giovedì 28 agosto 2025

Presence (Soderbergh 2024)

Un gran bell'esercizio di regia Presence, trentaquattresimo film di Steven Soderbergh (trentacinquesimo considerando l'episodio all'interno di Eros, 2004), un horror psicologico e claustrofobico, in cui la mdp in soggettiva, coi suoi piani sequenza e col suo grandangolo deformante è personaggio dominante.
Il regista d'Atlanta, qui anche direttore della fotografia e del montaggio, gira benissimo una pellicola completamente ambientata in una casa su due livelli, in cui si traferiscono Chris Payne (Chris Sullivan) e Rebekah (Lucy Liu) con i due figli adolescenti, Tyler (Eddy Maday) e Chloe (Callina Liang). La mdp è lì prima di loro, nella casa vuota, e il suo sguardo è quello attraverso il quale conosciamo quegli ambienti già dai titoli di testa: hitchcockianamente parlando il thriller è già iniziato, poiché la suspence è attivata, lo spettatore condivide con la regia qualcosa che i personaggi ancora non conoscono.
In un giorno di pioggia, la mdp scende "a prendere" l'agente immobiliare che accoglie i Payne per mostrare loro la casa. Da subito capiamo i rapporti di potere all'interno del menage familiare: Rebekah è la figura più determinata e decisionista, è lei che spinge per acquistare immediatamente quella casa, soprattutto perché il primogenito Tyler, eccellente nuotatore agonista, possa frequentare un prestigioso college nei paraggi. Dall'altra parte ci sono Chris che, come poi dirà, non si è mai sentito all'altezza della moglie, un disagio relazionale che si manifesta in ogni suo comportamento, sistematicamente accondiscendente, e Chloe, la silenziosa secondogenita che ha da poco perso la sua migliore amica, Nadia, morta per overdose. La spiegazione della ragazza di come sia quel lancinante dolore costante che sente è una delle linee più belle della sceneggiatura firmata da Davd Koepp: "fa paura e non passa mai".
I due ragazzi non potrebbero essere più distanti, tanto esuberante e sicuro di sé Tyler, quanto cupa e riservata Chloe, che a tavola si ritrova a parlare di atazagorafobia, la paura irrazionale di dimenticare o di essere dimenticati, tra la derisione del fratello e la distrazione della madre. 
La palese differenza di attenzioni riservata da Rebekah ai figli, che dichiara apertamente di avere un debole per Tyler ("ho fatto tutto per te"), genera ulteriori disagi, con Chris che fa di tutto per colmare una forbice affettiva ovviamente incolmabile, e abbozza qualche rimostranza nei confronti della moglie, ma senza mai arrivare davvero allo scontro.
A rompere un equilibrio così disequilibrato intervengono due fattori determinanti: la "presenza" del titolo, che Chloe avverte prima degli altri (è l'unica che guarda in camera talvolta), ma come detto non prima di noi spettatori, e Ryan (West Mulholland), un amico di Tyler che frequenta sempre più spesso la casa e si invaghisce di Chloe... ma altri elementi come psicologia, religione e abusi complicano ulteriormente le cose.
Il pianoforte di Zack Ryan per la colonna sonora accompagna le immagini in maniera delicata, amplificando emozioni e sensazioni che arrivano dallo schermo.

Il montaggio, soprattutto nella prima parte della pellicola, è serrato, ricco di stacchi, che determinano una sintassi filmica paragonabile a frasi nette e veloci, che non danno respiro e che allo stesso tempo disorientano.
La mdp non si ferma mai, persino durante i dialoghi rifiuta la logica del campo/controcampo e preferisce spostarsi continuamente da un personaggio all'altro. Sin dalla prima sequenza, inoltre, i nostri occhi la seguono in ogni meandro della casa, mai oltre. Anche quando Rebekah e Chris partono in auto, la mdp si sporge nel parcheggio, ma non varca la soglia dell'ingresso, significativamente superata solo alla fine della storia, un po' come accade nel recente Here di Robert Zemeckis (2024).
Il voyeurismo di Presence rimanda ovviamente ai grandi film voyeurstici che hanno fatto scuola, da La finestra sul cortile (Hitchcock 1954) a Peeping Tom (Powell 1960), da Blow up (Antonioni 1966) a Omicidio a luci rosse (De Palma 1984), solo per citare i primi che vengono in mente.
Per certi versi, soprattutto per l'uso della soggettiva-personaggio, è indubbiamente il film di Michael Powell il più associabile a questo di Soderbergh, anche se le differenze sono sostanziali: la "presenza" è positiva, difende non minaccia, mette addirittura in ordine (sic), non è un occhio che uccide come il suo illustre precedente, ma scatena gli elementi all'occorrenza. Certo è che anche la bontà e il senso di protezione, se portati all'estremo, debbano fare delle scelte.
Un ultimo accenno agli oggetti/dispositivo che tanto starebbero bene in un'addenda al bellissimo libro di Antonio Costa (La mela di Cézanne e l'accendino di Hitchcock, 2014) e che qui appaiono decontestualizzati: è come se Soderbergh li riprendesse dalla tradizione ma li portasse altrove. 
La finestra, che è sì hitchcockiana per antonomasia, ma che qui ha altra funzione rispetto a La finestra sul cortile; il bicchiere, più o meno drogato ne Il sospetto (Hitchcock 1941), quando Cary Grant lo portava a Joan Fontaine, qui assume un carattere meno dubbio, ma proprio per questo ostacolato dalla "presenza"; la plastica, che rimanda immediatamente al wrapped in plastic di Laura Palmer e di Twin Peaks (così si chiamava la fanzine dell'indimenticata serie Lynch/Frost), ma su cui ancora una volta la "presenza" interviene. 
Su tutti, però, lo specchio, che è soglia, collegamento tra due mondi, e su cui una sensitiva dice "gli specchi vecchi sono meglio di quelli nuovi, sono come gli anziani, hanno visto più cose".
E così il cinema, lo schermo in cui lo spettatore si specchia, è più ricco quanto più è nutrito delle immagini del passato. Stavolta poi, lo spettatore ha davvero i propri occhi sovrapposti alla "presenza" del titolo, in un gioco in cui cinema e sguardo sono un tutt'uno continuo e in cui il fantasma è fuori dallo spazio scenico, siamo noi in fondo, in un ribaltamento di prospettiva che oltre a Peeping Tom può far pensare a horror più recenti, come Il sesto senso (Shyamalan 1999) o The Others (Amenábar 2001). 
"Ciò che non si vede fa orrore" diceva un altro maestro come Jacques Tourneur, e Soderbergh, con Presence, se ne fa perfetto interprete.

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