mercoledì 5 agosto 2026

Frankenstein Junior (Brooks 1974)

Una parodia di un classico dell'horror che diventa uno dei film più comici di sempre.
In origine non era nemmeno ipotizzabile un risultato del genere, ma da decenni sappiamo che questo è riuscito a 
Mel Brooks (al secolo Melvin Kaminsky), genio indiscusso della comicità irriverente ebraico-statunitense. 
Young Frankenstein, uscito subito dopo, ma nello stesso anno della parodia western Mezzogiorno e mezzo di fuoco (Blazing Saddles, 1974), a cinquant'anni da allora, non solo regge al tempo, ma fa ridere anche i più giovani.
Il regista, allora al suo quarto lungometraggio, scrive la sceneggiatura con l'amico Gene Wilder che ha la brillante idea iniziale. L'attore, già interpete di altri due film di Brooks, veniva dal grande successo con Woody Allen in Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso e non avete mai osato chiedere (1972). I due riprendono i classici del genere horror, letterari e soprattutto quelli cinematografici prodotti dalla Universal, con un occhio speciale ovviamente al primo grande Frankenstein (Whale 1931), creando un unicum sensazionale e senza tempo (trailer).

La storia parte dall'idea di un pronipote di Victor von Frankenstein, Frederick (Gene Wilder), scienziato e docente universitario, che ha ripudiato la memoria dell'avo a partire dal nome, che esige venga pronunciato "frankenstin" senza quel "ei" così caratterizzante.
Proprio alla fine di una lezione accademica, un uomo gli consegna un cofanetto trovato nella bara di Victor, invitandolo in Transilvania, inteso come luogo antonomastico del terrore, omaggio geografico al Dracula di Bram Stoker e all'adattamento di Tod Browning, uscito anch'esso nel 1931 e per la Universal. Lì a Frederick si uniranno i collaboratori Igor (Marty Feldman), pronunciato rigorosamente “Aigor”, e Inga (Teri Garr). Nel grande castello in cima alla montagna abita anche Frau Blücher (Cloris Leachman), donna misteriosa e scontrosa, cheun tempo fu l'assistente di Victor.
Naturalmente Frederick, leggendo gli scritti del suo avo, si convincerà presto delle teorie finalizzate a riportare in vita i corpi dei morti e inizierà gli esperimenti sulla Creatura (Peter Boyle) tra mille traversie e con la goffa complicità di Igor e Inga. 
L’ “ingresso in società” del gigante coinvolgerà, tra gli altri, i cittadini del paese, spaventati dal “diverso” e guidati dall’ispettore Hans Wilhelm Friederich Kemp (Kenneth Mars), e soprattutto la fidanzata di Frederick, Elizabeth (Madeleine Kahn), che lo raggiunge a sorpresa…
Su una trama semplice come questa, Mel Brooks e Gene Wilder impostano una quantità di gag e di battute rimaste nella storia. Analizzarle ed elencarle tutte è praticamente impossibile, ma va precisato che anche l’edizione italiana, per una volta, è geniale, e alcune soluzioni nella traduzione sono degli autentici capolavori nel genere, tanto più pensando al disastro che solo un anno dopo venne fatto dalle nostra parti a Monty Python e il Sacro Graal (Gilliam-Jones 1975), dove le tematiche sociopolitiche furono trasformate in battutacce di bassa lega. Qui, il lavoro fatto da Roberto de Leonardis e da Mario Cidda (noto come Mario Maldesi) fu straordinario, e lo furono altrettanto le interpretazioni di Oreste Lionello e di Gianni Bonagura, che doppiarono Wilder e Feldman. Non è certo un caso che inizialmente il film ebbe un gran successo solo nei paesi in lingua inglese e in Italia, proprio per le difficoltà di adattamento delle linee di sceneggiatura.
Partiamo quindi dalle differenti traduzioni di alcuni passaggi, talvolta inevitabili dati i giochi di parole che altrimenti non avrebbero funzionato in un'altra lingua.

