sabato 3 gennaio 2026

Il maestro (Di Stefano 2025)

Andrea Di Stefano, classe 1972, rispolvera il tono dolceamaro di tanta commedia italiana, per un film che è un romanzo di formazione ambientato negli anni '80, in cui tennis, pressioni familiari, fallimenti, aspettative, fanno riflettere malinconicamente tra un sorriso e l'altro.
Felice (Tiziano Menichelli) è il ragazzino che il padre, Pietro Milella (Giovanni Ludeno), ha deciso a tavolino di trasformare in un campione di tennis. La sua è un'attenzione spasmodica, l'impiego da ingegnere gestionale è totalmente secondario rispetto a quello che diventa il suo unico obiettivo di vita, e lo stesso vale per il rapporto con la moglie e per le esigenze della figlia primogenita, che ormai odia il fratello in maniera viscerale. Ed è proprio lei che, di fronte alla probabile rinuncia alle vacanze estive, poiché i soldi ora serviranno per Felice, all'idea di andare al paese per risparmiare, prorompe:  "io bevo la candeggina se vado a Sibari!" (trailer).
Pietro allena personalmente il figlio, riempiendolo di regole: orari, cibo, tabelle da seguire, palline da colpire, segnali da imparare, perché durante le partite lui possa guidarlo da lontano, come se Felice fosse un suo avatar in un videogioco.
Quando il ragazzo arriva a giocare i tornei nazionali, però, Pietro fa un passo indietro e ingaggia una vecchia gloria tennistica, Raul Gatti (Pierfrancesco Favino), che da giovane arrivò a qualificarsi agli ottavi di finale degli Internazionali di Roma, ma che oggi - lo sappiamo solo noi grazie alla premessa -, è appena uscito da un sanatorio.
Il film si trasforma così in un road movie che porta Raul e Felice sui campi da tennis della costa adriatica prima e poi fino alla costiera amalfitana, ma Raul non ha nulla della disciplina di Pietro; Felice è disorientato perché non deve più eseguire degli ordini e semplicemente "funzionare", ora dovrà imparare a vivere e a fare delle scelte proprie. Il nuovo maestro arriverà a dirgli chiaramente "non sarai mai un campione", lo spingerà alla ribellione, anche alla bugia all'occorrenza, necessari atti di crescita per sentirsi liberi e iniziare a sorridere.
Il film è ben scritto e ben interpretato, anche perché strutturato per ruotare attorno a un Pierfrancesco Favino in grado di impersonare alla perfezione il personaggio del tennista con un discreto passato e un complicato presente. Brillano anche il giovane Tiziano Menichelli, nei panni del ragazzo protagonista, e un sorprendente Giovanni Ludeno in quelli del padre. Il suo Pietro è un personaggio degno di Toni Servillo, e la sua recitazione sembra riprodurlo volutamente (i due hanno lavorato insieme sia in Una vita tranquilla, Cupellini 2010, sia in 5 è il numero perfetto, Igort 2019). Ossessivo, filosofico (cita persino Sun Tzu e il suo L'arte della guerra), fa partire il figlio non senza avergli prima lasciato un prezioso quadernino con la scansione quotidiana degli esercizi dei singoli allenamenti, i segni che Raul dovrà imparare per dargli indicazioni in campo, ecc.

Peccato, però, che le sue intenzioni verranno disattese, poiché Raul ha tutt'altra filosofia di vita e di tennis. Se Pietro ha come modello Ivan Lendl, che infatti campeggia in un poster nella cameretta di Felice, o ancora meglio il diciassettenne Michael Chang, che lo ha appena battuto agli ottavi del Roland Garros (era il 1989), per Raul il più grande tennista al mondo è Guilermo Vilas, genio e sregolatezza a cavallo degli anni '70 e '80. Pietro è per un tennis di rimessa, letto in chiave sociologica e politica ("il serve and volley lo lasciamo ai ricchi"), mentre Raul spinge, quelle poche volte che invece di parlare di donne parla di tattica con Felice, per un tennis offensivo.
Oltre al tennis, però, c'è soprattutto la vita, che Felice scoprirà davvero grazie a Raul, che si ritroverà a dover mostrare i suoi problemi, ma anche il suo passato, incontrando il suo grande amore, Claudia (Valentina Bellè), ma anche la sua maestra di tennis, Wilma (Dora Romano).
Oltre ai tennisti citati, gli anni '80 tornano ovunque: Raul cita i carlini di Marina Ripa di Meana, c'è un cameo anche per un'icona di quegli anni come Edwige Fenech, che interpreta Scintilla, la ricca contessa che per dieci anni ha mantenuto Raul, il cibo, i luoghi, i vestiti, gli oggetti, e poi ovviamente la musica. Nella colonna sonora ascoltiamo alcuni brani anni '70, come Meglio libera di Loredana Bertè, Sereno è di Drupi o Autostop di Patty Pravo, ma ci sono soprattutto quelli del decennio successivo, quali  Ti pretendo di Raf (1989), Alghero di Giuni Russo (con il tormentone "mia madre non lo deve sapere"; 1986), L’estate di Orietta Berti (1984), Gringo di Sabrina Salerno (1989), Voyeur di Renato Zero (1989), fino a Cuccurucucù di Franco Battiato (1980) - il cui titolo è mutuato dal brano Cuccuruccù Paloma del messicano Tomás Méndez (1954) - e sulle cui note ballano in campeggio Raul e Felice ormai in sintonia.
Chiudo come ho iniziato, con un richiamo all'età dell'oro della commedia italiana. In una sequenza a metà tra il comico surreale e il citazionismo, Raul vede Cristo staccarsi dalla croce ed effettuare un servizio tennistico: una visione degna de Il cattivo tenente di Abel Ferrara (1992), ma quando Raul urla "Dio lo vuole", il pensiero va subito ad Enrico Maria Salerno e al suo indimenticato monaco Zenone de L'armata Brancaleone (Monicelli 1966).

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