È questa frase, pronunciata dalla sorella minore a quella maggiore, uno dei fulcri del bellissimo film di Joachim Trier, Grand Prix Speciale della Giuria a Cannes, otto nomination ai Golden Globe, nove agli Oscar. Una pellicola in grado di portare lo spettatore all'interno delle pieghe di una famiglia e dei suoi scheletri, tra le ferite e i non detti, tra le assenze e i rancori.
Siamo in Norvegia, le sorelle sono Nora (Renate Reinsve), attrice di teatro, single, che ha una relazione con un uomo sposato, e Agnes (Inga Ibsdotter Lilleaas), che invece ha un marito e una figlia. Le due hanno appena perso la madre, Sissel, che in quella casa aveva uno studio da psicoterapeuta; sono ancora sconvolte e durante la commemorazione vedono arrivare il padre, Gustav Borg (Stellan Skarsgård), regista affermato, da anni tornato in Svezia dopo il divorzio (trailer). Ha sempre dedicato poco tempo alle figlie, che con lui hanno rapporti difficili, soprattutto Nora che non perdona al padre le assenze e le storie con le attrici e che, da primogenita, ha fatto fronte ai dolori patiti schermando così la sorella. Eppure Gustav è lì anche per proporle il ruolo da protagonista nel suo prossimo film...
Sentimental value, come gli altri cinque film del regista norvegese, è scritto a quattro mani da Trier e da Eskil Vogt, e inizia come un quadro neoespressionista, con paesaggi luminosi degni di Georges Seurat e Paul Signac, grazie alla splendida fotografia di Kasper Tuxen che si fa notare per tutta la durata del film, come nei momenti in cui la mdp riprende spazi vuoti e casalinghi, pieni di poesia, degni del cinema di Yasuhiro Ozu.
Entrare in casa, poi, e sentirla parlare in prima persona, per ricordare la propria storia, quando era semplice carpenteria, quando era abitata dai trisavoli di chi la abita ora, fino a notare il dettaglio dei segni sul muro che testimoniano la crescita di Nora e Agnes bambine, non può non far pensare al recente Here (Zemeckis 2024).
Qui, però, a differenza del film di Robert Zemeckis, la voce off si chiede se una casa soffra, se senta il solletico, quando qualcuno passa sfregando i muri, oppure se le piaccia o meno essere piena di persone. E il pensiero va subito a Wong Kar-wai e alla bellissima sequenza di Hong-Kong Express(1994) in cui il protagonista, dopo aver parlato con gli oggetti della casa che vede empatizzare con lui (vedi), afferma che "quando un uomo piange basta dargli un fazzoletto, quando a piangere è una casa ti tocca fare un sacco di fatica".
Ed è proprio l'empatia a essere centrale nel film di Joachim Trier: è quella la chiave di lettura di tutto, sia per chi ce l'ha, sia per chi ne è sprovvisto, come Gustav, da sempre egoista, duro, anche con le figlie. Con Nora, poi, il rapporto è ancora più difficile, e proprio a lei, che considera "salire su un palco un gesto controintuitivo", che il padre ripete di non amare il teatro e che i classici sono per pensionati, oltre a giudicare visivamente mediocre la serie tv che sta girando. E così, di fronte al rifiuto della figlia, la scelta cade su un'attrice totalmente lontana da lei, Rachel (Elle Fanning), che si commuove a un suo vecchio film (L'idylle) nutrendone l'ego a dismisura e guadagnandosi così, di fatto, la parte.
Pian piano Gustav cercherà di trasformarla hitchcockianamente in Nora, tanto più che il suo film ha forti accenti autobiografici, ma a differenza di Scottie in Vertigo (Hitchcock 1958), che esplicitava in maniera diretta la propria volontà a Madeleine, il regista svedese lo fa lentamente, in modo obliquo, ed è la stessa ragazza a doversene accorgere e a cercare il necessario confronto con Nora (N.B. bellissima l'immagine delle due che parlano al centro della platea del teatro, con gli schienali delle poltrone che fanno da pattern di motivi simili a pelte).
Proprio la questione autobiografica riporta alla storia della casa e a un evocativo flashback, in cui vediamo quel luogo abitato da un'altra coppia di sorelle: Edith e Karin, la mamma di Gustav, attivista politica, che, dopo essere stata portata via e aver subito le torture dei nazisti, darà alla luce il figlio nel 1951. La narrazione analettica, resa con poche pennellate, con qualche rumore di fondo e con la curatissima scenografia di Jorgen Stangebye Larsen, che si modifica con lo scorrere dei decenni, è accompagnata da una voce off che arriva agli anni '70 prima e alla nascita di Nora e Agnes dalla fine degli anni '80, fino alla separazione dei loro genitori.
Proprio la questione autobiografica riporta alla storia della casa e a un evocativo flashback, in cui vediamo quel luogo abitato da un'altra coppia di sorelle: Edith e Karin, la mamma di Gustav, attivista politica, che, dopo essere stata portata via e aver subito le torture dei nazisti, darà alla luce il figlio nel 1951. La narrazione analettica, resa con poche pennellate, con qualche rumore di fondo e con la curatissima scenografia di Jorgen Stangebye Larsen, che si modifica con lo scorrere dei decenni, è accompagnata da una voce off che arriva agli anni '70 prima e alla nascita di Nora e Agnes dalla fine degli anni '80, fino alla separazione dei loro genitori.