Uno dei casi più evidenti e famosi è quello che in italiano conosciamo come "lupo ululà, castello ululì", che Igor pronuncia sul carro pieno di fieno con cui sta accompagnando Frederick e Inga verso il castello appunto. La donna, dallo spiccato accento tedesco, sente ululare i lupi e pronuncia un “lupo ululà” accentato sull’ultima sillaba, giustificando la battuta. Il fraintendimento c’è anche in originale, ma è più sottile, poiché Inga sente il lupo e dice "werewolf" ("il lupo mannaro"), Frederick lo ripete, ma evidentemente Igor capisce
 "where, wolf" ("dove, lupo?"), un po' sgrammaticato nella versione della ragazza tedesca, e risponde “there wolf, there castle” indicandoli, un movimento che anche in italiano assume un significato grazie al nonsense “ululà ululì”.
Poco dopo, mentre Igor bussa alla grande porta del castello usando uno dei due grandi battenti, Frederick prende in braccio Inga per farla scendere dal carro ed esclama “what knockers!”, ma l’ampia scollatura a un passo dal suo volto fa pensare alla ragazza che stia parlando dei suoi seni (in slang “knockers” vuol dire anche quello) e quindi lo ringrazia lasciando perplesso herr doktor.
In italiano, ovviamente, il gioco di parole non funziona e per questo la trasformazione è necessaria, ma basta un “mai visti due così” per adattare la battuta.
Le presentazioni tra Igor e Frederick, al loro primo incontro, rendono anche in italiano, seppur con qualche leggera modifica: Igor, sorpreso dalla pronuncia "Frankenstin", ironizza e chiede perché non sia anche Froderick (Frederaick), e al no del suo interlocutore sceglie di farsi chiamare Aigor, e così sarà per tutto il film. Poco dopo, invece, il suo "mi segua" è un altro gioco di parole intraducibile, poiché con "walk this way" non solo indica la via a Frederick, ma gli dà anche il bastone su cui poggiarsi per scendere le scale, che in italiano diventa un più semplice "faccia come me". La gag, peraltro, è presa, bastone a parte, da una sequenza della commedia poliziesca Dopo l'uomo ombra (Van Dyke 1936), in cui William Powell segue alla lettera l'invito di un maggiordomo (vedi).
Ed è sempre Igor protagonista, con la sua incerta gobba (che a volte si sposta da un lato all'altro della schiena) e con i suoi occhi, davvero incredibili. Quando improvvisamene salta la corrente nel castello, Frederick urla "damn your eyes!" e Igor risponde “too late” indicandosi l'occhio, costringendo l'edizione italiana a un meraviglioso salto carpiato che trasforma la battuta di Gene Wilder in "ma è un malocchio questo!" e subito dopo quella di Marty Feldman in "e questo no?". 
Anche filastrocche e frasi canticchiate hanno il loro posto all’interno del film. Frederick durante il sonno grida agitandosi nel letto "destiny, destiny, no escape in that for me", con chiara allusione al passato del suo prozio che si riverbera pian piano su di lui, mentre in italiano diventa "il destino è quel che è, non c'è scampo più per me".
È un’altra interpretazione, invece, persino migliore in italiano, la frase paterna che Igor pronuncia a tavola, dopo il fallimento di Frederick nel dare vita alla Creatura. In originale la battuta è incentrata sull'autoerotismo del giovane Igor, mentre nell’edizione italiana diventa un magnifico mantra in rima: "quando la sorte t'è contraria e mancato ti è il successo, smetti di far castelli in aria e va a piangere sul... mh" (
vedi).
Come già anticipato, però, la fonte principale è il Frankenstein del 1931, primo adattamento del racconto di Mary Shelley, nato nel 1816 in una vacanza a Ginevra con suo marito, Percy B. Shelley, e Lord Byron, poi pubblicato nel 1818 in forma anonima e quindi a suo nome nel 1831.
Del film, piuttosto fedele al racconto, la pellicola di Mel Brooks recupera tutta la parte in laboratorio, riutilizzando le scenografie originali usate per il film di Whale, con l’elettricità che dà vita al mostro, ma anche l'aspetto sociologico del terrore della popolazione, che avanza in rivolta con pale e forconi, fino all’incendio della cittadina.
