mercoledì 4 novembre 2026

The Echo Chamber (Pallaoro 2026)

Tentare di utilizzare il materiale di un mostro sacro e farne qualcosa di proprio è sempre difficile, per un confronto svantaggioso in cui si ritrova inevitabilmente chi si avventura nell'arduo compito. Era successo a un altro mostro sacro come Steven Spielberg, quando aveva girato AI - Intelligenza Artificiale scritto da Stanley Kubrick, succede in maniera più sonora e fallimentare ad Andrea Pallaoro con questo soggetto di Bernardo Bertolucci, che scrisse la sceneggiatura insieme a Ilaria Bernardini e Ludovica Rampoldi.
Ѐ stato Nicola Giuliano della Indigo Film ad acquisirlo, per poi affidarlo al regista trentino, al suo quarto lungometraggio, dopo Medeas (2013), Hannah (2017) e Monica (2022) - trailer.
Come preannuncia il titolo - con un'espressione che nella società dei massmedia sta per un'amplificazione di informazioni ripetute all’interno di un sistema definito, che elimina la verità dei fatti -, il film è un drammatico e claustrofobico film d'amore e di dolore, ambientato in uno splendido appartamento romano, in cui campeggiano opere che richiamano le plastiche rosse fuse di Alberto Burri (es. Grande Rosso) e le grandi campiture di colore, verde in questo caso, alla Rothko. Nell'unico momento in cui la mdp inquadra la strada da una finestra, vediamo il portico della chiesa dei Ss. Apostoli sull'omonima piazza. Siamo quindi, verosilmente, all'interno di palazzo Odescalchi, ma non in un luogo definito, tanto più che altrove nella casa, il muro e la finestra dietro il protagonista sembrano newyorchesi.
Una pellicola di questo tipo, nella filmografia di Bertolucci, fa subito pensare a L'assedio, in cui i due innamorati erano Thandie Newton e David Thewlis, e l'appartamento era in una delle case poste di lato alla scalinata di Trinità dei Monti. Qui, invece, la coppia protagonista è costituita da Leonardo (Luca Marinelli), tormentato musicista e produttore discografico, e da Anne (Alicia Vikander), molto più giovane di lui e sua fisioterapista, che lo cura per i suoi problemi alla schiena.
Il loro avvicinamento, facilitato dal contatto fisico, è rapido, ma Leo, un po' come Andy Garcia in Cosa fare a Denver quando sei morto, "crea" una seconda volta chiudendo e riaprendo la porta di casa al momento dei saluti, per invitare di nuovo Anne ad entrare in casa.
Uno dei segni delle enormi fragilità di Leo è il suo regolare consumo di droga e, dopo un'overdose, torna in casa ancora più in difficoltà. Alla dipendenza, peraltro, sembrano rimandare i numeri 87, 89, 91 che vediamo scritti sullo specchio, anche se quello che appare un riferimento ai giorni di astinenza viene contraddetto da ciò che vediamo accadere: il montaggio che sposta i tempi in maniera analettica e prolettica non dà certezze. 
La complicità con Anne, in questo stato di cose, non solo aumenta, ma si trasforma presto in una relazione, in cui la ragazza, indipendente e non libera da altre storie, si adatta senza rancore al bisogno di mettere distanza di Leo, che sin da subito chiarisce di non saper dormire con qualcuno al suo fianco, ma la definisce un "angelo" per come si occupa di tutti i suoi dolori, visibili e invisibili. 
I due non si dicono nemmeno se stanno insieme, nulla può essere chiarito, nulla può portare a qualcosa, poiché tutto vale per il momento stesso che lo si vive, senza un prima e un dopo.
Anche la sessualità di Leonardo è dolorosa e depressiva e, non a caso, lo vediamo masturbarsi sotto la doccia tra i pensieri che lo attanagliano, in un autoerotismo che non restituisce nulla di positivo. In quest'ottica, il racconto della parabola dei porcospini, che "più si avvicinano e più si feriscono", è l'immagine più adatta a riassumere una realtà dietro la quale il nichilismo di fondo domina tutto: "la mia autodistruzione è esattamente ciò che voglio".
Tra gli altri personaggi spicca, quasi come una dea ex machina, Ava (Susan Sarandon), la cantante con cui Leonardo lavora da tempo e con la quale porta a termine l'ultimo album. La festa per l'uscita del disco, tra l'altro, sarà l'unico momento girato fuori dalla location principale, ma cmq in un altro appartamento. Anche Ava ha un passato doloroso alle spalle e il rapporto d'amicizia con Leo si fonda proprio su questo. Ha perso un grande amore, quando è stata lasciata da Benoit, e ha affrontato una malattia terribile, di cui restano le scorie.
Il dolore narrato dal film aumenterà a dismisura, quando Leonardo sarà coinvolto in un terribile incidente - rigorosamente fuori campo, in strada - che lo costringerà alla paralisi. Il rapporto di coppia tra Anne e Leo diventerà inevitabilmente sempre più squilibrato, e la sequenza di desiderio e di sesso orale impossibile, praticato sul dito di Leo, penosamente atroce. 
Indiscutibile la bravura degli interpreti, con il solito ottimo Marinelli e la brava Vikander, oltre, ovviamente, alla magnifica presenza di Susan Sarandon, che al pianoforte duetta splendidamente con il protagonista (vedi), cita Henry James e dimostra tutte le sue doti canore da attrice completa (ricordando sempre che tra i suoi primi ruoli fu Janet in The Rocky Horror Picture Show, Sharman 1976). Per il resto vediamo solo una coppia di amiche di Leo che gli portano a casa il bambino avuto da poco e che una delle donne, Consuelo (Antonia Fotaras), chiama il suo "figlioccio".
Oltre i brani cantati da Ava, Leo e Anne ballano sulle note di Josh (Jamie XX), mentre Leo al pianoforte suona alcune delle musiche composte per l'occasione da Clément Ducol. 
Il film, però, nonostante gli attori, arranca, e quel che è peggio annoia, appare sistematicamente sopra le righe, spesso immotivamente slegato, inutilmente complesso, data la sua stessa struttura a livelli cronologici sfalsati. Nulla risulta funzionale alla storia né tantomeno al coinvolgimento dello spettatore, che resta distante, in attesa di non si sa bene cosa.
Mettere i titoli di testa dopo diverse sequenze non rende un film automaticamente interessante e particolare... e quando una pellicola così drammatica, dopo una serie di preannunciati finali, trova il suo tragico esito, a cui l'intera sala si apre in una risata sonora (come accaduto a una delle proiezioni di Venezia), più di qualcosa non ha funzionato.
Impossibile non pensare che una sceneggiatura così dolorosa e disperata nelle mani di Bertolucci sarebbe potuta diventare un film davvero molto bello, a chiusura di una carriera straordinaria.  
In uno scambio decisamente bertolucciano la sceneggiatura si chiede se l'opposto della musica sia il rumore o il silenzio... forse in questo caso sarebbe stato meglio il secondo.

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