sabato 21 febbraio 2026

Hamnet (Zhao 2025)

Hamnet
, che l'edizione italiana ha stupidamente dotato di un inutile sottotitolo (Nel nome del figlio), ha il grande merito di essere in grado di dimostrare che anche un tema apparentemente esaurito ed abusato può essere affrontato da un nuovo punto di vista in maniera molto proficua.
Il quinto lungometraggio di Chloé Zhao, infatti, è apparentemente incentrato su Shakespeare e sull'Amleto - l'esergo della pellicola ci ricorda che Hamlet e Hamnet al tempo potevano essere usati indifferentemente -, ma di fatto è la storia di una famiglia del XVI secolo tra amore, sorte, vita, ed è uno di quei film che ci cambiano, che anche dopo decenni ricorderemo dove e quando lo abbiamo visto, se c'era qualcuno con noi e le emozioni della sala (trailer).
Non sappiamo nulla di certo sull'origine della tragedia più famosa di William Shakespeare, anche se esistono teorie che connettono il nome del figlio morto a 11 anni alla pièce. Proprio da questo assunto la scrittrice nord-irlandese Maggie O'Farrell è partita unendo fatti storici ad altri inventati per il suo romanzo, Hamnet (2020), che, con altra scelta infausta nei confronti dell'opera originale, nel titolo italiano è anticipato da quello che nel film è diventato il sottotitolo (Nel nome del figlio. Hamnet).
La cineasta di Pechino, naturalizzata statunitense, adatta il libro di O'Farrell e sposa l'idea di mettere al centro del racconto Agnes Hathaway (detta Anne), la moglie di William, interpretata da un'incredibile Jessie Buckley, come era accaduto in quello che finora è stato il suo film più riuscito, il bellissimo Nomadland (2020), vincitore del Leone d'oro, del Golden Globe e dell'Oscar e che nel ruolo di protagonista aveva un'altrettanto strepitosa Frances McDormand. Attendiamo di capire se anche Hamnet, prodotto tra gli altri da Steven Spielberg e Sam Mendes, farà incetta di statuette ai prossimi Oscar, dopo aver già vinto il premio per il miglior film drammatico e quello per l'interpretazione di Jessie Bucley.
La regia è davvero notevole, in essa spiccano inquadrature poetiche, esterni splendidi, in cui assumono senso estetico e narrativo una semplice foglia o le gocce di pioggia, ma anche interni cinquecenteschi ripresi in prospettiva centrale in cui si apprezza il lavoro delle scenografe Fiona Crombie ed Alice Felton. 
Merita una menzione la fantastica fotografia del polacco Łukasz Żal, che contribuisce in maniera determinante alle emozioni regalate da un film, in cui poi la musica di Max Richter non fa che amplificare queste sensazioni. Al compositore anglo-tedesco si perdona anche il riutilizzo di un capolavoro come On the nature of daylight, già fondamentale in Shutter Island (Scorsese 2010), che faceva commuovere allora e che oggi squarcia il petto anche dei più impassibili di fronte a una pellicola cinematografica.
Basterebbe la prima sequenza per sintetizzare la grandezza di Hamnet, con Agnes raccolta in posizione fetale tra le radici di un enorme albero, un falcone che vola in cielo e poi la raggiunge posandosi sul suo braccio guantato. Si percepisce sin da subito che si è di fronte a un film che resterà nel tempo e, andando avanti nella visione, se ne ha la certezza.
Hamnet/Jupe e l'incisione che raffigura il figlio di Shakespeare
Agnes incontrerà il maestro di latino della scuola (Paul Mescal) del piccolo paese di Hewland: tra loro scoccherà il colpo di fulmine; "me lo dirai quando ci baceremo [il tuo nome]" è la frase della conquista, insieme al bellissimo racconto che le fa di Orfeo ed Euridice, a cui rimanderà più volte il film, persino con richieste esplicite di girarsi e guardare in volto l'amata.
Il maestro, di cui sentiremo pronunciare il nome solo molto più avanti, quando si trasferirà a Londra, riesce a sposare Agnes nonostante le accuse di stregoneria che pendono su di lei: "le donne della mia famiglia vedono cose che gli altri non vedono".
