Mendonça Filho arriva al suo quarto lungometraggio (ha girato anche due documentari in carriera), che ambienta negli anni della dittatura militare brasiliana (1964-1985) e nella città di Recife, dove lui stesso è nato nel 1968.
La microstoria all'interno di questo contesto è quella di Armando Alves (Wagner Moura), che nel 1977 per motivi politici da San Paolo si trasferisce nella capitale dello stato di Pernambuco, appunto, da dona Sebastiana, un'adorabile settantasettenne - ci tiene a dire che è nata nel 1900 esatto - che accoglie diversi rifugiati, tra cui alcuni provenienti dall'Angola, la colonia portoghese che per secoli è stata il principale bacino di schiavitù per le piantagioni in Brasile (trailer).
Armando Solimões ha cambiato identità, ora il suo nome è Marcelo, e sta viaggiando in auto da tre giorni per percorrere i 2.600 chilometri che separano San Paolo, dov'era professore universitario di ingegneria politicamente impegnato, a Recife. Qui ha un figlio, Fernando, che vive coi nonni materni, e che non vede da tempo. La mamma, e moglie di Armando, Fatima, è morta, e il padre insiste molto con il bambino sull'importanza del ricordo...
E L'agente segreto è un film incentrato sul ricordo: ricorda il regista, bambino come Fernando all'epoca; lo fa Armando/Marcelo, nei cui panni recita uno straordinario Wagner Moura (già ammirato nel ruolo di Pablo Escobar nella serie tv Narcos), capace di trattenere e comunicare emozioni, molto spesso senza bisogno di parlare; e lavorano al ricordo anche Flavia e Dani, due studentesse universitarie che stanno sbobinando vecchie audiocassette con le testimonianze dei protagonisti della vicenda che vediamo sullo schermo, in una cornice narrativa collocata ai nostri giorni, in cui compare anche Fernando ormai diventato un uomo, e che dà una struttura classica, splendida e inaspettata all'intera pellicola.
Tre capitoli (1. L'incubo del bambino; 2. Stati di identificazione; 3. Trasfusione di sangue), per un film che ci fa vivere quello scorcio di fine degli anni '70 in Brasile con tutto il realismo possibile, dando inizio alla narrazione da un distributore di benzina. Un cadavere a terra, morto da giorni e malcelato dai quotidiani, infestato dalle mosche e su cui i cani vorrebbero avventarsi se non fosse per le urla del benzinaio stesso. Marcelo compare qui, col suo maggiolino giallo, ormai in arrivo dopo il lungo viaggio, fermato da poliziotti che più che controllare i suoi documenti vogliono spillargli un po' di denaro. Siamo in pieno Carnevale e lungo la strada persone in maschera si avvicinano alle auto; tutto diventa surreale come in un film di David Lynch.
C'è tanto cinema della sua infanzia per il regista brasiliano ne O agente secreto, ed è facile immaginare l'identificazione autobiografica di Mendonça Filho nel piccolo Fernando appassionato de Lo squalo di Spielberg (1975), che disegna ovunque e che non vede l'ora di andare a vedere al cinema, anche se è vietato ai minori di quattordici anni, tanto più con un nonno materno, Alexandre (Carlos Francisco), che fa il proiezionista in una delle sale di Recife.
C'è tanto cinema della sua infanzia per il regista brasiliano ne O agente secreto, ed è facile immaginare l'identificazione autobiografica di Mendonça Filho nel piccolo Fernando appassionato de Lo squalo di Spielberg (1975), che disegna ovunque e che non vede l'ora di andare a vedere al cinema, anche se è vietato ai minori di quattordici anni, tanto più con un nonno materno, Alexandre (Carlos Francisco), che fa il proiezionista in una delle sale di Recife.
| La "perna cabeluda" in azione |
E il tono surreale e grottesco c'è spesso nel film, come per i cani, le mosche e il cadavere iniziali, ma anche il gatto affetto dalla sindrome di Giano (la diprosopia), con due teste e tre occhi nell'appartamento di dona Sebastiana.
