domenica 25 gennaio 2026

No Other Choice (Park Chan-wook 2025)

Park Chan-wook, tre anni dopo Decision to leave, torna al noir, ma stavolta in versione grottesca, anticapitalista e antiborghese, curando questo adattamento dal romanzo di Donald E. Westlake, The Ax (1997), già trasformato in pellicola da Costa-Gavras con Cacciatore di teste (2005). E non a caso, il film coreano è dedicato al regista greco e tra i suoi produttori figurano sia la moglie, Michèle Ray, che il figlio Alexandre Gavras.
Una famiglia apparentemente perfetta viene sconquassata dall'improvvisa perdita del lavoro da parte di Man-soo (Lee Byung-hun), fino a quel momento impiegato in una grande azienda che produce carta, licenziato a causa dell'arrivo di una nuova proprietà statunitense (trailer).
In pochi giorni l'uomo si ritrova da una festa in famiglia nel giardino della sua bellissima casa, all'apice della felicità e della realizzazione, all'esatto opposto. La moglie, Mi-ri (Son Ye-jin), è costretta a ripensare l'economia domestica tagliando su tutto - Netflix, il tennis e i due Golden retriever in testa -, e i figli si lamentano della nuova vita che li aspetta. La liquidazione termina presto e c'è ancora un mutuo da pagare...
Man-soo inizia a frequentare gruppi di terapia che raccolgono persone che vivono esperienze simili, laddove gli psicologi devono recuperare l'autostima di individui che, privati del loro lavoro, sembrano perdere completamente la loro ragione d'essere.
Nell'orizzonte di pensiero narrato, figlio estremo di un capitalismo che riduce le persone a mero ingranaggio di un sistema, che le illude sulla loro basilarità, ma che al primo scossone dimostra di poterne fare a meno, il lavoro e il ruolo raggiunto, peggio ancora, sono tutto.
Man-soo è stato premiato come "Pulp man 2019", ma ora gli anni sono passati e la situazione è precipatata con la nuova proprietà, quel premio è solo un lontano ricordo e guardarlo fa ancora più male. Dal ruolo di caporeparto tutto ciò a cui ora potrebbe aspirare è quello di operaio semplice, una condizione per lui inaccettabile economicamente, ma soprattutto socialmente, poiché si ritroverebbe ad essere guidato dai suoi precedenti sottoposti. La gerarchia è tutto, le persone nulla.
Tutti siamo numeri e anche nella stessa famiglia protagonista questo appare evidente: i due figli si chiamano Ri-One e Si-One e i due cani Ri-Two e Si-Two.
Man-soo contatta la concorrenza, aziende come la Papyrus, la Moon Paper, ma in fondo l'unica cosa da fare per riottenere quello che aveva, ed è questo a cui allude il titolo, è eliminare i diretti concorrenti ai posti di maggior prestigio.
E così diventa una naturale conseguenza trasformarsi in assassino per un posto di lavoro e per il guadagno. Il capitalismo stravince sull'etica, sulle persone e sulla loro vita, in maniera totalizzante, in maniera assurda, e Park Chan Wook lo racconta con grottesca ironia, lasciando a un altro livello di lettura, la riflessione più profonda.
Il regista coreano gira splendidamente, e sin dall'inizio i suoi movimenti di macchina contribuiscono alla bellezza della pellicola. Nella festa in giardino citata, per esempio, l'abbraccio tra Man-soo, moglie e figli, condito dalla frase "sento che ho tutto" del protagonista, è ripresa dall'alto, in un plongée che è punto di vista di Dio per antonomasia e che in questo caso diventa metafora di un fatale punto di vista della sorte, una sorte da commedia nera.
In uno dei momenti di massima tensione, Man-soo sale su un cornicione e con un vaso pensa di colpire uno dei suoi rivali. La ripresa dall'alto trasforma lui stesso nel destino che decide per il malcapitato lì sotto; tutto è tragico e insieme parodistico: cambia vaso, scegliendone uno che gli sembra più adatto; la tensione aumenta ma sono le gocce d'acqua del vaso stesso a colare su di lui al posto del proverbiale sudore; la padrona di casa interrompe tutto, senza rendersi conto della reale situazione. In una breve sequenza c'è tutto il film di Par Chan-wook: dramma, ansia, toni grotteschi.
La stessa cosa accade nella bellissima sequenza in cui Man-soo segue un suo vecchio collega - anche lui ha perso il lavoro dopo 25 anni e punta a rientrare - e si ritrova a spiarne la moglie con l'amante: tensione, carrello all'indietro, il dolly che sale, il protagonista che si finge rappresentante di una inesistente Red Pepper Paper, uno sparo e il concitato scontro a tre in cui tutti sono contro tutti.
Il film non ha pause e Man-soo appare talvolta spaesato eppure lucidissimo, qualcosa a metà tra il Paul Hackett/Griffin Dunne di Fuori orario (Scorsese 1985) e il Michael Carlyle Hall di Dexter. E la tranquillità con cui risponde al figlio "le cose più buone crescono sullo sporco" - quasi citando Fabrizio De Andrè e il suo "dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori" - è il segno di una lucidità fuori dal comune.  Alla fine, poi, nei titoli di coda, scopriamo anche che gli studi in cui è stato girato il film sono intitolati "Dexter"...
No other choice ha una narrazione graffiante e delle immagini bellissime, che pure non cozzano con la sua trama granguignolesca, cosicché è un piacere perdersi tra zuffe, sangue, morsi di serpenti, autoestrazioni di denti, cadaveri da far sparire, che si alternano ai tanti movimenti di macchina, a split screen naturali (uno con una roccia che divide il mare dalla strada), a inquadrature deformate dal vetro dei bicchieri e persino a soggettive canine ad altezza cuccia. Tutto davvero bello!

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