I due avranno tre figli, la primogenita Susanna e quindi una coppia di gemelli, Judith e Hamnet.
La vita continua tra mille difficoltà: la disperazione dell'uomo che non riesce a scrivere, il suo trasferimento a Londra, il successo come drammaturgo, l'arrivo della peste, la morte del figlio maschio a soli 11 anni, il passaggio della famiglia a Stratford on Avon (stupende le riprese della vecchia casa vuota, ancora in rigorosa prospettiva centrale); la costruzione del Globe e lì la prima rappresentazione dell'Amleto con Agnes e suo fratello tra il pubblico.
Ogni dettaglio si connette alla storia narrata e a quella più famosa che conosciamo, inserendosi nelle pieghe di ciò che non è noto. La Morte che bussa alla porta, Hamnet che, novello Antonius Bloch di bergmaniana memoria (Il settimo sigillo, 1957), riesce a vincere contro di lei sacrificando se stesso, proprio lui che sognava di finire su un palco come attore per una delle commedie del padre.
Per superare quel dolore William, che solo il cognato cita col suo nome quando a Londra va a cercarlo con la sorella Agnes, comporrà l'Amleto in una sorta di catarsi che raggiunge uno dei suoi apici quando il suo autore reciterà il celeberrimo monologo dell'Essere o non essere in una serata al chiaro di luna davanti al Tamigi, nonché interpreterando sulla scena la parte del fantasma del padre di Amleto.  
Tra le curiosità, la locandina che pubblicizza lo spettacolo in città, ha nel nome del protagonista Mr. Jupe, che in effetti è il cognome non solo dell'attore che lo interpreta nella finzione della finzione, Noah Jupe, ma anche di quello di suo fratello, Jacobi Jupe, l'Hamnet undicenne protagonista del film. 
E, a proposito di regia e fotografia, il film va a recuperare un po' di storia dell'arte e di storia del cinema.
In un paio di sequenze, infatti, veder scrivere i personaggi a lume di candela rimanda alla pittura seicentesca e a pittori come Georges de la Tour o Gerrit von Honthorst, meglio noto alle nostre latitudini come Gherardo delle Notti, proprio per la sua capacità di rappresentare le luci vibranti delle candele in spazi bui (e come già aveva magnificamente fatto Kubrick in Barry Lyndon, 1975, senza utilizzare altre luci di scena). Dietro le quinte del Globe, William si aggira tra gli oggetti di scena, tra cui vediamo esposti sparsi qua e là gli elementi di un'armatura rinascimentale: un morione in alto e un petto lucente affiancato da uno spallaccio alla unghera a lamine sovrapposte in basso a destra, come in un dipinto del tempo.
E così il fascino evocativo delle ombre cinesi - una delle manifestazioni protocinematografiche per antonomasia -; il bellissimo carrello che con gran lentezza si muove verso il letto di Judith contagiata dalla peste; il surcadrage della porta che mostra l'interno della stanza e del letto di morte del bambino.
Chloé Zhao ci fa vivere lo spazio intermedio tra vita e morte, mettendolo in parallelo con la rappresentazione scenica, nella splendida immagine di Hamnet tra gli alberi della scenografia della tragedia del padre, dove ricomparirà davanti agli occhi della madre: il teatro (l'arte, il cinema) come possibilità di andare oltre, di superare la morte, in quel senso di eternità che è naturale aspirazione dell'essere umano.
D'altronde proprio dal Globe, come ci ricorda stavolta filologicamente la pellicola, pendeva uno stendardo (sul quale qui è anche raffigurato Atlante con il globo, appunto) con la scritta "totus mundus agit histrionem", alludendo all'idea che in fondo la vita è una rappresentazione teatrale in cui ogni uomo interpreta una parte... "the rest is silence"!

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