1959. In sala ci sono tutti, Jean-Luc Godard (Guillaume Marbeck), François Truffaut (Adrien Rouyard), Suzanne Schiffman (Jodie Ruth-Forest), Claude Chabrol (Antoine Besson).
Godard, pur essendo convinto che "il modo migliore di criticare un film è realizzarne uno", è l'unico del gruppo a non averne ancora girati e la cosa lo affligge (trailer).
Tutti sono a Cannes per la prima de I quattrocento colpi, che trionferà con il premio alla regia, anche se quell'edizione verrà vinta da Orfeo negro di Marcel Camus.
Un mostro sacro come Jean Cocteau, nel frattempo, fa i complimenti a Truffaut sentenziando che "l'arte non è un passatempo, ma un sacerdozio", una frase che sembra attagliarsi ancora di più a Godard, che si butta anima e corpo nella realizzazione del suo primo lungometraggio. Anche lui ha una convinzione, che sta alla base della Nouvelle Vague, e cioè che i film debbano essere a basso budget, poiché questo è il modo migliore per un regista di mantenere il controllo autoriale sulla propria opera.
L'obiettivo dichiarato di Jean-Luc è che l'ondata nuova - nouvelle vague appunto - si trasformi in un vero e proprio maremoto che invada il cinema. E col tempo sarà decisamente così, grazie a una poetica che, come ricorda Truffaut, deve tanto al realismo di Roberto Rossellini, che vediamo insieme a tutti i protagonisti nella sede dei Cahiers du cinema, la rivista di cinema da cui partirono come critici i principali rappresentanti della Nouvelle vague.
Il regista italiano, che per Truffaut non è solo il padre ideale del movimento, ma anche il proprio testimone di nozze (per il matrimonio con Madelaine Morgenstern), vede il cinema come qualcosa di urgente e necessario, giudica Godard eccessivo.
Il rigore di Jean-Luc lo porta a scrivere da solo la sceneggiatura del suo film, nonostante la produzione voglia Truffaut, che ha abbozzato il soggetto, e Chabrol. Gli attori, sempre in barba ai grossi budegt, devono essere selezionati tra gli emergenti, come Jean Seberg (Zoey Deutch), che allora aveva all'attivo tre film, di cui due però con il grande Otto Preminger, o persino tra gli esordienti, come Jean-Paul Belmondo (Aubry Dullin), scelto in una palestra di pugliato e che di lì a poco diventerà una maschera proprio grazie a Godard, che lo fonderà con Humphrey Bogart (con cappello e perenne sigaretta tra le labbra).
L'attrice, che di fatto per Godard dovrà reinterpretare il suo personaggio di Bonjour, tristesse (Preminger 1958), avrebbe voluto recitare per Truffaut o Chabrol, e inizialmente non è affatto contenta di quello che, ironia della sorte, sarà il più celebre ruolo della sua purtroppo breve carriera (morirà suicida a soli 40 anni).
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| La scena sugli Champs Elysées nei due film |
A contestualizzare il tutto, le Rolleiflex, le mitiche macchine fotografiche "a pozzetto", ma anche e sempre il cinema, con l'incontro con Robert Bresson e Jean-Pierre Melville sul set, o con i film (i protagonisti vanno in sala a vedere Il colosso d'argilla, Robson 1956, con Humphrey Bogart e Rod Steiger).
C'è spazio anche per le trovate tecniche e per i trucchi del mestiere, quelli che svelano la magia del cinema, proprio come farà François Truffaut nel film che più di ogni altro farà infuriare Godard, Effetto Notte (1973). E così si va dai carrelli, realizzati sistemando la mdp su una sedia a rotelle, allo stuntman che salta su una pedana per fingere l'incidente dopo essere stato investito da una vespa, ma soprattutto con le due più potenti rivoluzioni rispetto al cinema hollywoodiano, fatto di regole incontrovertibili: la rottura della regola dei 180° e il montaggio ("passato, presente e futuro nelle nostre mani"), utilizzato per tagliare le scene non alla loro fine, ma nel bel mezzo del loro svolgimento. E a proposito di rivoluzioni, Godard, che tre anni dopo ne Il disprezzo girerà una delle scene più sensuali e romantiche della storia del cinema con Michel Piccoli che descrive, adorandole, le singole parti del corpo di Brigitte Bardot (persino censurata dal perbenismo dozzinale nell'edizione italiana), qui fa le prove con Belmondo che chiede a Seberg "fammi vedere le dita dei piedi, sono molto importanti in una donna".
La colonna sonora inanella brani che ricostruiscono il contesto del tempo, a partire da Come prima nella versione cantata da Dalida (1958, l'anno dopo che Tony Dallara l'aveva portata al successo), che ascoltiamo mentre i protagonisti sono in auto all'inizio del film; quelli di atmosfera, come Evening in Paris dei Zoot Sims Quartet (1956) o Splanky di Count Base (1958); fino all'omonima che lo chiude perfettamente, quella Nouvelle vague di Richard Anthony (1960), che uscì lo stesso anno del capolavoro di Godard.
Per Truffaut sono sempre cinque i film che si nascondono in ogni pellicola ("il film che scrivi, il film dove decidi gli attori, il film che giri, il film che monti e il film che esce"), ma la certezza di Godard è meno poetica, forse, ma più realistica ed è sicuramente quella che vale in ogni campo e cioè che i soldi sono inversamente proporzionali alla libertà di ciascuno di noi.
Non un capolavoro, non del tutto un documentario, anche se a ogni personaggio nuovo compare una didascalia a ricordarci chi sia; non del tutto un film di finzione, ma un film imperdibile per ogni appassionato di storia del cinema.






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