Molte sequenze sono citazioni parodizzate in piena regola. Frankenstein e il suo collaboratore che nottetempo vanno a recuperare il corpo necessario all'esperimento, e che nel film di Brooks porta all'indimenticabile battuta di Igor "potrebbe esser peggio ... potrebbe piovere", che puntualmente coincide con un temporale; quella del momento ludico tra la Creatura e la bambina, che ha risultati clamorosamente diversi nelle due versioni (1931 e 1974), ma soprattutto quella in cui Igor, spaventato dalla sua stessa immagine riflessa in uno specchio, fa cadere il cervello scelto da Frederick per il cranio della Creatura e ne prende un altro su cui è la dicitura Abnormal(e).
Lo stesso avviene in effetti nel fim del 1931, pur senza lo specchio, ma va d
etto che lì tutto avviene alla fine della lezione universitaria, che invece Mel Brooks inserisce all'inizio del film trasformandola in una lezione sui riflessi dell'uomo, con Frederick che viene provocato da uno studente sulle teorie del prozio. La scenografia dell'aula universitaria a gradoni è la stessa, con tanto di scheletro didattico e lettiga con un cadavere, che invece nella parodia è un anziano signore pagato dal medico per fingere di non provare dolore.
Il risveglio della Creatura con il cervello sbagliato porta, nel film di Brooks, alla gag del sedativo da somministrargli - la siringa c'è anche nel film del 1931 -, qui con tanto di gioco di parole, poiché Frederick, preso dal gigante al collo, è costretto a giocare ai mimi, ma le quattro sillabe per Igor danno un improbabile "sedagive" invece di "sedative", in italiano ben vicino all'originale con "sedadavo".
La gag si ripete poco dopo, quando è Frederick a cercare di strozzare il suo assistente che gli confessa di aver preso un cervello di tale
"A.B. Something, A.B. Normal" ("A.B. Qualcosa, A.B. Normale").  
Proseguendo con le citazioni dal film di James Whale, vanno ricordate quella in cui la Creatura entra nella stanza di Elizabeth, che nell'originale resta ambigua, oltre a mostrare poi la donna svenuta e posizionata sul letto come nel celebre Incubo di Füssli (1781, Detroit Institute of Arts), mentre nel film di Mel Brooks è molto esplicita e Madeleine Kahn, raggiunto l'orgasmo, canta "secret of life I know you" nell'edizione inglese, mentre in italiano intona "sempre libera" dalla Traviata (1931 e 1974).
Proprio lo spavento subito, nella parodia brooksiana, dona a Elizabeth l’acconciatura alta – oggi diremmo alla Marge Simpson – a fasce bianche e nere che riproduce quella che la Mary Shelley/Sposa di Frankenstein (in realtà della Creatura), interpretata da Elsa Lanchester, aveva nel secondo episodio della serie Universal, diretto sempre da James Whale, La moglie di Frankenstein (1935) appunto.
Elsa Lanchester e Madeleine Kahn con le loro acconciature
Dalla stessa pellicola, peraltro, 
Minnie (Una O'Connor), l'anziana governante che gira per il maniero con un candelabro, è il punto di partenza del magnifico personaggio che Brooks e Wilder trasformano in Frau Blücher
Ed è proprio la candela uno degli oggetti più iconici della pellicola, protagonista della sequenza in cui Frederick e Inga scoprono il passaggio segreto alla libreria privata del prozio del protagonista, con l'immarcescibile "rimetta a posto la candela" che si trasforma presto in "ora apra bene le orecchie, NON metta la candela a posto" (vedi).
Un altro brano indimenticabile del film di Mel Brooks deriva dal secondo episodio della saga su Frankenstein diretto da James Whale, quello 
con l'eremita cieco, nella parodia interpretato da Gene Hackman che, dopo tanti ruoli drammatici, chiese di poter partecipare al film almeno in una piccola parte. La situazione è troppo succulenta per non ispirare a Brooks e Wilder una sequenza in cui l'uomo, dopo aver fraternizzato con lo sconosciuto attirato dal suono del suo violino, lo invita a cena sottoponendolo a una serie di involontarie prove dolorose causate dalla sua cecità, degne di una slapstick dell'era del muto (1935 e 1974).