Anche se lo vediamo poco, il regime si percepisce in ogni scena, ma la sua forza coercitiva e la corruzione esplodono nei flashback in cui Marcelo ricorda gli scontri con l'imprenditore bieco, privo di scrupoli e di origini italiane Ghirotti, e dà i brividi vedere Hans (Udo Kier), ebreo tedesco confuso con un ex nazista, che mostra le sue ferite di oltre trent'anni prima, mentre confeziona abiti di alta sartoria.
Il cinema torna, con il calendario di King Kong, le foto di dive come Marylin Monroe, le locandine di Un uomo da marciapiede (Midnight cowboy, Schlesinger 1969) di Pasqualino settebellezze (Wertmüller 1975) e dello stesso King Kong (Guillermin 1976), ma anche una sequenza di The Omen (Donner 1976) - ed. it. Presagio e nel film, in spagnolo, A Profecia -, l'horror con Gregory Peck, di cui vediamo il momento della donna che cade dalla balaustra dopo essere stata colpita da un triciclo (sì Shining di Kubrick deve molto alla componente ansiogena di questo triciclo).
Ci sono poi il cartone animato in tv con Popeye e uno squalo (chi meglio di un marinaio per affrontarlo!), e, sempre sul piccolo schermo, vediamo Jean Paul Belmondo in Le magnifique (De Broca 1974), commedia che paròdia 007, ma in spagnolo il suo lungo titolo (analogo a quello dell'edizione italiana) cita proprio l'espressione 'agente segreto' (Cómo Destruir al más Famoso Agente Secreto del Mundo).
La colonna sonora contribuisce a farci vivere quegli anni, con brani pop come Love to love you baby di Donna Summer (1975), If you leave me now dei Chicago (1976); romantici e prettamente brasiliani come Retiro: Tema de Amor Número 3 del Conjunto Concerto Viola, gruppo folk-rock proprio di Recife, o Não Há Mais Tempo, cantata da Ângela Maria (1964), ma anche ripescando un brano come Guerra e Pace, Pollo e Brace, uno dei meno noti di Ennio Morricone, in origine composto per Grazie Zia (Samperi 1968).
La regia di Mendonça Filho è di classe, fatta di bei movimenti di macchina, con panoramiche, carrelli, ma anche espedienti tipicamente anni '70, come gli split-screen (usati per le telefonate, ad esempio) e gli iris a tendina per le transizioni, che ci catapultano sempre di più in quell'epoca, in un'atmosfera di regime, con spie, rifugiati, doppie identità, poliziotti in borghese, sicari e sparatorie molto crude, che ci portano fino ai nostri giorni, in cui malinconicamente un vecchio cinema può diventare un laboratorio di analisi e un uomo adulto può ricordarci che vedere un film horror può servire a cancellare gli incubi...
La colonna sonora contribuisce a farci vivere quegli anni, con brani pop come Love to love you baby di Donna Summer (1975), If you leave me now dei Chicago (1976); romantici e prettamente brasiliani come Retiro: Tema de Amor Número 3 del Conjunto Concerto Viola, gruppo folk-rock proprio di Recife, o Não Há Mais Tempo, cantata da Ângela Maria (1964), ma anche ripescando un brano come Guerra e Pace, Pollo e Brace, uno dei meno noti di Ennio Morricone, in origine composto per Grazie Zia (Samperi 1968).
La regia di Mendonça Filho è di classe, fatta di bei movimenti di macchina, con panoramiche, carrelli, ma anche espedienti tipicamente anni '70, come gli split-screen (usati per le telefonate, ad esempio) e gli iris a tendina per le transizioni, che ci catapultano sempre di più in quell'epoca, in un'atmosfera di regime, con spie, rifugiati, doppie identità, poliziotti in borghese, sicari e sparatorie molto crude, che ci portano fino ai nostri giorni, in cui malinconicamente un vecchio cinema può diventare un laboratorio di analisi e un uomo adulto può ricordarci che vedere un film horror può servire a cancellare gli incubi...

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