainterpretativo tra ciò che vediamo e ciò che i personaggi fanno all'interno della finzione filmica. Oltre gli scambi con Shijin già evidenziati, ci sono quelli tra Philip e Mia. L'attore americano accompagna la bambina in un acquario irreale, fatto di proiezioni immersive, in cui i loro discorsi lo autorizzano a rassicurare Mia, dicendo che "a volte va bene fingere". E così, più avanti, quando la bambina, una volta accettata la verità e ristabilita un'amicizia con quello che aveva creduto essere suo padre, gli chiede direttamente "perché gli adulti mentono sempre?", sentendosi rispondere "perché è molto più semplice di dire la verità [...] a volte lo fanno per non ferire le persone che amano".
Eppure l'essenza del servizio fornito da quello strano lavoro ha una sola certezza, come precisa Shinji, che sembra esserne il più consapevole di tutti perché lo vive in prima persona: "a volte abbiamo solo bisogno di qualcuno che ci guardi negli occhi e ci dica che esistiamo".
E lo sguardo di Hakiri è sempre lì, con la leggerezza di chi non giudica e di chi con amore descrive i comportamenti umani tra disagi, incoerenze e bisogno di calore, in una pellicola che è sì una commedia, ma che coccola, commuove e lascia un senso di utilità al nostro vivere quotidiano, il che non guasta mai.








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