Qui come in altri frangenti la colonna sonora di John Morris, fatta eccezione per poche note che inorniciano il brano dei titoli di testa, non ha nulla di orrorifico, ma punta a suoni dolci più vicini a ninne nanne centroeuropee. E anche la melomania è caratteristica della Creatura di Mary Shelley, fatalmente spaventata dal fuoco, per non dimenticare che il sottotiolo del racconto fosse "il moderno Prometeo".
I
n tutto il film lo spiccato medievalismo ottocentesco, inoltre, appare molto evidente e i forti contrasti tra bianco e nero e l’immaginario urbanistico ricordano molto da vicino anche il cinema espressionista tedesco de Il gabinetto del dottor Caligari (Wiene 1920) e de Il Dottor Mabuse (Lang 1922).
E tutti questi rimandi al cinema degli anni '20 e '30 spiegano anche perché il bel bianco e nero fotografato di Gerald Hirschfeld fu difeso in ogni modo da Brooks e Wilder contro la produzione, che naturalmente a quella data avrebbe voluto un film a colori.
Vedere la Creatura che si arrampica sul castello a mani nude non può non far pensare al primo
King Kong (Cooper - Schoedsack 1933), ma per traslato anche alla celebre fiaba popolare britannica di Jack e il fagiolo magico.
Alcuni passi della voice over, poi, sono direttamente presi dal racconto, come la citazione di tuoni e terremoti derivante dalla frase del Professor Waldman sui filosofi moderni: «possono comandare i tuoni del cielo, imitare il terremoto e persino sfidare il mondo invisibile con le sue stesse ombre».
Tanti altri momenti meriterebbero di essere analizzati, ma tra questi ci sono sicuramente quelli in cui Mel Brooks dimostra tutta la sua sapienza registica con delle ellissi. La prima nel treno che porta Frederick in Transilvania (omaggio al Dracula di Tod Browning) e dall'inglese/italiano con un iris a spirale passa al tedesco: una coppia di anziani parla di flatulenze, mentre l'unico a rispondere in inglese è un bambino in abito che pronuncia una pesante battuta a Frederick ("can I give you a shine"), che il protagonista non interpreta certo come detta da uno sciuscià (1 e 2). La seconda dopo la descrizione dei caratteri della Creatura (con la domanda oscena di Inga "avrà anche un enorme schwanstucker"), con Igor che appende al muro il disegno che ha appena fatto che oscilla al muro per poi diventare l'uomo che oscilla sulla forca.
Altre battute meritano la menzione, dal "si può fare", entrata nel lessico comune,
al "verso da ghiottone" che Frederick imputa a Igor a tavola mentre mangiano la torta di mele, per poi rendersi conto che in realtà la Creatura si è risvegliata, fino a Igor che guarda in camera - lo fa spesso da vero e proprio corifeo - e ironizza su "calma, dignità e classe" appena ignorate dal suo "padrone" ("master") che reagisce disperandosi al fallimento. 
Intere sequenze, poi, andrebbero imparate a memoria. A partire dal saluto iniziale alla stazione ferroviaria tra Frederick ed Elizabeth, che ad ogni tentativo blocca il compagno per non rovinare labbra, capelli, unghie e il superlativo "taffetà", che Frederick considera una frase amorosa, ma che naturalmente è solo il tessuto che rischia di gualcirsi come gli spiega prontamente la fidanzata. Lo stesso vale per Frau Blücher, al cui nome i cavalli nitriscono - e Igor lo ripete apposta per indispettirli - e che dà la buonanotte a Frederick inanellando offerte di brandy, warm milk, Ovomaltine, che in italiano diventano di brandy, camomilla e orzata con latte (vedi). 
Frankenstein Junior
, infine, celebra anche il musical, altro genere adorato da Mel Brooks, e che porta alla fantastica scena dello spettacolo vaudeville in cui Frederick danza con la Creatura Putting on the Ritz (vedi), citazione dell'omonimo film di Edward Sloman del 1930, dove a ballarla e cantarla sono 
Harry Richman e Joan Bennett.
È l'ennesimo caso in cui la pellicola omaggia la storia del cinema anni '30, dimostrando ancora una volta di essere un capolavoro incredibilmente riuscito a diversi livelli di lettura, per diversi pubblici, in grado di far ridere a ogni età e, per ora, per cinquant'anni di seguito.

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