Tutto appare profondamente bergmaniano, e non solo per i temi trattati e perché Gustav è svedese e per tanti versi ci ricorda il grande Ingmar, ma anche per alcune consonanze iconografiche, con i volti delle due sorelle inquadrati uno dietro l'altro, in maniera ortogonale come quelli di Bibi Andersson e Liv Ullmann in Persona (Bergman 1966).
Sentimental value è per tutto questo un film d'altri tempi, che rimanda inequivocabilmente alle dinamiche esistenzialiste del regista di Uppsala, tra l'angoscia del passato che si riverbera nel presente e una certa incomunicabilità che si stempera nei toni della commedia, con insospettabili rimandi ironici persino a Netflix e a IKEA. Ed è di altri tempi anche Gustav, che regala al piccolo nipote, Erik, quattro dvd in una casa in cui non esiste più nemmeno il lettore per guardarli. Tra quei titoli, peraltro, vediamo La pianista (Haneke 2001) e Irriversible (Noé 2002), con il nonno felice di aver regalato al bimbo la possibilità di vedere Monica Bellucci.
Sentimental value è per tutto questo un film d'altri tempi, che rimanda inequivocabilmente alle dinamiche esistenzialiste del regista di Uppsala, tra l'angoscia del passato che si riverbera nel presente e una certa incomunicabilità che si stempera nei toni della commedia, con insospettabili rimandi ironici persino a Netflix e a IKEA. Ed è di altri tempi anche Gustav, che regala al piccolo nipote, Erik, quattro dvd in una casa in cui non esiste più nemmeno il lettore per guardarli. Tra quei titoli, peraltro, vediamo La pianista (Haneke 2001) e Irriversible (Noé 2002), con il nonno felice di aver regalato al bimbo la possibilità di vedere Monica Bellucci.
Sono ovviamente film amati da Trier, classe 1974, che dimostra pienamente di essere stato un ragazzo negli anni in cui il face morphing faceva la sua comparsa in Terminator 2 e nel video di Black and white di Michael Jackson, entrambi del 1991, tecnica che inserisce in un brano della sua pellicola, con i volti di Gustav, Nora e Agnes che si alternano.
Joachim Trier, questo è certo, si muove benissimo tra esistenzialismo e commedia, lo aveva già dimostrato nel precedente La persona peggiore del mondo (2021), ma stavolta l'asticella si è alzata ancora di più.
Nora, come Julia - sempre interpretata da Renate Reinsve - è una donna fuori dagli schemi. Non ama in maniera tradizionale, anche se quando il suo amante sta per divorziare fantastica su un possibile futuro insieme: lui le fa capire che invece non se la sente, ed è tutto da vedere che lei possa davvero risollevare un uomo in quel momento di totale squilibrio.
Con una facile lettura psicologica, i suoi difficili rapporti con l'altro sesso dipendono molto dal rapporto conflittuale con il padre ed è particolarmente significativo che la sorella invece abbia una famiglia: la primogenita ha fatto da apripista, e torniamo dove avevamo iniziato, alla frase di Agnes "Tra me e te c'è una grande differenza... io avevo te!".
Sentimental value scava in profondità, nei rapporti familiari, analizzando le dinamiche che tutti viviamo e, tra Ingmar Bergman e la Nouvelle vague (si vedano le sequenze tagliate di netto, alla Godard), è un piacere perdersi ed empatizzare coi personaggi di Trier. Il finale metacinematografico, poi, è un piccolo capolavoro!
Joachim Trier, questo è certo, si muove benissimo tra esistenzialismo e commedia, lo aveva già dimostrato nel precedente La persona peggiore del mondo (2021), ma stavolta l'asticella si è alzata ancora di più.
Nora, come Julia - sempre interpretata da Renate Reinsve - è una donna fuori dagli schemi. Non ama in maniera tradizionale, anche se quando il suo amante sta per divorziare fantastica su un possibile futuro insieme: lui le fa capire che invece non se la sente, ed è tutto da vedere che lei possa davvero risollevare un uomo in quel momento di totale squilibrio.
Con una facile lettura psicologica, i suoi difficili rapporti con l'altro sesso dipendono molto dal rapporto conflittuale con il padre ed è particolarmente significativo che la sorella invece abbia una famiglia: la primogenita ha fatto da apripista, e torniamo dove avevamo iniziato, alla frase di Agnes "Tra me e te c'è una grande differenza... io avevo te!".
Sentimental value scava in profondità, nei rapporti familiari, analizzando le dinamiche che tutti viviamo e, tra Ingmar Bergman e la Nouvelle vague (si vedano le sequenze tagliate di netto, alla Godard), è un piacere perdersi ed empatizzare coi personaggi di Trier. Il finale metacinematografico, poi, è un piccolo capolavoro!







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