giovedì 28 maggio 2026

Amarga Navidad (Almodóvar 2026)

Pedro Almodóvar, al suo ventiquattresimo lungometraggio, gira un melodramma metacinematografico, in cui vita, fiction e autofiction si intersecano grazie a un montaggio superbo - di Teresa Font - che è la quintessenza della pellicola.
I colori pastello e squillanti permettono di riconoscere l'autore spagnolo già dopo un paio di fotogrammi, mentre 2004, 2026, 2003 sono i tempi di un'azione che cambia continuamente, nei quali tutti scrivono, tutti recitano, tutti amano e tutti, in fondo, fingono (trailer).
Come tante altre volte in Almodóvar, Alfred Hitchcock è nell'aria, tra tensione e relazioni umane sempre pronte a deflagrare, il tutto accompagnato dai titoli di testa di Juan Gatti alla Saul Bass, con linee che si intersecano, e da una bellissima colonna sonora di Alberto Iglesias, che strizza l'occhio a Bernard Herrmann in più di un brano e che contribuisce notevolmente a incollare gli occhi dello spettatore al grande schermo. E che debba essere grande, a proposito di autofiction, Almodóvar lo fa dire con forza al suo alter ego regista che non vuole essere declassato alla televisione e al colosso Netflix (ricordate Moretti ne Il sol dell'avvenire? vedi). La libertà prima di tutto, e non a caso dal 1985 i film del cineasta iberico sono prodotti da El Deseo, la casa di produzione fondata con il fratello Agustín.
Un regista, Raúl (Leonardo Sbaraglia), che nel 2026 scrive di una regista, Elsa (Bárbara Lennie), che vive nel 2004, e lo fa utilizzando, razziando e modificando le storie di chi gli è intorno quotidianamente: il compagno Santiago, Santi (Quim Gutiérrez), bello, giovane e prestante, come il pompiere e stripper Bonifacio, Beau (Patrick Criado), il compagno di Elsa, conosciuto l’anno prima, personaggio in cui entra molto anche della manager di Raúl, Monica (Aitana Sánchez-Gijón), che ha una fidanzata, Elena, con una grave depressione dovuta alla perdita di un figlio (da cui il titolo del film), donna a cui è ispirata la figura di Natalia (Milena Smit), amica di Elsa.
Ad aggiungere complessità e piani di narrazione sovrapposti, Elsa all’inizio della pellicola va in ospedale e chiede di essere ricoverata in una delle stanze in cui ha girato uno dei suoi primi film.
La stanza è la 114, peraltro, un numero che al cinema è stato usato più volte da Stanley Kubrick, come CRM114, il codice del decodificatore della bomba nel Dottor Stranamore (1964); per il Serum 114, la medicina somministrata ad Alex per il trattamento Ludovico in Arancia meccanica (1971); e proprio il numero di una camera, in Eyes Wide Shut (2001).
Tanti i momenti in cui il melodramma si trasforma in una commedia, a partire dal dialogo con la dottoressa in ospedale, comico e surreale. La donna ha la sensazione di aver già visto entrambi ma, quando Elsa le dice di essere una regista di culto, si chiede se c’entri con l’evangelismo o qualche altra confessione religiosa. La cineasta, a quel punto, le riassume in maniera basica e autoironica il concetto: una regista indifferente a gran parte del pubblico e adorata da una piccola porzione di spettatori. Su Bonifacio, poi, la medica non capisce perché dovrebbe ricordare un pompiere, ma poi resta in silenzio e sorride imbarazzata quando la coppia le precisa quale sia il secondo lavoro del ragazzo.
Nell'ironia antitelevisiva, poi, rientrano anche Elsa e i suoi attacchi di panico, elemento autobiografico di Raúl, che iniziò ad averne proprio nel 2004, in anni in cui, come ricorda, era ancora un tabù, a suo avviso poi abbattuto dai reality.
Anche la ricerca della location per ambientare la scena dello striptease, per il primo incontro dei protagonisti del film di Elsa (a riprodurre la scena del 2003 che vediamo in un flashback dei suoi ricordi), risulta comica. La donna che gestisce un locale per il sesso dichiara seraficamente che gli strip ormai sono qualcosa di arcaico, le persone ormai pagano per “scopare” o per “vedere scopare”.
Elsa entra in ospedale con un maglione azzurro ed è quello il colore che caratterizza buona parte delle pareti che vediamo attorno a lei. E poi alterna colori caldi, con maglioni arancioni, maglie gialle, senape, lupetti e giacche rosse, in un tripudio cromatico ed espressionista tipicamente almodovariano.
Al mare, quando Elsa va in vacanza con Patricia (Victoria Luengo) a Lanzarote, in una villa che fa subito pensare a Casa Szoke utilizzata nel precedente film del regista spagnolo (La stanza accanto, 2024), i colori aumentano - gialli, bianchi, azzurri -, anche grazie a dipinti alle pareti e nature morte reali rappresentate dalle ceste di frutta. Le belle riprese dall'alto con gli asciugamani a strisce bianche e gialle e i lettini a strisce bianche e verdi, la risacca del mare e quella della piscina, ancora una volta dicotomia tra realtà e artificio...
Una scenografia (firmata da 
Antxón Gómez) che all'esterno a volte restituisce un senso di alienazione dato da un paesaggio monocromo e monocorde frutto del teatro di posa e non del vero cielo, ma poi passa alla realtà, ancora una volta fondendo i due piani.
In Amarga Navidad c'è una piccola parte anche per una delle attrici feticcio di Pedro Almodóvar, Rossy De Palma, qui nei panni di Gaby, la psicoterapeuta di Elsa, che aiuta la sua paziente dandogli il Trankizolan (medicinale inventato per l'occasione) nel bel mezzo di una festa nella propria villa con piscina, non senza ammiccare a Bonifacio da cui è palesemente attratta e che vorrebbe per uno strip davanti ai suoi invitati.
Un ambivalenza perfettamente almodovariana quella che concilia momenti drammatici e sessualità frontale e libera, che, come visto, caratterizza anche il dialogo con la dottoressa in ospedale e tanti altri momenti. Il sesso è sempre parte dei pensieri dei protagonisti, a prescindere da ciò che stanno vivendo, proprio come nella realtà, ma in 
Almodóvar è sempre diretto e privo di ipocrisia. 
E così, lo strip dopo il quale si conoscono Elsa e Bonifacio, viene accompagnato, oltre che dalle urla e dagli sguardi sfacciati delle ragazze dell'addio al nubilato, dalla versione di Libertango di Astor Piazzolla interpretata da Grace Jones (I've seen that face before).
Per la cinefilia c'è sempre spazio: in una sequenza vediamo Raúl e Santi uscire da un cinema dove hanno appena proiettato Peeping Tom (Powell 1960), così come durante la visita di Elsa e Beau a casa di Gaby, il divano su cui si sdraia la coppia ha nel tessuto un movimento a spirale del tutto simile a quello della grafica de La donna che visse due volte (1958), ennesimo riferimento hitchcockiano.
Allo stesso tempo non possono mancare citazioni artistiche, che hanno uno dei culmini nell''immagine di Beau seduto sul letto, in attesa di girare uno spot di abbigliamento intimo, che guarda fuori dalla finestra, in una composizione che ricorda tanto da vicino Morning Sun, uno dei capolavori di Edward Hopper (1952, Columbus, Museum of Art).
Tanti livelli di lettura, per un film che è l'ennesima dimostrazione della disperata urgenza di fare cinema di Pedro Almodóvar, tra sofferenza (per le malattie, per i lutti, per l'amore, per le amicizie che finiscono), splendida maniera e anni che passano... come canta la ragazza durante la festa di Gaby davanti a Elsa e Bonifacio, "la tristezza è la morte delle cose semplici" e "l'amore è una cosa semplice e le cose semplici le divora il tempo".
E così, persino le confidenze tra amiche hanno un tempo e diventano occasione per una riflessione sul cinema, sulle immagini e sulla loro riproducibilità.
Elsa e Patricia, in vacanza, parlano del possibile tradimento del marito della seconda, analizzando una foto sul cellulare: siamo nel 2004 e quella foto dai pixel sgranati, paragonata al livello di definizione raggiunto dagli smartphone venti anni dopo, appare come una sorta di archeologia della visione.
Il film di Raúl sarà un film minore, dovrà essere tagliato? Poco importa, le ricorda Monica, i grandi autori come Bergman e Fellini - e quindi anche Almodóvar, lo sono anche nelle pellicole minori, laddove la critica più comune è sempre la stessa: "sei diventato compiacente con te stesso e il peggio è che non te ne accorgi".
Tutto è cambiato, Almodóvar nonostante tutto è ancora lì che ci riempie gli occhi e la testa, con la grazia che gli appartiene e con un finale straordinario...

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